domenica 1 febbraio 2009
Anche i passeggeri nel loro piccolo s'incazzano
Sono le 21,34 di venerdì 30 gennaio e, assieme a qualche decina di povericristi come me, mi sto girando i pollici nell’aeroporto di Fiumicino. Ci hanno appena comunicato che il volo delle 21,25 per Genova (che avrebbe dovuto decollare nove minuti fa) è differito alle ore 22,00 (in realtà, ci faranno imbarcare in quel momento, col risultato di arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo). Differito – così ha detto la gentile signorina al gate A22 per placare la rabbia di chi, a quest’ora, vorrebbe tornare da moglie e figli. La reazione dei passeggeri, puoi immaginartela. C’è il vecchietto isterico che “figgi de bagasce!”. C’è l’altro prototipo di vecchietto, quello bonaccione con una spolverata di capelli bianchi che la prende sul ridere. C’è la coscialunga in carriera, c’è il ragazzino col computer tempestato di stickers, c’è il manager che prende un appuntamento per domani mattina, ci sono tutte le gradazioni del grigio e del blu negli abiti anonimi e nelle cravatte di questa strana umanità che viaggia per lavoro e rientra in giornata (e qualcuno che azzarda combinazioni più chic, uno con cravatta salmone a righe gialle su giacca carta zucchero e camicia che ne riprende i colori). Tutti che cristonano nel telefonino, tutti che chiedono come stai a chi risponde dall’altro capo, tutti che si affollano al bar per addentare un costosissimo panino alla plastica, tutti che raccontano i pettegolezzi di oggi come se questo potesse ingannare il grande cronometro dell’universo e comprimere lo spazio che ci separa dall’ingresso sul velivolo. E invece tic toc tic toc, l’orologio gira lento come non mai. Sai cosa non c’è, se si esclude qualche isolata reazione iniziale?
Non c’è più la rabbia. Una volta, l’annuncio di un ritardo importante, soprattutto in certe giornate e in certi orari, destavano la rabbia dei passeggeri. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva di parlare col capo, qualcuno semplicemente diceva alla signorina al gate tutto quello che pensava di lei, della sua mamma e soprattutto della compagnia per cui lavorava. Invece, nulla. La rabbia è sparita. Gli ultimi due anni, durante i quali si è svolto il pazzesco teatrino della privatizzazione di Alitalia, hanno a tal punto fiaccato la pazienza della gente che adesso il ritardo fa parte del novero delle cose certe, assieme alla morte e le tasse. Quelli di noi che si erano illusi, nelle meno delle due settimane trascorse dall’avvio della nuova Alitalia, che quella brutta parentesi si fosse chiusa, oggi sono tornati alla realtà. E’ vero: secondo quanto ha riferito il pilota (di un volo operato da Airone, peraltro) il ritardo era dovuto all’inefficienza dei servizi aeroportuali. Però, resta il fatto che dei quattro voli che io ho preso oggi, tre erano in ritardo, quale che ne fosse la causa.
Il problema vero, in fondo, è che la manovra governativa per la privatizzazione di Alitalia e il salvataggio di Airone è stata concepita in modo tale da aggirare quello che dovrebbe essere l’obiettivo vero del processo di de-statalizzazione dell’economia: cioè introdurre concorrenza per fare efficienza. Mentre ai contribuenti sono state accollate tutte le perdite (e il debito) del vettore tricolore, attraverso la bad company, i consumatori hanno visto precipitare tra le braccia del monopolio quello che era un mercato già scarsamente competitivo, almeno per quel che riguarda le tratte nazionali. Uno degli elementi chiave della cessione a Cai è stato infatti la sospensione dei poteri antitrust, che servono proprio a evitare che le regole del confronto competitivo vengano aggirate o annichilite. Così, si è cambiato tutto a condizione che nulla cambiasse.
