domenica 1 febbraio 2009
Anche i passeggeri nel loro piccolo s'incazzano
Sono le 21,34 di venerdì 30 gennaio e, assieme a qualche decina di povericristi come me, mi sto girando i pollici nell’aeroporto di Fiumicino. Ci hanno appena comunicato che il volo delle 21,25 per Genova (che avrebbe dovuto decollare nove minuti fa) è differito alle ore 22,00 (in realtà, ci faranno imbarcare in quel momento, col risultato di arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo). Differito – così ha detto la gentile signorina al gate A22 per placare la rabbia di chi, a quest’ora, vorrebbe tornare da moglie e figli. La reazione dei passeggeri, puoi immaginartela. C’è il vecchietto isterico che “figgi de bagasce!”. C’è l’altro prototipo di vecchietto, quello bonaccione con una spolverata di capelli bianchi che la prende sul ridere. C’è la coscialunga in carriera, c’è il ragazzino col computer tempestato di stickers, c’è il manager che prende un appuntamento per domani mattina, ci sono tutte le gradazioni del grigio e del blu negli abiti anonimi e nelle cravatte di questa strana umanità che viaggia per lavoro e rientra in giornata (e qualcuno che azzarda combinazioni più chic, uno con cravatta salmone a righe gialle su giacca carta zucchero e camicia che ne riprende i colori). Tutti che cristonano nel telefonino, tutti che chiedono come stai a chi risponde dall’altro capo, tutti che si affollano al bar per addentare un costosissimo panino alla plastica, tutti che raccontano i pettegolezzi di oggi come se questo potesse ingannare il grande cronometro dell’universo e comprimere lo spazio che ci separa dall’ingresso sul velivolo. E invece tic toc tic toc, l’orologio gira lento come non mai. Sai cosa non c’è, se si esclude qualche isolata reazione iniziale?
Non c’è più la rabbia. Una volta, l’annuncio di un ritardo importante, soprattutto in certe giornate e in certi orari, destavano la rabbia dei passeggeri. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva di parlare col capo, qualcuno semplicemente diceva alla signorina al gate tutto quello che pensava di lei, della sua mamma e soprattutto della compagnia per cui lavorava. Invece, nulla. La rabbia è sparita. Gli ultimi due anni, durante i quali si è svolto il pazzesco teatrino della privatizzazione di Alitalia, hanno a tal punto fiaccato la pazienza della gente che adesso il ritardo fa parte del novero delle cose certe, assieme alla morte e le tasse. Quelli di noi che si erano illusi, nelle meno delle due settimane trascorse dall’avvio della nuova Alitalia, che quella brutta parentesi si fosse chiusa, oggi sono tornati alla realtà. E’ vero: secondo quanto ha riferito il pilota (di un volo operato da Airone, peraltro) il ritardo era dovuto all’inefficienza dei servizi aeroportuali. Però, resta il fatto che dei quattro voli che io ho preso oggi, tre erano in ritardo, quale che ne fosse la causa.
Il problema vero, in fondo, è che la manovra governativa per la privatizzazione di Alitalia e il salvataggio di Airone è stata concepita in modo tale da aggirare quello che dovrebbe essere l’obiettivo vero del processo di de-statalizzazione dell’economia: cioè introdurre concorrenza per fare efficienza. Mentre ai contribuenti sono state accollate tutte le perdite (e il debito) del vettore tricolore, attraverso la bad company, i consumatori hanno visto precipitare tra le braccia del monopolio quello che era un mercato già scarsamente competitivo, almeno per quel che riguarda le tratte nazionali. Uno degli elementi chiave della cessione a Cai è stato infatti la sospensione dei poteri antitrust, che servono proprio a evitare che le regole del confronto competitivo vengano aggirate o annichilite. Così, si è cambiato tutto a condizione che nulla cambiasse.
Non bisogna, ciò detto, precipitare nel pessimismo. Nonostante tutte le resistenze e gli accorgimenti in senso contrario, l’uscita del Tesoro dalla compagine azionaria di Alitalia è una buona notizia, perché difficilmente i grandi cambiamenti – e questo lo è, anche se avrebbe dovuto verificarsi meglio e prima – restano senza conseguenze. Quindi, è ragionevole attendersi nel lungo termine il ristabilirsi di un contesto concorrenziale propriamente detto, anche perché le direttive europee puntano esattamente in quella direzione.
Si tratta di avere pazienza. Abbiamo sofferto tanto, soffriremo ancora. Soffriremo forse di più, perché quello scampolo di concorrenza che c’era tra Alitalia e Airone è venuto meno. Pagheremo biglietti salati. E continueremo a volare in ritardo, a perdere le connection, a ingurgitare il cibo di Big Jim coi nomi delle piazze romane in quegli squallidissimi chioschetti di Fiumicino. Continueremo a telefonare per annunciare che non aspettarmi a cena, arrivo tardi. Continueremo a fare tutto questo, ma per favore, non perdiamo noi stessi. Continuiamo a incazzarci. Non serve a nulla, ma almeno ci fa sentire vivi.
venerdì 23 gennaio 2009
Non c'entra la moschea. C'entra la libertà individuale
Moschea sì o moschea no? Il semplice porre questa domanda è indice di due cose: la nostra inciviltà politica e la debolezza della nostra fede. Che è come dire, la scarsa convinzione con cui chi si definisce cristiano crede in Dio, e la precarietà del principio della libertà individuale nella nostra cultura. Perché la risposta più ovvia e banale sarebbe: non sono fatti nostri. Non c’è nulla di più privato della fede.
