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domenica 1 febbraio 2009

Anche i passeggeri nel loro piccolo s'incazzano

Il Secolo XIX, 1 febbraio 2009

Sono le 21,34 di venerdì 30 gennaio e, assieme a qualche decina di povericristi come me, mi sto girando i pollici nell’aeroporto di Fiumicino. Ci hanno appena comunicato che il volo delle 21,25 per Genova (che avrebbe dovuto decollare nove minuti fa) è differito alle ore 22,00 (in realtà, ci faranno imbarcare in quel momento, col risultato di arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo). Differito – così ha detto la gentile signorina al gate A22 per placare la rabbia di chi, a quest’ora, vorrebbe tornare da moglie e figli. La reazione dei passeggeri, puoi immaginartela. C’è il vecchietto isterico che “figgi de bagasce!”. C’è l’altro prototipo di vecchietto, quello bonaccione con una spolverata di capelli bianchi che la prende sul ridere. C’è la coscialunga in carriera, c’è il ragazzino col computer tempestato di stickers, c’è il manager che prende un appuntamento per domani mattina, ci sono tutte le gradazioni del grigio e del blu negli abiti anonimi e nelle cravatte di questa strana umanità che viaggia per lavoro e rientra in giornata (e qualcuno che azzarda combinazioni più chic, uno con cravatta salmone a righe gialle su giacca carta zucchero e camicia che ne riprende i colori). Tutti che cristonano nel telefonino, tutti che chiedono come stai a chi risponde dall’altro capo, tutti che si affollano al bar per addentare un costosissimo panino alla plastica, tutti che raccontano i pettegolezzi di oggi come se questo potesse ingannare il grande cronometro dell’universo e comprimere lo spazio che ci separa dall’ingresso sul velivolo. E invece tic toc tic toc, l’orologio gira lento come non mai. Sai cosa non c’è, se si esclude qualche isolata reazione iniziale?

Non c’è più la rabbia. Una volta, l’annuncio di un ritardo importante, soprattutto in certe giornate e in certi orari, destavano la rabbia dei passeggeri. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva di parlare col capo, qualcuno semplicemente diceva alla signorina al gate tutto quello che pensava di lei, della sua mamma e soprattutto della compagnia per cui lavorava. Invece, nulla. La rabbia è sparita. Gli ultimi due anni, durante i quali si è svolto il pazzesco teatrino della privatizzazione di Alitalia, hanno a tal punto fiaccato la pazienza della gente che adesso il ritardo fa parte del novero delle cose certe, assieme alla morte e le tasse. Quelli di noi che si erano illusi, nelle meno delle due settimane trascorse dall’avvio della nuova Alitalia, che quella brutta parentesi si fosse chiusa, oggi sono tornati alla realtà. E’ vero: secondo quanto ha riferito il pilota (di un volo operato da Airone, peraltro) il ritardo era dovuto all’inefficienza dei servizi aeroportuali. Però, resta il fatto che dei quattro voli che io ho preso oggi, tre erano in ritardo, quale che ne fosse la causa.

Il problema vero, in fondo, è che la manovra governativa per la privatizzazione di Alitalia e il salvataggio di Airone è stata concepita in modo tale da aggirare quello che dovrebbe essere l’obiettivo vero del processo di de-statalizzazione dell’economia: cioè introdurre concorrenza per fare efficienza. Mentre ai contribuenti sono state accollate tutte le perdite (e il debito) del vettore tricolore, attraverso la bad company, i consumatori hanno visto precipitare tra le braccia del monopolio quello che era un mercato già scarsamente competitivo, almeno per quel che riguarda le tratte nazionali. Uno degli elementi chiave della cessione a Cai è stato infatti la sospensione dei poteri antitrust, che servono proprio a evitare che le regole del confronto competitivo vengano aggirate o annichilite. Così, si è cambiato tutto a condizione che nulla cambiasse.

Non bisogna, ciò detto, precipitare nel pessimismo. Nonostante tutte le resistenze e gli accorgimenti in senso contrario, l’uscita del Tesoro dalla compagine azionaria di Alitalia è una buona notizia, perché difficilmente i grandi cambiamenti – e questo lo è, anche se avrebbe dovuto verificarsi meglio e prima – restano senza conseguenze. Quindi, è ragionevole attendersi nel lungo termine il ristabilirsi di un contesto concorrenziale propriamente detto, anche perché le direttive europee puntano esattamente in quella direzione.