Non bisogna, ciò detto, precipitare nel pessimismo. Nonostante tutte le resistenze e gli accorgimenti in senso contrario, l’uscita del Tesoro dalla compagine azionaria di Alitalia è una buona notizia, perché difficilmente i grandi cambiamenti – e questo lo è, anche se avrebbe dovuto verificarsi meglio e prima – restano senza conseguenze. Quindi, è ragionevole attendersi nel lungo termine il ristabilirsi di un contesto concorrenziale propriamente detto, anche perché le direttive europee puntano esattamente in quella direzione.
Si tratta di avere pazienza. Abbiamo sofferto tanto, soffriremo ancora. Soffriremo forse di più, perché quello scampolo di concorrenza che c’era tra Alitalia e Airone è venuto meno. Pagheremo biglietti salati. E continueremo a volare in ritardo, a perdere le connection, a ingurgitare il cibo di Big Jim coi nomi delle piazze romane in quegli squallidissimi chioschetti di Fiumicino. Continueremo a telefonare per annunciare che non aspettarmi a cena, arrivo tardi. Continueremo a fare tutto questo, ma per favore, non perdiamo noi stessi. Continuiamo a incazzarci. Non serve a nulla, ma almeno ci fa sentire vivi.
venerdì 9 gennaio 2009
Il prezzo (del biglietto) è giusto?
I termini giusti sono questi: la leva del prezzo è, per Amt, a differenza che per qualunque altra impresa, una variabile del tutto indipendente. E ciò perché non esiste un vero mercato competitivo. Se anche non si crede che il trasporto pubblico, viste le sue caratteristiche, non si presti a un modello di concorrenza nel mercato, esso può comunque essere reso più efficiente attraverso l'adozione di un modello di concorrenza per il mercato. Cioè, il comune e gli altri enti pubblici eventualmente coinvolti dovrebbero periodicamente bandire delle gare tra tutti coloro che sono in grado di offrire un servizio rispettoso di certi standard di costo e qualità del servizio. Solo così è possibile innescare un miglioramento del rapporto prezzo/qualità. Come dimostra Ugo Arrigo in questo paper, invece, l'assenza di qualunque forma di competizione causa un livello di inefficienza mostruosa: solo portando l'efficienza del trasporto pubblico locale italiano (si suppone che il caso genovese non svetti per eccellenza) ai livelli europei, si potrebbero ridurre di un terzo i costi operativi, praticamente eliminando la necessità del biglietto (oppure, che sarebbe meglio, riducendo significativamente i sussidi pubblici). Ma difficilmente si può creare vera concorrenza finché le principali aziende di Tpl saranno possedute dagli stessi enti locali.
Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi.
sabato 27 dicembre 2008
A Sestri Levante Babbo Natale porta un baraccone pubblico
Il primo carrozzone pubblico del 2009 nascerà a Sestri Levante? Lo sapremo lunedì, quando il consiglio comunale dovrà discutere una delibera volta ad “assicurare il controllo pubblico… su tutte le attività e le strutture in ambito portuale”, compresi forse i servizi strettamente commerciali. A tal fine, è prevista la creazione di un “soggetto giuridico societario costituito dal comune e da esso controllato attraverso la proprietà maggioritaria del relativo capitale azionario”, le cui attività dovranno “garantire comunque all’amministrazione pubblica una quota adeguata del reddito prodotto dall’utilizzazione dei beni pubblici demaniali”. Queste poche righe sono un concentrato del male che caratterizza l’erogazione dei servizi pubblici in Italia, e che li rende più costosi e meno efficienti. In pratica, la giunta guidata da Andrea Lavarello vuole creare una nuova società controllata dal comune, che dovrebbe al tempo stesso gestire – presumibilmente in affidamento diretto – tutte le concessioni e i servizi portuali, e fornire all’erario entrate sufficienti. Cioè, il progetto di fondo è quello di cancellare ogni forma di possibile concorrenza, istituendo una tassa occulta sulle attività portuali.