Se però bisogna buttarla in politica, vale la pena ricordare che, concettualmente, una moschea, una chiesa, una palestra o una discoteca non sono oggetti molto diversi. Sono luoghi dove, periodicamente, gruppi di persone si riuniscono per farsi i fatti loro – inginocchiati di fronte alla Croce, sdraiati verso la Mecca o arrampicati su una pertica, poco conta. Qualunque immobile deve rispettare molte (troppe) norme: edilizie, urbanistiche, igienico-sanitarie, e così via. Nella misura in cui esso è adeguato, non esiste un motivo al mondo per cui casi simili dovrebbero essere trattati in modo diverso. Alcuni ritengono, tuttavia, che una moschea appartenga a una fattispecie diversa, poiché dentro di essa può crearsi il brodo di coltura per il terrorismo. E’ un argomento legittimo? E, in subordine, è utile?
Per certi versi, è una questione di estrema complessità, rispetto alla quale risulta difficile generalizzare. Quel che si può affermare è che, per quanto possa essere vicino al vero che tutti (o gran parte) i terroristi sono di religione musulmana, è totalmente ed evidentemente falso che tutti gli islamici siano terroristi. Accreditare questa tesi può servire solo a spingere fra le braccia dei terroristi individui che, altrimenti, sarebbero forse contrari o indifferenti. Si dirà: di fronte a un fenomeno drammatico come il terrorismo non si può restare indifferenti. Sarà vero. Pragmaticamente, però, l’indifferenza è un’attitudine migliore del sostegno. E di fronte all’indecisione, logica vorrebbe uno sforzo per tirare tali persone da questa parte, anziché cacciarle dall’altra.
Non c’è, insomma, dal punto di vista politico, una solida ragione per opporsi alla realizzazione di una moschea, purché essa sia compatibile con le normative in vigore, non crei disagi eccessivi (non in quanto moschea, ma in quanto luogo aperto al pubblico), e non diventi vivaio di attività illecite (cosa, però, che potrà essere verificata solo ex post). Vi sono, piuttosto, ottimi motivi per considerare sintomo di barbarie – e un sintomo pericoloso – le posizioni di chi si appiglia a cavilli legali, o addirittura vuole introdurli, per ostacolare l’apertura di uno spazio destinato ai musulmani (o i cristiani, gli ebrei, i buddisti, gli atei). Vi è, anzitutto, un aspetto sostanziale: le libertà religiosa, di parola e di associazione si svuotano, se poi si impedisce a chi intende utilizzarle di trovare un modo appropriato di farlo. Ciò non significa che non si debba rintracciare un forte nesso tra questi diritti e quello, più centrale, alla proprietà privata: ognuno dovrebbe avere il diritto di fare e dire quel che gli pare, e il dovere di sostenere le spese eventualmente necessarie. Cioè, la vera assurdità del pendolo italiano sta nel suo continuo oscillare tra l’intolleranza e il sussidio pubblico alla costruzione di nuovi luoghi di culto, come se fosse impossibile trovare l’equilibrio nel fatto che ciascuno è padrone a casa propria (compresi gli islamici negli edifici che decidono di acquistare e utilizzare come loro casa, o chiesa, che è lo stesso).
Una comune obiezione è che nei paesi islamici, o in molti di essi, non esiste alcuna forma di reciprocità, nei confronti dei cristiani. E allora? La libertà non può essere condizionata. Essa è un valore che, se pure non è rispettato ovunque e sempre, dovrebbe almeno essere protetto qui e ora. Del resto, con quale forza e con quale credibilità si possono criticare gli altri, se poi ci si comporta in modo del tutto analogo? E con quale coraggio si può vantare la superiorità del modello occidentale, se poi lo si sacrifica per così poco? Il modello occidentale, tra parentesi, si regge su una cosa soltanto: l’esistenza (o presunta tale) di un governo delle leggi anziché un governo degli uomini. Di un sistema, cioè, forte della sua capacità di non discriminare: che tratta allo stesso modo istanze uguali. Se invece si sceglie il doppio standard, si rischia di aprire un vaso di Pandora da cui molti mali possono uscire. Il passaggio dal precetto evangelico “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” alla sua perversione statalista, “fai agli altri quello che fanno a te”, è segno deprimente della piega che il dibattito può prendere. La religione è privatissima, perché di mezzo c’è il dialogo tra l’uomo e Dio: se c’è uno spazio da cui la politica dovrebbe essere bandita, è proprio questo.
E’ abbastanza inquietante, in tale prospettiva, la posizione espressa dal cardinale di Torino, Severino Poletto, contrario alla costruzione di minareti (che sono un elemento importante della moschea) “almeno fino a quando le nostre città saranno abitate in grande prevalenza da cattolici”. E’ inquietante perché viene da chiedersi dove potrebbe portare questa logica, se mai le nostre città cesseranno di avere una popolazione prevalentemente cristiana. E’ inquietante perché, in pratica, legittima le norme anticristiane dei paesi abitati “in grande prevalenza” da musulmani. Ed è inquietante, infine e soprattutto, per chi crede ancora che l’uomo morto sulla croce fosse il figlio di Dio. Davvero la sua chiesa ha perso la fede a tal punto, da spaventarsi per un minareto nella città che volle la Madonna per regina?
sabato 17 gennaio 2009
Le infrastrutture contro la recessione?
martedì 13 gennaio 2009
AAA Andate a lavorare
venerdì 9 gennaio 2009
Il prezzo (del biglietto) è giusto?