Si tratta di avere pazienza. Abbiamo sofferto tanto, soffriremo ancora. Soffriremo forse di più, perché quello scampolo di concorrenza che c’era tra Alitalia e Airone è venuto meno. Pagheremo biglietti salati. E continueremo a volare in ritardo, a perdere le connection, a ingurgitare il cibo di Big Jim coi nomi delle piazze romane in quegli squallidissimi chioschetti di Fiumicino. Continueremo a telefonare per annunciare che non aspettarmi a cena, arrivo tardi. Continueremo a fare tutto questo, ma per favore, non perdiamo noi stessi. Continuiamo a incazzarci. Non serve a nulla, ma almeno ci fa sentire vivi.

venerdì 9 gennaio 2009

Il prezzo (del biglietto) è giusto?

Tira tramontana, a Genova, per la decisione di Amt di aumentare, a partire da marzo, i prezzi di biglietti e abbonamenti (qui e qui). Verrà, in particolare, ritoccato verso l'alto il costo del biglietto integrato treno più bus, a causa, secondo l'azienda di trasporti del capoluogo, delle pressioni di Trenitalia. Non sembra sortire alcun effetto benefico, invece, la significativa riduzione dei prezzi del carburante, che si sono ridotti di circa un terzo rispetto ai picchi estivi. E' giusto? E' sbagliato? Difficile, anzi impossibile, dirlo. La strategia di pricing è lo strumento principe con cui un'azienda modula la sua presenza sul mercato. La domanda se e quanto sia giustificato rivedere le tariffe - in un momento di crisi generalizzata e con lo spettro (secondo me non molto credibile, almeno nel lungo periodo, ma tant'è) della deflazione alle porte - è dunque posta nei termini sbagliati.

I termini giusti sono questi: la leva del prezzo è, per Amt, a differenza che per qualunque altra impresa, una variabile del tutto indipendente. E ciò perché non esiste un vero mercato competitivo. Se anche non si crede che il trasporto pubblico, viste le sue caratteristiche, non si presti a un modello di concorrenza nel mercato, esso può comunque essere reso più efficiente attraverso l'adozione di un modello di concorrenza per il mercato. Cioè, il comune e gli altri enti pubblici eventualmente coinvolti dovrebbero periodicamente bandire delle gare tra tutti coloro che sono in grado di offrire un servizio rispettoso di certi standard di costo e qualità del servizio. Solo così è possibile innescare un miglioramento del rapporto prezzo/qualità. Come dimostra Ugo Arrigo in questo paper, invece, l'assenza di qualunque forma di competizione causa un livello di inefficienza mostruosa: solo portando l'efficienza del trasporto pubblico locale italiano (si suppone che il caso genovese non svetti per eccellenza) ai livelli europei, si potrebbero ridurre di un terzo i costi operativi, praticamente eliminando la necessità del biglietto (oppure, che sarebbe meglio, riducendo significativamente i sussidi pubblici). Ma difficilmente si può creare vera concorrenza finché le principali aziende di Tpl saranno possedute dagli stessi enti locali.

Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi.

sabato 27 dicembre 2008

A Sestri Levante Babbo Natale porta un baraccone pubblico

Il Secolo XIX, 27 dicembre 2008

Il primo carrozzone pubblico del 2009 nascerà a Sestri Levante? Lo sapremo lunedì, quando il consiglio comunale dovrà discutere una delibera volta ad “assicurare il controllo pubblico… su tutte le attività e le strutture in ambito portuale”, compresi forse i servizi strettamente commerciali. A tal fine, è prevista la creazione di un “soggetto giuridico societario costituito dal comune e da esso controllato attraverso la proprietà maggioritaria del relativo capitale azionario”, le cui attività dovranno “garantire comunque all’amministrazione pubblica una quota adeguata del reddito prodotto dall’utilizzazione dei beni pubblici demaniali”. Queste poche righe sono un concentrato del male che caratterizza l’erogazione dei servizi pubblici in Italia, e che li rende più costosi e meno efficienti. In pratica, la giunta guidata da Andrea Lavarello vuole creare una nuova società controllata dal comune, che dovrebbe al tempo stesso gestire – presumibilmente in affidamento diretto – tutte le concessioni e i servizi portuali, e fornire all’erario entrate sufficienti. Cioè, il progetto di fondo è quello di cancellare ogni forma di possibile concorrenza, istituendo una tassa occulta sulle attività portuali.