La nuova società si andrebbe ad aggiungere alle cinque già partecipate dal comune di Sestri Levante (che ha meno di ventimila abitanti), tra cui Stella Polare (che gestisce la casa di riposo e la farmacia) e Fondazione Mediaterraneo (il cui scopo è la “promozione della ricerca avanzata e la diffusione della cultura della comunicazione, intesa come scambio di informazioni che utilizzino tutti i media, dalla parola, alla carta stampata, fino alle più avanzate tecnologie telematiche”, cioè macina soldi pubblici e produce chiacchiera privata). Non c’è nulla, ma proprio nulla, che sia oggi fatto da queste realtà e che non possa essere svolto meglio da soggetti privati in regime competitivo.
La delibera della giunta di Sestri Levante sostiene che “evidentemente” un soggetto privato non sarebbe in grado di svolgere propriamente tutte le funzioni richieste, ma poi richiede che la nuova compagnia pubblica fornisca al comune un sufficiente flusso di cassa: cioè, l’obiettivo non è minimizzare il costo per il consumatore, ma massimizzare il reddito per il comune. E’ il più classico degli esempi di rendita da monopolio. L’unica differenza tra un monopolio privato (garantito dalla legge) e uno pubblico è che nel primo la rendita si trasforma, generalmente, quasi integralmente in extraprofitti, mentre nel secondo si ripartisce tra extraprofitti e inefficienze (per esempio, livelli occupazionali eccessivi).
Quella di cancellare la competizione per occupare un mercato non è, purtroppo, un’abitudine del solo comune di Sestri Levante. Un’inchiesta di un paio di anni fa del Liguria Business Journal ha mostrato come le società controllate dal comune di Genova abbiano un fatturato complessivo di più di un miliardo di euro e occupino quasi settemila persone; il comune della Spezia partecipa a quarantasei diverse società, Savona undici, Imperia dodici, Chiavari quattro. Sul sito della provincia di Genova vengono censite ventiquattro partecipazioni, mentre la Regione Liguria partecipa direttamente a tre consorzi e otto aziende, tra cui la Filse, una holding che ha in pancia una pluralità di altre compagnie.
Quando va bene, questi soggetti introducono inefficienze sul mercato o ne estraggono rendite a favore dell’azionista pubblico; quando va male, sono veicoli fuori bilancio utilizzati per nascondere i puffi delle amministrazioni o come strumenti clientelari. In ogni caso, quel che davvero conta non è se appartengano, individualmente, all’una o all’altra categoria: il semplice fatto che possano appartenere alla seconda, e che comunque non arrechino alcun beneficio al consumatore, dovrebbe essere più che sufficiente ad abbandonare questa forma di controllo dell’economia. Nella maggior parte dei casi, poi, queste società non sono quotate a Piazza Affari, e dunque non hanno neppure quel minimo di disciplina finanziaria che è imposta dalle regole della borsa.
Il bello è che tutte le parti politiche dicono di voler porre fine allo “statalismo municipale”: ci ha provato, nella scorsa legislatura, il ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta, con un disegno di legge che avrebbe abolito l’affidamento diretto (e dunque fatto venir meno l’incentivo a costituire società di comodo). Il progetto fu affossato dall’opposizione ideologica di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e verdi. All’indomani delle elezioni 2008, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, avanzò un’idea simile, che era in parte contenuta nella finanziaria, ma che venne subito neutralizzata su opportunistica richiesta della Lega (che nei suoi comuni gestisce molte e ricche municipalizzate). Se in Parlamento sono le ali estreme a fare il lavoro sporco, a quanto pare in periferia le cose vanno diversamente. I sindaci, di qualunque colore essi siano, se ne fregano delle liberalizzazioni e vanno avanti per la loro strada. Il primo cittadino di Sestri Levante, Lavarello, appartiene al Partito democratico come Lanzillotta, ma si comporta coerentemente con le indicazioni dell’asse comunista-leghista. Lo stesso fanno altri sindaci del Pd e del Pdl. L’assalto al portafoglio dei consumatori e l’istinto al controllo pubblico dell’economia sono, quasi per definizione, bipartisan.