I termini giusti sono questi: la leva del prezzo è, per Amt, a differenza che per qualunque altra impresa, una variabile del tutto indipendente. E ciò perché non esiste un vero mercato competitivo. Se anche non si crede che il trasporto pubblico, viste le sue caratteristiche, non si presti a un modello di concorrenza nel mercato, esso può comunque essere reso più efficiente attraverso l'adozione di un modello di concorrenza per il mercato. Cioè, il comune e gli altri enti pubblici eventualmente coinvolti dovrebbero periodicamente bandire delle gare tra tutti coloro che sono in grado di offrire un servizio rispettoso di certi standard di costo e qualità del servizio. Solo così è possibile innescare un miglioramento del rapporto prezzo/qualità. Come dimostra Ugo Arrigo in questo paper, invece, l'assenza di qualunque forma di competizione causa un livello di inefficienza mostruosa: solo portando l'efficienza del trasporto pubblico locale italiano (si suppone che il caso genovese non svetti per eccellenza) ai livelli europei, si potrebbero ridurre di un terzo i costi operativi, praticamente eliminando la necessità del biglietto (oppure, che sarebbe meglio, riducendo significativamente i sussidi pubblici). Ma difficilmente si può creare vera concorrenza finché le principali aziende di Tpl saranno possedute dagli stessi enti locali.
Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi.
mercoledì 24 dicembre 2008
Abolizione delle province. Il presidente della provincia dice no
mercoledì 17 dicembre 2008
La sanità pubblica degli orrori
martedì 2 dicembre 2008
- authority + concorrenza

Anche per questo in parlamento sono in discussione più progetti di riforma della legge n. 84/1994 e, sempre al riguardo, è allo studio anche un organico disegno di legge del governo cui il ministro dei trasporti Matteoli pare tenere particolarmente. In attesa di avere a disposizione la versione definitiva del testo, l’auspicio è di vedere portato avanti il processo di liberalizzazione del comparto iniziato quattordici anni fa con scarsi risultati soprattutto a causa dello strapotere attribuito all’autorità portuale.
Meno authority e più concorrenza farebbero bene al porto (che attrarrebbe più vettori e più investitori), e anche ai tribunali (che si potrebbero finalmente occupare di altro).
Forza Musso. Ecco perché il Pdl deve fare le primarie
Le buone idee generano scompiglio. Il volume delle repliche alla proposta di Enrico Musso, di tenere le primarie nel centrodestra per le prossime elezioni regionali, è una sonora dimostrazione che il senatore del Pdl ha toccato un nervo scoperto. L’apertura di Sandro Biasotti, che si è così smarcato dal suo partito, lascia a sua volta intravvedere scenari interessanti. La ricerca di legittimazione popolare per le candidature, del resto, è anche un modo di lanciare un messaggio: in fondo, se si teme il giudizio della propria base, con che credibilità ci si può presentare di fronte agli elettori? Ma la questione delle primarie nasconde anche un tema più generale e profondo, come ha rilevato lo stesso Biasotti: sedici anni e dodici governi dopo le elezioni del 23 aprile 1992, il sistema politico italiano non è ancora riuscito a trovare un equilibrio. Sono cambiate le leggi elettorali, i partiti hanno mutato nome, hanno attraversato scissioni, si sono aggregati, ma ancora restano aperti i nodi della selezione della classe dirigente e del rapporto tra gli schieramenti.
Le primarie possono aiutare nella ricerca del giusto grado di compenetrazione tra apparati politici e società civile. Perfino quando i risultati sono scontati – come con Romano Prodi nel 2006 e Walter Veltroni nel 2008 – esse servono a sostanziare una leadership che abbia l’ambizione di proiettarsi al di là dei confini del proprio schieramento. E’, questa, una condizione essenziale a gettare le basi per un’attività di governo a 360 gradi, ma anche per segnare l’indipendenza rispetto alle burocrazie partitiche. Non è un caso se le primarie sono un tassello centrale del progetto di riforma di Giovanni Guzzetta, il costituzionalista che ha promosso lo sfortunato referendum contro il “porcellum”: le primarie, oltre tutto, rendono i candidati “accountable”, responsabili personalmente delle loro promesse e della loro performance; riducono il peso delle negoziazioni condotte nelle stanze fumose e complicano la vita ai golpisti da congresso.
La questione è delicata perché si colloca all’incrocio tra l’interesse pubblico e il diritto di qualunque associazione, compresi i partiti politici, di organizzarsi come vuole. In fin dei conti, tutto si riduce al tentativo di escogitare strumenti per arginare le due derive a cui la democrazia è soggetta. La prima deriva è quella partitocratica: l’incomunicabilità tra il paese reale e i partiti, lo strapotere delle correnti e per loro mezzo dei gruppi di pressione. A effettuare tutte le scelte rilevanti sono i signori delle tessere, il parlamento non è eletto ma si elegge da sé. Le votazioni si riducono alla scelta del premier (in un sistema che non è formalmente presidenzialista): peggio ancora, dal 1994 sono state quasi esclusivamente un referendum pro o contro Silvio Berlusconi, ed è significativo che sistematicamente i cittadini abbiano votato contro la maggioranza uscente, qualunque essa fosse. Il rischio opposto è quello del populismo: procedure di nomina verticistiche e deresponsabilizzanti acuiscono l’istinto a solleticare la pancia del paese, a prescindere dall’effettiva realizzabilità delle promesse fatte. Nell’Italia del 2008, paradossalmente, entrambi i rischi convivono, con un’aggravante: il venir meno del ruolo dei partiti come agenzie del consenso, capaci di formare la loro classe dirigente, ha durante una prima fase aperto le porte a tutti indistintamente, e poi, come per reazione, ha portato a una chiusura quasi ermetica, per cui chi c’è c’è, chi non c’è resta fuori. Si è dunque passati dall’osmosi acritica con la società civile, al suo rigetto.