La nuova società si andrebbe ad aggiungere alle cinque già partecipate dal comune di Sestri Levante (che ha meno di ventimila abitanti), tra cui Stella Polare (che gestisce la casa di riposo e la farmacia) e Fondazione Mediaterraneo (il cui scopo è la “promozione della ricerca avanzata e la diffusione della cultura della comunicazione, intesa come scambio di informazioni che utilizzino tutti i media, dalla parola, alla carta stampata, fino alle più avanzate tecnologie telematiche”, cioè macina soldi pubblici e produce chiacchiera privata). Non c’è nulla, ma proprio nulla, che sia oggi fatto da queste realtà e che non possa essere svolto meglio da soggetti privati in regime competitivo.

La delibera della giunta di Sestri Levante sostiene che “evidentemente” un soggetto privato non sarebbe in grado di svolgere propriamente tutte le funzioni richieste, ma poi richiede che la nuova compagnia pubblica fornisca al comune un sufficiente flusso di cassa: cioè, l’obiettivo non è minimizzare il costo per il consumatore, ma massimizzare il reddito per il comune. E’ il più classico degli esempi di rendita da monopolio. L’unica differenza tra un monopolio privato (garantito dalla legge) e uno pubblico è che nel primo la rendita si trasforma, generalmente, quasi integralmente in extraprofitti, mentre nel secondo si ripartisce tra extraprofitti e inefficienze (per esempio, livelli occupazionali eccessivi).

Quella di cancellare la competizione per occupare un mercato non è, purtroppo, un’abitudine del solo comune di Sestri Levante. Un’inchiesta di un paio di anni fa del Liguria Business Journal ha mostrato come le società controllate dal comune di Genova abbiano un fatturato complessivo di più di un miliardo di euro e occupino quasi settemila persone; il comune della Spezia partecipa a quarantasei diverse società, Savona undici, Imperia dodici, Chiavari quattro. Sul sito della provincia di Genova vengono censite ventiquattro partecipazioni, mentre la Regione Liguria partecipa direttamente a tre consorzi e otto aziende, tra cui la Filse, una holding che ha in pancia una pluralità di altre compagnie.

Quando va bene, questi soggetti introducono inefficienze sul mercato o ne estraggono rendite a favore dell’azionista pubblico; quando va male, sono veicoli fuori bilancio utilizzati per nascondere i puffi delle amministrazioni o come strumenti clientelari. In ogni caso, quel che davvero conta non è se appartengano, individualmente, all’una o all’altra categoria: il semplice fatto che possano appartenere alla seconda, e che comunque non arrechino alcun beneficio al consumatore, dovrebbe essere più che sufficiente ad abbandonare questa forma di controllo dell’economia. Nella maggior parte dei casi, poi, queste società non sono quotate a Piazza Affari, e dunque non hanno neppure quel minimo di disciplina finanziaria che è imposta dalle regole della borsa.
Il bello è che tutte le parti politiche dicono di voler porre fine allo “statalismo municipale”: ci ha provato, nella scorsa legislatura, il ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta, con un disegno di legge che avrebbe abolito l’affidamento diretto (e dunque fatto venir meno l’incentivo a costituire società di comodo). Il progetto fu affossato dall’opposizione ideologica di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e verdi. All’indomani delle elezioni 2008, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, avanzò un’idea simile, che era in parte contenuta nella finanziaria, ma che venne subito neutralizzata su opportunistica richiesta della Lega (che nei suoi comuni gestisce molte e ricche municipalizzate). Se in Parlamento sono le ali estreme a fare il lavoro sporco, a quanto pare in periferia le cose vanno diversamente. I sindaci, di qualunque colore essi siano, se ne fregano delle liberalizzazioni e vanno avanti per la loro strada. Il primo cittadino di Sestri Levante, Lavarello, appartiene al Partito democratico come Lanzillotta, ma si comporta coerentemente con le indicazioni dell’asse comunista-leghista. Lo stesso fanno altri sindaci del Pd e del Pdl. L’assalto al portafoglio dei consumatori e l’istinto al controllo pubblico dell’economia sono, quasi per definizione, bipartisan.