domenica 7 dicembre 2008
Dalla crisi si esce con meno tasse
Dalla finanza creativa al rigorismo contabile, il passo può essere breve. Così, almeno, è accaduto nel caso di Giulio Tremonti, l’uomo accusato dal centrosinistra vittorioso nel 2006 dello sfascio del bilancio pubblico, e che oggi si mette di traverso a tutte le iniziative di spesa.Opponendosi al ricorso disinvolto ai crediti d’imposta (che “non possono essere un bancomat”) e nella resistenza alle richieste di aiuti pubblici, il ministro dell’Economia interpreta un atteggiamento razionale di fronte alla doppia sfida posta dalla crisi economica mondiale e dagli specifici handicap italiani. Sono queste due condizioni a limitare la libertà di manovra del governo, a costringerlo a camminare su un sentiero stretto e impervio. È dunque un atto di responsabilità prenderne atto e rinunciare alla flessibilità annunciata dall’Unione europea riguardo ai parametri di Maastricht.
L’Italia è infatti il Paese col debito pubblico più alto: il 104,1 per cento del prodotto interno lordo nel 2008. Il secondo peggior Stato membro è la Grecia, col 93,4per cento, quello migliore è il Lussemburgo (14,1 per cento), la media dell’eurozona è del 66,6 per cento. È anzitutto questa realtà a scoraggiare il finanziamento della spesa pubblica in deficit. Come ha notato sul Sole 24 Ore di ieri Luca Beltrametti, l’esigenza di mantenere in ordine i conti pubblici non va letta soltanto in relazione agli obblighi comunitari, ma anche rispetto alla credibilità del sistema paese, e dunque alla sua capacità di attrarre investimenti.“I mercati giudicano le nostre politiche fiscali non solo sulla base del rispetto scolastico dei parametri di Maastricht – ha scritto il professore dell’Università di Genova – ma anche sulla base dei diversi fattori che determinano l’effettiva capacità del Paese di onorare il debito… L’Italia è quindi probabilmente il Paese europeo più interessato a che le deroghe del regime tradizionale di determinazione del rapporto debito/Pil avvengano in un quadro di massima trasparenza”.
Nella sostanza, la tesi di Beltrametti è che, poiché siamo lo Stato con la situazione contabile più critica, è nostro interesse, sia nel breve che nel lungo termine,non peggiorare le cose,perché ogni scivolamento ci si ritorcerebbe contro. Quando il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evocato lo spettro dell’Argentina e ha scandito la possibilità di default, insomma, non ha fatto un’iperbole,ma ha indicato un rischio concreto, per quanto relativamente basso, con cui l’Italia deve oggi confrontarsi e che non può in ogni caso ignorare. Il monito di Sacconi, per quanto ingiustamente criticato, è insomma il necessario richiamo a non abbassare la guardia. Allo stesso modo, ha perfettamente ragione Tremonti a contrastare le sirene del keynesismo e a disertare gli appelli confindustriali. L’argomento del ministro è lineare: «Il nostro vincolo non è il patto, è il mercato finanziario», ha affermato mercoledì in audizione alla Camera. Ora, questo è un passaggio fondamentale, perché nasconde una verità spesso trascurata: l’Italia sta patendo la crisi finanziaria come tutti gli altri, ed è dunque chiamata a mettere in campo strumenti eccezionali per reagirvi (a partire dal moderato intervento a sostegno della capitalizzazione del sistema bancario). Ma la sua patologia è più profonda, e deriva da ruggini e svantaggi competitivi strutturali, che esistevano prima dell’entrata in recessione ed esisteranno dopo, se non verranno prese adeguate contromisure. Oggi subiamo come gli altri, ma ieri abbiamo creato meno ricchezza e siamo cresciuti meno.