In un tale contesto, le primarie possono contribuire, se non a risolvere i problemi, almeno a darvi una risposta. La scelta dei candidati attraverso elezioni aperte a tutti, iscritti e no, è un processo aperto, meno pilotabile. I signori delle tessere continueranno a contare, naturalmente, e questo è inevitabile; ma la partecipazione popolare ne diluirà l’influenza e ne farà crescere il pudore. Al tempo stesso, la tentazione populistica sarà temperata dal realismo tipico di chi ha consuetudine con la politica, e i suoi vizi. Le primarie non sono un meccanismo perfetto, perché soffrono di tutti i limiti della democrazia, compresa la tensione tra populismo e cedimento agli interessi particolari, che si replica pure a questo livello; ma, quanto meno, aiutano a rendere più trasparente e forse più efficace la selezione interna, soprattutto in presenza di un dibattito schizofrenico e di una legge elettorale fatta apposta per offuscare il singolo candidato, che è sempre di più l’anonimo membro di una lista compilata da altri.
Ha quindi ragione, Musso, quando afferma che “le primarie, all’interno del Popolo della libertà, sono una scelta ormai irrimandabile per stabilire chi portare davanti ai cittadini”, sottintendendo un deficit di dialettica interna e di elaborazione culturale, peraltro visibile ai più. E lo stesso vale per il Partito democratico, che pochi giorni fa ha messo sotto gli occhi dei media lo spettacolo sconsolante dell’elezione del coordinatore regionale del Lazio. Anche in quel caso non c’erano primarie, e il congresso si è risolto in uno scontro in campo aperto tra veltroniani, dalemiani, e altre razze minoritarie. Entrambi i partiti avrebbero tutto da guadagnare da procedure più limpide e responsabilizzanti, e quindi sarebbe una splendida notizia se il centrodestra ligure ascoltasse Musso. Purtroppo è difficile che, senza pressioni esterne, un organismo corregga spontaneamente i suoi errori. Il malessere della società italiana è tangibile, ma se non trova traduzione politica rischia di degenerare in paralisi civile. Un paese che ha un dannato bisogno di riforme, semplicemente, non può permetterselo.
sabato 22 novembre 2008
Perché il pubblico non può scegliere tra qualità e prezzo
Il primo difetto consiste nella mancanza di trasparenza. Poiché il soggetto che paga gli asili è diverso dal soggetto che ne fruisce, viene meno ogni automatismo nel controllo del rapporto qualità/prezzo. Il secondo difetto sta nel fatto che il prezzo alla "clientela" è normalmente mantenuto a un livello "politico", cioè basso, e quindi tende a mettere fuori mercato tutte le strutture che avrebbero una qualità leggermente superiore, ma un prezzo significativamente più alto (senza godere di uguali contributi pubblici ed essendo costantemente esposte al rischio di fallimento, in caso di gestione scriteriata). La somma del primo e del secondo difetto porta al terzo, cioè al fatto che le strutture pubbliche sono come la moneta cattiva che scaccia quella buona, innescando una "race to the bottom" che danneggia tanto i contribuenti (che pagano per le inefficienze) quanto i consumatori (che vedono limitata la loro libertà di scelta).
Come se ne esce? Ci sono diversi modi. Uno è quello individuato dal progetto di riforma di Roberto Calderoli, che passa per la definizione di "costi standard". Le strutture che hanno costi visibilmente superiori a quelli medi vengono costrette a tirare la cinghia. Questo metodo ha due limiti: in primo luogo, non riesce a catturare le specificità locali, secondariamente assume che il livello "medio" di spesa sia anche un livello "efficiente". Così non è, perché alla media partecipano anche le strutture inefficienti. Nel lungo termine, ci si aspetta naturalmente un miglioramento medio, ma anche in questo caso tutto è ancorato al caso, e non è detto che non si ricada nel rischio opposto - quello di arrivare a prezzi troppo alti (per la collettività, non per i consumatori) o qualità troppo scadente (per contenere i prezzi).
Un metodo alternativo è quello di lasciar liberi gli enti locali di organizzarsi come pare a loro. Questo è il federalismo. Gli enti locali migliori, sceglieranno di arrivare direttamente al terzo metodo, che è quello di liberalizzare. In un contesto competitivo, dove cioè prezzi e servizi sono liberi (o, in subordine, ma molto in subordine, il servizio "pubblico" viene assegnato tramite gare non farlocche), è il mercato a (a) far emergere il (o i) rapporto/i ottimale/i tra qualità e prezzo, e (b) far emergere diverse soluzioni con diversi rapporti. Naturalmente liberalizzare vorrebbe dire attaccare frontalmente gli interessi di chi beneficia dello status quo, cioè i politici che fanno le nomine e i dipendenti che sono pagati troppo (rispetto al valore dei servizi che producono) oppure sono troppo numerosi (che è lo stesso), o entrambe le cose. Per questa ragione sono molto pessimista. Per scornarsi contro interessi concentrati e consolidati, serve il supporto dell'opinione pubblica. La vicenda della riforma scolastica, che per certi versi è analoga, mostra però che la consuetudine con lo status quo e una certa avversione al rischio (cioè al nuovo) fa nascere strane coalizioni tra fruitori di un servizio scadente, e responsabili di quel servizio. Non saprei come uscirne, ma non c'è nessuna via d'uscita ovvia.
venerdì 14 novembre 2008
Atenei, contro i nepotismi trasparenza e meritocrazia
La mamma non se la sceglie nessuno, ma il figlio, almeno in università, capita piuttosto spesso. L’inchiesta del Secolo XIX sulle parentele nell’ateneo genovese documenta qualcosa che, se non altro per anedottica, tutti conoscono: il nepotismo accademico. E’ opportuno, naturalmente, non generalizzare: non tutti i casi nascondono trame sordide, e spesso persone appartenenti alla stessa famiglia sono davvero meritevoli e competenti. Inoltre, probabilmente le dimensioni del fenomeno sono meno gravi che in altri posti – come nella facoltà di Economia a Bari, dove quasi un quarto dei docenti hanno almeno un famigliare per collega. Tuttavia, l’aspetto giornalisticamente rilevante è che, di fronte all’osservazione di questo dato, è difficile rimanere insensibili, o accettarlo come una semplice realtà della vita. Tutti – chi per esperienza diretta, chi per sentito dire – percepiscono che i concorsi universitari non sono quel meccanismo di selezione a prova di bomba che, talvolta, viene dipinto.