domenica 7 dicembre 2008

Dalla crisi si esce con meno tasse

Il Secolo XIX, venerdì 5 dicembre 2008

Dalla finanza creativa al rigorismo contabile, il passo può essere breve. Così, almeno, è accaduto nel caso di Giulio Tremonti, l’uomo accusato dal centrosinistra vittorioso nel 2006 dello sfascio del bilancio pubblico, e che oggi si mette di traverso a tutte le iniziative di spesa.Opponendosi al ricorso disinvolto ai crediti d’imposta (che “non possono essere un bancomat”) e nella resistenza alle richieste di aiuti pubblici, il ministro dell’Economia interpreta un atteggiamento razionale di fronte alla doppia sfida posta dalla crisi economica mondiale e dagli specifici handicap italiani. Sono queste due condizioni a limitare la libertà di manovra del governo, a costringerlo a camminare su un sentiero stretto e impervio. È dunque un atto di responsabilità prenderne atto e rinunciare alla flessibilità annunciata dall’Unione europea riguardo ai parametri di Maastricht.

L’Italia è infatti il Paese col debito pubblico più alto: il 104,1 per cento del prodotto interno lordo nel 2008. Il secondo peggior Stato membro è la Grecia, col 93,4per cento, quello migliore è il Lussemburgo (14,1 per cento), la media dell’eurozona è del 66,6 per cento. È anzitutto questa realtà a scoraggiare il finanziamento della spesa pubblica in deficit. Come ha notato sul Sole 24 Ore di ieri Luca Beltrametti, l’esigenza di mantenere in ordine i conti pubblici non va letta soltanto in relazione agli obblighi comunitari, ma anche rispetto alla credibilità del sistema paese, e dunque alla sua capacità di attrarre investimenti.“I mercati giudicano le nostre politiche fiscali non solo sulla base del rispetto scolastico dei parametri di Maastricht – ha scritto il professore dell’Università di Genova – ma anche sulla base dei diversi fattori che determinano l’effettiva capacità del Paese di onorare il debito… L’Italia è quindi probabilmente il Paese europeo più interessato a che le deroghe del regime tradizionale di determinazione del rapporto debito/Pil avvengano in un quadro di massima trasparenza”.

Nella sostanza, la tesi di Beltrametti è che, poiché siamo lo Stato con la situazione contabile più critica, è nostro interesse, sia nel breve che nel lungo termine,non peggiorare le cose,perché ogni scivolamento ci si ritorcerebbe contro. Quando il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evocato lo spettro dell’Argentina e ha scandito la possibilità di default, insomma, non ha fatto un’iperbole,ma ha indicato un rischio concreto, per quanto relativamente basso, con cui l’Italia deve oggi confrontarsi e che non può in ogni caso ignorare. Il monito di Sacconi, per quanto ingiustamente criticato, è insomma il necessario richiamo a non abbassare la guardia. Allo stesso modo, ha perfettamente ragione Tremonti a contrastare le sirene del keynesismo e a disertare gli appelli confindustriali. L’argomento del ministro è lineare: «Il nostro vincolo non è il patto, è il mercato finanziario», ha affermato mercoledì in audizione alla Camera. Ora, questo è un passaggio fondamentale, perché nasconde una verità spesso trascurata: l’Italia sta patendo la crisi finanziaria come tutti gli altri, ed è dunque chiamata a mettere in campo strumenti eccezionali per reagirvi (a partire dal moderato intervento a sostegno della capitalizzazione del sistema bancario). Ma la sua patologia è più profonda, e deriva da ruggini e svantaggi competitivi strutturali, che esistevano prima dell’entrata in recessione ed esisteranno dopo, se non verranno prese adeguate contromisure. Oggi subiamo come gli altri, ma ieri abbiamo creato meno ricchezza e siamo cresciuti meno.

Tre indicatori possono aiutare a comprenderne le ragioni. Secondo la classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, che misura la facilità nello svolgere attività imprenditoriali, l’Italia è al sessantacinquesimo posto (con punte straordinariamente negative: siamo centoventottesimi per la complessità delle norme tributarie e centocinquantaseiesimi per il rispetto dei contratti). Per quanto attiene alla libertà economica, l’Italia è sessantaquattresima, tra il Madagascar e gli Emirati Arabi Uniti. Infine, l’indice della competitività ci consegna un non entusiasmante quarantanovesimo posto. In tutti e tre questi indicatori, poi, di anno in anno il nostro Paese segue un lento calo, frutto più che altro dell’altrui miglioramento.