Tre indicatori possono aiutare a comprenderne le ragioni. Secondo la classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, che misura la facilità nello svolgere attività imprenditoriali, l’Italia è al sessantacinquesimo posto (con punte straordinariamente negative: siamo centoventottesimi per la complessità delle norme tributarie e centocinquantaseiesimi per il rispetto dei contratti). Per quanto attiene alla libertà economica, l’Italia è sessantaquattresima, tra il Madagascar e gli Emirati Arabi Uniti. Infine, l’indice della competitività ci consegna un non entusiasmante quarantanovesimo posto. In tutti e tre questi indicatori, poi, di anno in anno il nostro Paese segue un lento calo, frutto più che altro dell’altrui miglioramento.
Paradossalmente, questo crea una grande opportunità per l’Italia: con le stesse riforme, essa può accelerare l’uscita dalla crisi e porre le basi per un rilancio. Essenzialmente, si tratta di ridurre il peso dello Stato – a partire dal carico fiscale – e sciogliere i lacci che trattengono l’economia, oltre che cancellare le varie rendite di posizione create da un contesto regolatorio soffocante. Occorre creare vera competizione dove non c’è, cioè proseguire il cammino liberalizzatore iniziato a fine anni Novanta – tra l’altro, ciò renderebbe possibile una riduzione dei prezzi, per esempio, dei servizi pubblici locali. Ma bisogna anche aggredire con forza la questione fiscale: sul Foglio di ieri, Ernesto Felli ha sottolineato che “la politica dovrebbe avere come obiettivo la rimozione o l’attenuazione” delle distorsioni create da una fiscalità rapace e confusa, e cioè “limare le aliquote”. Durante il biennio del centrosinistra e poi in campagna elettorale, Tremonti ha spesso accusato la coalizione guidata da Romano Prodi di praticare la “filosofia del tassa e spendi”. L’impegno rigorista del ministro dell’Economia dimostra la sua buonafede sul lato della spesa. Per quel che riguarda invece le tasse, dalla Robin Tax al raddoppio dell’Iva su Sky, ha dato un’altra sensazione: questa sarà la legislatura di “Giulio Padoa Schioppa”?
martedì 2 dicembre 2008
- authority + concorrenza

Anche per questo in parlamento sono in discussione più progetti di riforma della legge n. 84/1994 e, sempre al riguardo, è allo studio anche un organico disegno di legge del governo cui il ministro dei trasporti Matteoli pare tenere particolarmente. In attesa di avere a disposizione la versione definitiva del testo, l’auspicio è di vedere portato avanti il processo di liberalizzazione del comparto iniziato quattordici anni fa con scarsi risultati soprattutto a causa dello strapotere attribuito all’autorità portuale.
Meno authority e più concorrenza farebbero bene al porto (che attrarrebbe più vettori e più investitori), e anche ai tribunali (che si potrebbero finalmente occupare di altro).
lunedì 1 dicembre 2008
Su luce e gas il governo fa invasione di campo
venerdì 28 novembre 2008
Torna la disoccupazione nel Tigullio: anche gli errori?
sabato 22 novembre 2008
Perché il pubblico non può scegliere tra qualità e prezzo
Il primo difetto consiste nella mancanza di trasparenza. Poiché il soggetto che paga gli asili è diverso dal soggetto che ne fruisce, viene meno ogni automatismo nel controllo del rapporto qualità/prezzo. Il secondo difetto sta nel fatto che il prezzo alla "clientela" è normalmente mantenuto a un livello "politico", cioè basso, e quindi tende a mettere fuori mercato tutte le strutture che avrebbero una qualità leggermente superiore, ma un prezzo significativamente più alto (senza godere di uguali contributi pubblici ed essendo costantemente esposte al rischio di fallimento, in caso di gestione scriteriata). La somma del primo e del secondo difetto porta al terzo, cioè al fatto che le strutture pubbliche sono come la moneta cattiva che scaccia quella buona, innescando una "race to the bottom" che danneggia tanto i contribuenti (che pagano per le inefficienze) quanto i consumatori (che vedono limitata la loro libertà di scelta).
