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domenica 12 ottobre 2008

Il Terzo Valico tra Keynes e la crisi

Ho spedito questa lettera all'edizione genovese del Giornale.

Caro Direttore,

Sul Giornale di domenica 12 ottobre 2008, Walter Bertini sostiene che la realizzazione delle grandi infrastrutture, come il Terzo Valico, potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalla crisi finanziaria. Il riferimento storico a cui Bertini guarda è quello del New Deal, cioè il massiccio piano di investimenti pubblici voluto dal presidente americano Franklin D. Roosevelt. Allo scopo di consentire un nuovo New Deal europeo, egli propone di studiare meccanismi che consentano di porre la spesa per questo genere di investimenti al di fuori del vincolo del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil degli Stati membri, sancito dal trattato di Maastricht. Questa analisi è discutibile sotto tre punti di vista: storico, teorico e pratico.

Dal punto di vista storico, la crisi del ’29 fu causata principalmente da una cattiva politica monetaria. L’interventismo rooseveltiano non ebbe alcuna virtù salvifica, ma prolungò gli effetti del crollo borsistico per oltre dieci anni e ne aggravò l’impatto sull’economia reale. Posto che il paragone tra il 1929 e il 2008 non tiene (se non altro perché oggi, fortunatamente, non si vedono e non si prevedono i tassi d’inflazione e disoccupazione di allora), vi sono ragioni per credere che la spesa pubblica non possa risolvere un fenomeno di questo genere (la sostanziale indifferenza dei mercati ai salvataggi a catena di questi giorni ne è una conferma). La tesi di Bertini, secondo cui “lo Stato tornò a investire in grandi opere infrastrutturali che potevano assicurare migliaia di posti di lavoro, fatturato per le imprese e gettito per le casse pubbliche”, è risibile. Infatti lo Stato poteva e può reperire risorse in due modi: attraverso il prelievo fiscale, o stampando moneta (e producendo inflazione). In entrambi i casi, il risultato era ed è quello di impoverire cittadini e imprese e redistribuire risorse, normalmente in modo inefficiente. Infatti, delle due l’una: o le infrastrutture, come il Terzo Valico, servono, oppure no. Nel primo caso, esse vanno realizzate in nome della loro utilità, e non a causa di ragioni congiunturali. Nel secondo, non c’è crisi che possa rendere utile un’opera inutile. In entrambi i casi, la riflessione su quali infrastrutture debbano essere realizzate e quali no dovrebbe essere sottratta a considerazioni relative al ciclo economico. Se fosse vero, d’altronde, che l’intervento pubblico genera ricchezza, il Mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere una tra le aree più progredite d’Europa, il Nordest una tra le più povere. Guardacaso, accade il contrario. In generale, un buon indicatore dell’utilità di un’infrastruttura è la sua capacità di attirare finanziamenti privati: è su questo che si dovrebbe misurare l’urgenza del Terzo Valico, non sulle condizioni dell’economia in generale.

Una conseguenza di tutto ciò è che il rigore dei conti pubblici è di fondamentale importanza proprio nei momenti di vacche magre, quando più alta è la tentazione dello spreco e quando più rischioso è l’aumento della spesa, che necessariamente presuppone un pari aumento del prelievo (attuale o futuro) e, dunque, la creazione di una zavorra per l’economia reale. Non c’è nulla che i governi possano fare per accelerare la fine della crisi, se non ritirarsi nel cantuccio che gli spetta: scrivere regole rigorose ma semplici, provvedere all’erogazione dei servizi pubblici in modo efficiente, rimuovere tutti gli ostacoli alla crescita dell’economia. Tra di essi, alte tasse, eccessi regolatori e spesa pubblica.

Per uscire dalla crisi del 2008, l’unica cosa che non serve sono quelle politiche pubbliche che trasformarono, ottant’anni fa, una crisi di Wall Street in una Grande Depressione.

Carlo Stagnaro
www.iltigullio.info