Paradossalmente, questo crea una grande opportunità per l’Italia: con le stesse riforme, essa può accelerare l’uscita dalla crisi e porre le basi per un rilancio. Essenzialmente, si tratta di ridurre il peso dello Stato – a partire dal carico fiscale – e sciogliere i lacci che trattengono l’economia, oltre che cancellare le varie rendite di posizione create da un contesto regolatorio soffocante. Occorre creare vera competizione dove non c’è, cioè proseguire il cammino liberalizzatore iniziato a fine anni Novanta – tra l’altro, ciò renderebbe possibile una riduzione dei prezzi, per esempio, dei servizi pubblici locali. Ma bisogna anche aggredire con forza la questione fiscale: sul Foglio di ieri, Ernesto Felli ha sottolineato che “la politica dovrebbe avere come obiettivo la rimozione o l’attenuazione” delle distorsioni create da una fiscalità rapace e confusa, e cioè “limare le aliquote”. Durante il biennio del centrosinistra e poi in campagna elettorale, Tremonti ha spesso accusato la coalizione guidata da Romano Prodi di praticare la “filosofia del tassa e spendi”. L’impegno rigorista del ministro dell’Economia dimostra la sua buonafede sul lato della spesa. Per quel che riguarda invece le tasse, dalla Robin Tax al raddoppio dell’Iva su Sky, ha dato un’altra sensazione: questa sarà la legislatura di “Giulio Padoa Schioppa”?

martedì 2 dicembre 2008

- authority + concorrenza


L’inchieste sul porto di Genova vanno avanti. A breve saranno chiuse le indagini preliminari e si avranno le richieste di archiviazione o i rinvii a giudizio. Comunque vada a finire la vicenda processuale l’esigenza di una riforma dell’ordinamento portuale sarà confermata. Sia che gli indagati risultino colpevoli sia che (come speriamo) siano riconosciuti innocenti, le regole che disciplinano la gestione delle banchine e dei servizi portuali si saranno dimostrate inadeguate, in particolar modo per quanto riguarda le procedure di affidamento delle zone demaniali. I ripetuti contatti confidenziali fra banditore e concorrenti al bando, anche se giudicati penalmente irrilevanti, avranno evidenziato la vischiosità degli attuali criteri di affidamento e, quindi, il bisogno di una loro modifica.
Anche per questo in parlamento sono in discussione più progetti di riforma della legge n. 84/1994 e, sempre al riguardo, è allo studio anche un organico disegno di legge del governo cui il ministro dei trasporti Matteoli pare tenere particolarmente. In attesa di avere a disposizione la versione definitiva del testo, l’auspicio è di vedere portato avanti il processo di liberalizzazione del comparto iniziato quattordici anni fa con scarsi risultati soprattutto a causa dello strapotere attribuito all’autorità portuale.
Meno authority e più concorrenza farebbero bene al porto (che attrarrebbe più vettori e più investitori), e anche ai tribunali (che si potrebbero finalmente occupare di altro).

lunedì 1 dicembre 2008

Su luce e gas il governo fa invasione di campo

Segnalo un mio editoriale sul Secolo XIX a proposito della surreale diatriba sulle "tariffe" di luce e gas.

venerdì 28 novembre 2008

Torna la disoccupazione nel Tigullio: anche gli errori?