Come se ne esce? Ci sono diversi modi. Uno è quello individuato dal progetto di riforma di Roberto Calderoli, che passa per la definizione di "costi standard". Le strutture che hanno costi visibilmente superiori a quelli medi vengono costrette a tirare la cinghia. Questo metodo ha due limiti: in primo luogo, non riesce a catturare le specificità locali, secondariamente assume che il livello "medio" di spesa sia anche un livello "efficiente". Così non è, perché alla media partecipano anche le strutture inefficienti. Nel lungo termine, ci si aspetta naturalmente un miglioramento medio, ma anche in questo caso tutto è ancorato al caso, e non è detto che non si ricada nel rischio opposto - quello di arrivare a prezzi troppo alti (per la collettività, non per i consumatori) o qualità troppo scadente (per contenere i prezzi).
Un metodo alternativo è quello di lasciar liberi gli enti locali di organizzarsi come pare a loro. Questo è il federalismo. Gli enti locali migliori, sceglieranno di arrivare direttamente al terzo metodo, che è quello di liberalizzare. In un contesto competitivo, dove cioè prezzi e servizi sono liberi (o, in subordine, ma molto in subordine, il servizio "pubblico" viene assegnato tramite gare non farlocche), è il mercato a (a) far emergere il (o i) rapporto/i ottimale/i tra qualità e prezzo, e (b) far emergere diverse soluzioni con diversi rapporti. Naturalmente liberalizzare vorrebbe dire attaccare frontalmente gli interessi di chi beneficia dello status quo, cioè i politici che fanno le nomine e i dipendenti che sono pagati troppo (rispetto al valore dei servizi che producono) oppure sono troppo numerosi (che è lo stesso), o entrambe le cose. Per questa ragione sono molto pessimista. Per scornarsi contro interessi concentrati e consolidati, serve il supporto dell'opinione pubblica. La vicenda della riforma scolastica, che per certi versi è analoga, mostra però che la consuetudine con lo status quo e una certa avversione al rischio (cioè al nuovo) fa nascere strane coalizioni tra fruitori di un servizio scadente, e responsabili di quel servizio. Non saprei come uscirne, ma non c'è nessuna via d'uscita ovvia.
lunedì 17 novembre 2008
giovedì 13 novembre 2008
Liberalizzare i saldi
lunedì 3 novembre 2008
Commercio. Siamo tutti chiavaresi
sabato 25 ottobre 2008
Il protezionismo dell'aperitivo
sabato 27 settembre 2008
Vorremmo essere tutti imperiesi
martedì 23 settembre 2008
Sanità. Chi controlla i controllori?
lunedì 1 settembre 2008
L'acqua a ogni costo
In verità, comunque, a Rustichelli interessa abbastanza poco la gestione della società, quanto piuttosto i prezzi dell'acqua, che ritiene troppo alti. Come è costume per le municipalizzate, il sito di Idrotigullio è zeppo di informazioni tecnicamente corrette ma privo di informazioni utili e, quindi, non dice come i consumi vengano tariffati e perché. Ci spiega però che la legge fissa al 7 per cento la remunerazione del capitale investito, e questo è un primo punto: surprise surprise, l'azienda non ha alcun incentivo a essere efficiente, perché se lo è non potrà comunque produrre utili aggiuntivi da distribuire ai soci. Al tempo stesso, opera in condizioni virtualmente monopolistiche, e quindi foriere di inefficienze. A questo duplice problema - che è comune a tutt'Italia - si può rispondere in un solo modo: liberalizzando i servizi idrici e privatizzando le società che competono per fornirli.