Infatti, i concorsi sono una diligenza che sembra fatta apposta per essere rapinata. I modi e i tempi con cui vengono banditi possono essere facilmente asserviti a esigenze di clan, ed essi finiscono per essere l’alibi dietro cui si nascondono gli sforzi dei baroni di promuovere i loro accoliti. Non ci sarebbe nulla di sbagliato, in ciò, se il processo fosse sano. In fondo, in qualunque università del mondo i professori cercano di aiutare i loro allievi più meritevoli. Solo che, altrove, chi compie scelte opportunistiche – piazzare il cugino, l’amante o lo yesman – finisce per pagarne le conseguenze, in Italia no. La ragione, come spiega l’economista bocconiano Roberto Perotti nel suo libro “L’università truccata”, sta nella “mancanza di incentivi e disincentivi appropriati. Nell’università italiana nessuno viene premiato se ha successo nella ricerca e nell’insegnamento, e nessuno paga se opera male”. L’università ha dei costi di ingresso molto alti, perché la porta è stretta e tutto viene filtrato attraverso concorsi che, nella maggioranza dei casi, sono pilotati. Ciò non significa che si compiano, generalmente, atti illeciti: per quanto impersonale e astratto, in un concorso c’è sempre una componente umana che è inevitabile e non è neppure desiderabile abolire. Quindi, il candidato somaro ma ben ammanigliato non deve far altro che aspettare che il babbo o la zia riescano a farlo giudicare da una commissione compiacente – magari dietro la promessa di restituire il favore ai commissari non appena necessario, oppure perché stanno già passando all’incasso. Dopo di che, la strada è in discesa: nessuno può tagliare l’insegnante incapace o lo studioso dormiglione, e nessuno può chiamare a risponderne chi gli ha dato un posto. La carriera non procede per merito, ma per anzianità. Il numero di pubblicazioni, la capacità affabulatoria, la profondità della riflessione scientifica sono marginali. Per giunta, è anomala l’evoluzione di redditi e carriere: il giovane, per quanto entusiasta e competente, prende quattro spicci, il vecchio incartapecorito che non legge da vent’anni e non scrive da trenta gode di un trattamento privilegiato.
Essere giovani non è un merito ed essere vecchi non è una colpa; avere un genitore o un parente nella stessa università non dovrebbero essere un handicap più di quanto dovrebbero far saltare gli ostacoli. Però, se si osserva che le famiglie accademiche superano una dimensione critica, se si nota che i loro membri non brillano per abilità, allora bisogna porsi delle domande. La prima riguarda i concorsi: davvero essi sono lo strumento migliore? Probabilmente, no. Poiché ogni concorso nasconde un processo di cooptazione, tanto varrebbe rendere questo meccanismo trasparente – e creare le condizioni per cui i baroni si assumono la responsabilità delle persone di cui si circondano. Tra l’altro, l’esistenza di dinamiche corrotte tende a propagarsi anche agli onesti: se io so che il personale viene selezionato secondo legami personali, cercherò di promuovere i candidati validi utilizzando gli stessi mezzi, pur non condividendoli in teoria. Seconda questione: la struttura delle retribuzioni è efficiente? Anche in questo caso, la risposta è negativa: non c’è ragione al mondo per cui un giovane di valore debba essere pagato meno di un anziano sciatto (così come sarebbe insensato il contrario). La conseguenza è una selezione al contrario: “sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse intellettuali – ragiona Perotti – che avranno più incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente l’anzianità, una variabile in cui tutti sono ugualmente bravi senza nessuno sforzo”. Non stupisce che, nelle classifiche internazionali, gli atenei italiani non figurino quasi mai in posizioni di eccellenza, pur senza soffrire – e questo è un altro mito da sventare – di condizioni particolarmente ostiche dal punto di vista del finanziamento. Sempre per citare Perotti, “non è l’ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse”.
Questi nodi non possono essere sciolti senza incidere profondamente sull’organizzazione dell’università – prima ancora che sulla didattica – e cioè senza dotare di reale autonomia gli atenei e senza metterli in vera competizione l’uno con l’altro (facendo lo stesso coi professori). Le istituzioni migliori devono avere più soldi, e i docenti migliori devono essere meglio pagati, perché questo è l’unico modo di riflettere il loro valore sociale e l’interesse di tutti a una formazione universitaria e una ricerca di qualità. Ricostruire la credibilità degli studiosi e del loro lavoro è l’unico modo per far piazza pulita dei retropensieri. Altrimenti, continuerà ad aleggiare il sospetto che il tale non sia in cattedra perché bravo, ma perché amico di amici.