Resta il nodo dell'aumento delle tariffe (contro Idrotigullio è stata proclamata una class action, che non esiste, ma si sa, conta l'effetto annuncio). In Italia (non solo nel Tigullio) c'è effettivamente un problema di prezzi dell'acqua, ma al contrario: sono troppo bassi, determinando sprechi e sottoinvestimento (come scrive oggi Francesco Giavazzi). Le perdite dalle reti idriche italiane (soprattutto al Sud) sono inconcepibili, e possono trovare rimedio solo creando un autentico sistema di mercato nel quale il prezzo sia effettivamente una misura di valore, e non la casella su cui si è assestato il boccino della politica.
domenica 31 agosto 2008
Holding pubbliche
Parole Sante signor Ministro speriamo non sia una predica nel deserto.
Sono disilluso e non credo quindi che i comuni e la provincia si priveranno delle partecipazioni e questo sarà solo un danno per i cittadini.
venerdì 29 agosto 2008
Quando la cura è peggiore del male
La prima ragione è la scarsità dei terreni, che a sua volta dipende dalle politiche anti-crescita urbana che sono implicite nei vari piani regolatori. Se nessuno può costruire - o, meglio, se possono costruire solo quanti sono in comunella con le varie giunte, e questa approssima una verità assoluta ovunque in Italia - e la domanda aumenta, allora è normale che il valore degli immobili, a parità di altre condizioni, tenda a salire, e con esso i canoni di affitto. Su questa dinamica s'innesta un'ulteriore patologia, e cioè l'assurda legislazione sugli affitti. La rigidità in uscita - la virtuale impossibilità di sfrattare un inquilino anche se moroso - fa sì che i proprietari siano incentivati a tenere sfitte le loro abitazioni, oppure a chiedere agli affittuari un premio sul rischio. Ora, se a questo si risponde col social housing - cioè con la politicizzazione degli alloggi e il controllo dei prezzi - si crea un doppio binario: quello dei fortunati o dei raccomandati, che hanno accesso all'equo canone, e quello delle persone normali, che invece devono pagare prezzi di mercato gonfiati per ragioni regolatorie. Tanto più che lo Stato, e qualunque altro ente pubblico compreso il comune, non è normalmente un buon asset manager, e quindi ci si può aspettare che non sarà in grado di costruire il numero "ottimo" di case nei luoghi migliori, e che le gestirà in modo inefficiente.
Davvero si vuole rispondere seriamente al caro-affitti? Allora si rilassino i vincoli alla costruzione di nuove case, spesso assurdi, e soprattutto si liberalizzino i contratti di affitto.
giovedì 21 agosto 2008
Liberalizzare la lotta ai piccioni
lunedì 11 agosto 2008
Shipping di Stato

Alitalia e Ferrovie dello Stato non sono i soli giganti pubblici dai piedi d’argilla del trasporto italiano. Ne esiste almeno un terzo che, come gli altri, è al tempo stesso una crescente voce passiva del bilancio dello stato, una macroscopica negazione dei principi (comunitari) di libera concorrenza e un insormontabile ostacolo allo sviluppo del settore logistico nel nostro paese. È Tirrenia: la compagnia pubblica dei servizi di cabotaggio che, controllata al 100% da FINTECNA (finanziaria dello stato erede dell’IRI), riceve contributi statali per il servizio pubblico in un ammontare superiore alla metà dei suoi ricavi ma ovviamente non riesce a soddisfare gli utenti.
Come ripetutamente -anche recentemente- sostenuto dall’associazione degli armatori italiani Tirrenia andrebbe privatizzata. Lo stesso presidente del consiglio proprio all’assemblea di Confitarma lo aveva caldeggiato appena un mese fa. Ciononostante nella manovra finanziaria, che pure si occupa di Tirennia all’art. 57, non c’è traccia di una seppur minima dismissione: solo la previsione di una possibile cessione delle compagnie partecipate Caremar, Siremar, Saremar e Toremar alle regioni di riferimento.
Ho l’impressione che le zecche e gli scarafaggi, di cui si sono lamentati i passeggeri giorni fa, non siano gli unici parassiti a infestare Tirrenia…
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