domenica 9 novembre 2008
Liberismo extraconsiliare

Al solito. Maggioranza e opposizione del Consiglio comunale di Genova si scontrano per ragioni contrapposte, ma egualmente avverse al mercato. In discussione l’istituzione di un’Authority per i servizi pubblici locali (trasporto pubblico, servizi idrici, fornitura di energia elettrica e di gas…) proposta dalla Giunta guidata da Marta Vincenzi (e prevista all’art. 68 c. 5 dello Statuto comunale approvato lo scorso maggio). A favore ovviamente i consiglieri di centrosinistra; contro, altrettanto ovviamente, i consiglieri di centrodestra. Gli uni sostengono che un’autorità di controllo garantirebbe finalmente buona qualità e tariffe contenute dei servizi; gli altri, viceversa, che non garantirebbe altro che lo stipendio dei suoi componenti: “a vigilare sui spl basta il Consiglio comunale!”. Nessuno propone la liberalizzazione. Anche se la privatizzazione di società partecipate e aziende speciali accompagnata dall’affidamento dei servizi tramite gara sarebbe l’unico provvedimento in grado di garantire quella efficienza e quella convenienza dei spl tanto care a entrambi gli schieramenti. A parole.
lunedì 3 novembre 2008
Commercio. Siamo tutti chiavaresi
venerdì 31 ottobre 2008
Uniti nella protesta per qualcosa che non c'è
“Noi la crisi non la paghiamo”. Lo striscione in testa al corteo di ieri dice tanto, e forse involontariamente, sul sentimento prevalente tra quei cinquemila genovesi. Molti di essi non stavano, in realtà, protestando contro il decreto Gelmini, né marciavano per i tagli della finanziaria. E’ stata, la loro, una manifestazione identitaria: può essere un segno di vitalità democratica, ma certo non è una buona notizia per l’oggetto del contendere, cioè la scuola e l’università. Per certi versi, si è trattato dell’equivalente delle prove di forza che i sindacati diedero nel 1994 e nel 2002, contro la riforma delle pensioni (e la riforma D’Onofrio della scuola) e la revisione dell’articolo 18, rispettivamente. L’analogia non finisce qui. Quattordici anni fa, come sei anni fa e come oggi, la massa dei contestatori accusava il governo di ciò che non aveva fatto né intendeva fare. Il progetto del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, contiene alcuni aspetti positivi e altri meno; analogamente, la logica dei tagli indiscriminati affronta un problema reale, non necessariamente nel modo migliore. Ma non c’è alcun tentativo di “privatizzazione” della scuola, né vengono messi in discussione i veri punti nevralgici, che vanno dall’allocazione dei finanziamenti all’autonomia degli istituti. Sul Corriere della sera di mercoledì, Michele Salvati ha suggerito che sia proprio l’assenza di un disegno organico, l’insistenza sui dettagli per quanto importanti, a spingere alla rivolta quella strana coalizione tra insegnanti e studenti, bidelli e famiglie, consumatori e fornitori del servizio educativo. Da qui, le critiche all’esecutivo per la sua mancanza di coraggio. Magari fosse così, perché sarebbe segno di una grande maturità da entrambe le parti. La sensazione, però, è che gli scioperi si siano svolti, paradossalmente, in un mondo parallelo in cui il governo dava retta a Salvati e agiva di conseguenza.
Riformare scuola e università richiede uno sforzo enorme, a partire dall’individuazione dei problemi. Problemi di inefficienza, anzitutto, come è emerso con chiarezza dal dibattito, sul Secolo XIX, tra Mauro Barberis e Maurizio Maresca (sulla Stampa di ieri, Luca Ricolfi ha stimato che, risolvendoli, si potrebbe risparmiare fino al 10 per cento). Poi, problemi di qualità: i test internazionali sulla preparazione degli studenti nelle materie scientifiche rivelano un gap drammatico rispetto agli altri paesi; per quel che riguarda l’università, nessuno dei nostri atenei compare tra quelli più reputati. La ragione è che non c’è traccia di meritocrazia, nel nostro percorso educativo. La meritocrazia non è un valore che possa essere sbandierato: è una pratica quotidiana, che dipende dai meccanismi di selezione, interna agli istituti e tra di essi, pubblici o privati che siano. Dopo di che, si può ritenere tranquillamente che il governo non stia affrontando queste criticità, o che le stia affrontando nel modo sbagliato. Ma quando il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, dice che “nelle scuole italiane non ci sono fannulloni, né abbiamo a che fare con le baronie”, non fa altro che allargare la faglia che separa la realtà dalla retorica, cioè il mondo raccontato oggi dai giornali da quello in cui il governo raccoglie la sfida di Salvati. Fannulloni e baroni non sono categorie dello spirito, ma persone in carne e ossa che adottano comportamenti socialmente nocivi, e con la cui esistenza chiunque, tranne forse Epifani, si è più volte scontrato. Negarne l’esistenza è doppiamente ridicolo: perché contraddice l’esperienza di tutti e perché rafforza il sospetto che la battaglia contro Mariastella Gelmini non esprima la, più o meno comprensibile, resistenza a questa riforma, bensì una più vasta ostilità a ogni tipo di riforma.
La manifestazione di ieri può essere compresa solo se si realizza che essa esprime una posizione latamente politica, che ha trovato nella scuola la scorciatoia più facile per organizzare il dissenso. Ciò determina una sovrapposizione opaca tra le legittime ragioni di chi teme provvedimenti concreti e quelle di chi, invece, rema contro a prescindere. La richiesta che sale dalla piazza è tanto forte quanto confusa: cosa vogliono, quelle persone? Se bisogna dar retta allo striscione, non vogliono pagare per la crisi. Che è una richiesta irreale, rarefatta: dalla recessione non si scappa, e in ogni caso il decreto Gelmini e i tagli alla scuola non dipendono dal ciclo economico.
Il fatto che la protesta sia fenomeno diffuso e, almeno in parte, slegato dalle sue motivazioni ufficiali, può anche costituire un’opportunità. Nel 1994, ci si muoveva contro la riforma della previdenza come se le pensioni fossero state azzerate; nel 2002, come se il governo avesse messo in discussione l’intero statuto dei lavoratori; e oggi si fanno le barricate come se in ballo ci fosse davvero una riforma ampia dell’istruzione. Ciò sottende che il costo politico di una piccola riforma sia quasi lo stesso che per una grande. Se, per assurdo, si fosse davvero tentato di privatizzare l’università, l’aspetto delle piazze non sarebbe stato molto diverso. Poiché gli attriti sono i medesimi, allora tanto varrebbe ragionare attorno a una trasformazione che sia davvero radicale, e che investa i centri di potere e le fonti di inefficienza vere: dalle modalità di finanziamento alla razionalizzazione degli istituti e dei corsi di laurea, dalla creazione di meccanismi competitivi alla miglior gestione del personale, fino all’abolizione del valore legale del titolo di studio. Se è corretta l’analisi di Dino Cofrancesco, che ha denunciato la natura corporativa della protesta, allora siamo nel mezzo di una partita a poker, in cui uno dei giocatori dà evidenti segni di nervosismo. Avrà, Mariastella Gelmini, il coraggio di rilanciare?
martedì 28 ottobre 2008
Il carbone non si rimpiazza dall'oggi al domani
La battaglia di striscioni tra i dipendenti della centrale Enel di Genova e i militanti di Greenpeace non è lo scontro anacronistico tra economia ed ecologia, lavoro e ambiente. Il reciproco scambio di accuse, clima killer contro ecocazzari, è la versione popolare di uno tra i temi più complessi che la politica oggi si trova ad affrontare, e cioè quale valore si debba dare alla cosiddetta sostenibilità, come affrontare le tante incertezze che a essa sono sottese, e con quali tempi. E’ lo stesso tipo di confronto, per certi versi, che vede su un livello più alto opporsi l’Italia e l’Unione europea sul pacchetto clima, ma in modo più crudo e più vivo. Qui non c’è gioco lobbistico o guerra di cifre: qui c’è chi difende il proprio reddito e chi pensa che le sue attività mettano a repentaglio il futuro di tutti.
Per cominciare, dunque, i dati. L’impianto a carbone che sta tra il molo San Giorgio e l’ex Idroscalo risale al 1927-28, quando era la centrale più grande d’Europa; ma non è, ovviamente, la stessa cosa di allora. I due gruppi originari, da 25 megawatt ciascuno, sono stati più volte sostituiti, e ora la potenza installata è pari a 300 megawatt. I cambiamenti non hanno riguardato solo la crescita dimensionale, ma anche l’adeguamento alle normative ambientali, sempre più stringenti. Questo è un dato cruciale: come tutti gli impianti italiani, anche quello sotto la Lanterna deve rispettare le regole nazionali e comunitarie. Come ogni impianto alimentato a carbone, anche questo ha emissioni di anidride carbonica (CO2), sospettata di contribuire al riscaldamento globale, relativamente alte. Va però notato che la CO2 non è dannosa alla salute o all’ambiente, di per sé – tanto che chiunque la ingurgita inconsapevolmente quando beve bibite gassate. Gli stessi sforzi europei non puntano a limitare le emissioni di biossido di carbonio dalle singole centrali, ma a contenere il totale delle emissioni. Questa è una differenza sostanziale rispetto agli inquinanti propriamente detti, come il monossido di carbonio, gli SOx, gli NOx e le polveri, che in concentrazione eccessiva sono epidemiologicamente correlate a diversi mali.
Dal punto di vista pratico, la centrale genovese serve a soddisfare i consumi cittadini. Non è possibile, semplicemente premere il tasto “off”. “E’ possibile sostituire la potenza della Lanterna con fonti pulite come eolico e solare”, ha detto ieri al Secolo XIX il responsabile campagna energia e clima di Greenpeace, Francesco Tedesco. Ammesso che sia vero, non sarebbe sufficiente: l’impianto Enel lavora, mediamente, tra le quattro e le cinquemila ore all’anno, e soprattutto può entrare in funzione ogni volta che è necessario. Solare ed eolico funzionano, in media, un migliaio di ore all’anno, cioè a parità di potenza installata generano tra un quarto e un quinto dell’elettricità, e per giunta lo fanno quando le condizioni climatiche lo consentono; inoltre, costano di più, per chilowattora prodotto, e l’extracosto ricade sulle spalle dei cittadini attraverso la tariffa. Sarebbe come confrontare due automobili con lo stesso numero di cavalli: una si muove mediamente cinquantamila chilometri l’anno e si mette in moto quando girate la chiave. L’altra è alimentata dal sole: ha un costo-chilometro superiore, vi consente di percorrere al massimo diecimila chilometri all’anno, e cammina solo quando pare a lei. E’ ovvio che questi due veicoli non sono realmente alternativi, nel senso che il secondo non può sostituire il primo. Fuor di metafora, le nuove rinnovabili sono splendide, ma al momento non sono in grado, per ragioni tecnologiche ed economiche, di rimpiazzare le fonti convenzionali, cioè i combustibili fossili e il nucleare. Possono svolgere un ottimo ruolo al loro fianco, ma è irrealistico pensare che possano fare di più. Per questo il valore per la società di un chilowattora a carbone è superiore a quello dello stesso chilowattora solare o eolico – e il suo costo è inferiore.
Ciò non significa che non si possano, nel lungo termine, immaginare cambiamenti anche sostanziali nel nostro panorama energetico. Ma essi non possono non venire dal progresso tecnologico, dallo sviluppo di fonti che siano, al tempo stesso, competitive e pulite. Pretendere mutamenti drastici e immediati è utopistico, se non dannoso. Il carbone, peraltro, occupa un ruolo marginale nel paniere energetico italiano, a differenza di quanto accade, e non senza motivo, nel resto d’Europa – come ha recentemente notato il segretario nazionale della Filcem-Cgil, Giacomo Berni. Anche perché in un settore che, come quello energetico, ha un’alta intensità di capitale, le evoluzioni sono per loro stessa natura morbide, graduali. Difficilmente avvengono con degli strappi bruschi. Sul piano occupazionale, questo significa che i centoventi lavoratori della centrale Enel hanno ragione a difendere il loro posto. E’ chiaro che le loro rivendicazioni hanno l’obiettivo di tutelare la loro posizione individuale, ma essa coincide col più ampio e generale interesse a disporre di forniture energetiche affidabili, continuative, economiche e a impatto ambientale ragionevolmente contenuto. L’Enel si è impegnata con la regione Liguria a smantellare la centrale entro il 2020: dando il tempo di riqualificare il personale, una parte del quale nel frattempo andrà in pensione, e di rimpiazzare l’elettricità oggi prodotta col carbone genovese. Il passaggio da una fonte di energia a un’altra, o meglio l’evoluzione del mix energetico nel suo complesso, non può prescindere dalla creazione di un servizio migliore – cioè efficiente ed economico. Risolvere questioni complesse è difficile e richiede tempo: molto più che scalare la Lanterna.
Crossposted @ RealismoEnergetico.org
sabato 25 ottobre 2008
Il protezionismo dell'aperitivo
martedì 14 ottobre 2008
Del perché i politici hanno diritto al parcheggio privilegiato
domenica 12 ottobre 2008
Il Terzo Valico tra Keynes e la crisi
Caro Direttore,
Sul Giornale di domenica 12 ottobre 2008, Walter Bertini sostiene che la realizzazione delle grandi infrastrutture, come il Terzo Valico, potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalla crisi finanziaria. Il riferimento storico a cui Bertini guarda è quello del New Deal, cioè il massiccio piano di investimenti pubblici voluto dal presidente americano Franklin D. Roosevelt. Allo scopo di consentire un nuovo New Deal europeo, egli propone di studiare meccanismi che consentano di porre la spesa per questo genere di investimenti al di fuori del vincolo del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil degli Stati membri, sancito dal trattato di Maastricht. Questa analisi è discutibile sotto tre punti di vista: storico, teorico e pratico.
Dal punto di vista storico, la crisi del ’29 fu causata principalmente da una cattiva politica monetaria. L’interventismo rooseveltiano non ebbe alcuna virtù salvifica, ma prolungò gli effetti del crollo borsistico per oltre dieci anni e ne aggravò l’impatto sull’economia reale. Posto che il paragone tra il 1929 e il 2008 non tiene (se non altro perché oggi, fortunatamente, non si vedono e non si prevedono i tassi d’inflazione e disoccupazione di allora), vi sono ragioni per credere che la spesa pubblica non possa risolvere un fenomeno di questo genere (la sostanziale indifferenza dei mercati ai salvataggi a catena di questi giorni ne è una conferma). La tesi di Bertini, secondo cui “lo Stato tornò a investire in grandi opere infrastrutturali che potevano assicurare migliaia di posti di lavoro, fatturato per le imprese e gettito per le casse pubbliche”, è risibile. Infatti lo Stato poteva e può reperire risorse in due modi: attraverso il prelievo fiscale, o stampando moneta (e producendo inflazione). In entrambi i casi, il risultato era ed è quello di impoverire cittadini e imprese e redistribuire risorse, normalmente in modo inefficiente. Infatti, delle due l’una: o le infrastrutture, come il Terzo Valico, servono, oppure no. Nel primo caso, esse vanno realizzate in nome della loro utilità, e non a causa di ragioni congiunturali. Nel secondo, non c’è crisi che possa rendere utile un’opera inutile. In entrambi i casi, la riflessione su quali infrastrutture debbano essere realizzate e quali no dovrebbe essere sottratta a considerazioni relative al ciclo economico. Se fosse vero, d’altronde, che l’intervento pubblico genera ricchezza, il Mezzogiorno d’Italia dovrebbe essere una tra le aree più progredite d’Europa, il Nordest una tra le più povere. Guardacaso, accade il contrario. In generale, un buon indicatore dell’utilità di un’infrastruttura è la sua capacità di attirare finanziamenti privati: è su questo che si dovrebbe misurare l’urgenza del Terzo Valico, non sulle condizioni dell’economia in generale.
Una conseguenza di tutto ciò è che il rigore dei conti pubblici è di fondamentale importanza proprio nei momenti di vacche magre, quando più alta è la tentazione dello spreco e quando più rischioso è l’aumento della spesa, che necessariamente presuppone un pari aumento del prelievo (attuale o futuro) e, dunque, la creazione di una zavorra per l’economia reale. Non c’è nulla che i governi possano fare per accelerare la fine della crisi, se non ritirarsi nel cantuccio che gli spetta: scrivere regole rigorose ma semplici, provvedere all’erogazione dei servizi pubblici in modo efficiente, rimuovere tutti gli ostacoli alla crescita dell’economia. Tra di essi, alte tasse, eccessi regolatori e spesa pubblica.
Per uscire dalla crisi del 2008, l’unica cosa che non serve sono quelle politiche pubbliche che trasformarono, ottant’anni fa, una crisi di Wall Street in una Grande Depressione.
Carlo Stagnaro
www.iltigullio.info
mercoledì 24 settembre 2008
All'asta Marassi
(*) Ok, non necessariamente uno stadio privato ed efficiente può garantire il raggiungimento di proprio tutti gli obiettivi desiderati. Ma in questa vita ci serve, un po' di utopia.