Un'indagine della Cgil avverte che la disoccupazione nel Tigullio è in rapida crescita. Le pratiche istruite presso l'Inps nei primi dieci mesi del 2008 sarebbero aumentate del 23 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso; parallelamente, sarebbero cresciute del 22 per cento e del 31 per cento, rispettivamente, le iscrizioni al centro per l'impiego di Chiavari e le pratiche per la mobilità. Sono dati deprimenti ma non stupefacenti, visto che riflettono un trend nazionale dovuto all'impatto della crisi economica sul nostro paese. Secondo l'Ocse, infatti, la disoccupazione arriverà all'8 per cento nel 2010 (la stima per il 2008 è del 6,9 per cento). Si tratta di uno scenario decisamente negativo, sicuramente serio, ma non tragico. La memoria del passato recente ci aiuta a ricordare periodi in cui i disoccupati erano più numerosi e, soprattutto, la disoccupazione era più stabile. Quindi, in virtù del principio "primum non nocere", occorre chiedersi cosa abbia consentito una attenuazione molto significativa del problema, in modo da potenziare le politiche appropriate ed evitare scelte sbagliate. Sicuramente ha contribuito la crescita economica che, per quanto debole, ha comunque tratto giovamento dalla congiuntura positiva. Ma, altrettanto sicuramente, la relativa liberalizzazione del mercato del lavoro operata dai provvedimenti che portano i nomi di Tiziano Treu prima, Marco Biagi poi ha creato un incredibile volano che ha agito, contemporaneamente, a favore dell'impiego e contro il lavoro sommerso. Mi pare dunque fuoriluogo e pericoloso lamentarsi della diffusione della "precarietà" e addirittura parlare di "ecatombe del posto fisso". Il mercato del lavoro italiano ha sofferto e ancora soffre di eccessive rigidità, che spiegano la lentezza delle dinamiche occupazionali e le difficoltà, per chi perde il posto, a riqualificarsi e trovare un nuovo impiego. Due anni fa avevo intervistato, sul Foglio, Vito Tanzi, già capo del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale ed ex sottosegretario all'Economia nel 2001-3. E' dalle osservazioni di Tanzi che bisogna partire per porre le premesse per un rilancio il più rapido e il meno traumatico possibile. Tornare agli errori passati non aiuterà a costruire un futuro più prospero.

sabato 22 novembre 2008

Perché il pubblico non può scegliere tra qualità e prezzo

Lo scandalo degli asili genovesi, che hanno costi superiori di tre volte alla media italiana, è indicativo di una serie di difetti del settore pubblico. Difetti che non sono conseguenza di qualche scelta sbagliata o di cattive nomine, ma sono intrinseci e strutturali.

Il primo difetto consiste nella mancanza di trasparenza. Poiché il soggetto che paga gli asili è diverso dal soggetto che ne fruisce, viene meno ogni automatismo nel controllo del rapporto qualità/prezzo. Il secondo difetto sta nel fatto che il prezzo alla "clientela" è normalmente mantenuto a un livello "politico", cioè basso, e quindi tende a mettere fuori mercato tutte le strutture che avrebbero una qualità leggermente superiore, ma un prezzo significativamente più alto (senza godere di uguali contributi pubblici ed essendo costantemente esposte al rischio di fallimento, in caso di gestione scriteriata). La somma del primo e del secondo difetto porta al terzo, cioè al fatto che le strutture pubbliche sono come la moneta cattiva che scaccia quella buona, innescando una "race to the bottom" che danneggia tanto i contribuenti (che pagano per le inefficienze) quanto i consumatori (che vedono limitata la loro libertà di scelta).

Come se ne esce? Ci sono diversi modi. Uno è quello individuato dal progetto di riforma di Roberto Calderoli, che passa per la definizione di "costi standard". Le strutture che hanno costi visibilmente superiori a quelli medi vengono costrette a tirare la cinghia. Questo metodo ha due limiti: in primo luogo, non riesce a catturare le specificità locali, secondariamente assume che il livello "medio" di spesa sia anche un livello "efficiente". Così non è, perché alla media partecipano anche le strutture inefficienti. Nel lungo termine, ci si aspetta naturalmente un miglioramento medio, ma anche in questo caso tutto è ancorato al caso, e non è detto che non si ricada nel rischio opposto - quello di arrivare a prezzi troppo alti (per la collettività, non per i consumatori) o qualità troppo scadente (per contenere i prezzi).

Un metodo alternativo è quello di lasciar liberi gli enti locali di organizzarsi come pare a loro. Questo è il federalismo. Gli enti locali migliori, sceglieranno di arrivare direttamente al terzo metodo, che è quello di liberalizzare. In un contesto competitivo, dove cioè prezzi e servizi sono liberi (o, in subordine, ma molto in subordine, il servizio "pubblico" viene assegnato tramite gare non farlocche), è il mercato a (a) far emergere il (o i) rapporto/i ottimale/i tra qualità e prezzo, e (b) far emergere diverse soluzioni con diversi rapporti. Naturalmente liberalizzare vorrebbe dire attaccare frontalmente gli interessi di chi beneficia dello status quo, cioè i politici che fanno le nomine e i dipendenti che sono pagati troppo (rispetto al valore dei servizi che producono) oppure sono troppo numerosi (che è lo stesso), o entrambe le cose. Per questa ragione sono molto pessimista. Per scornarsi contro interessi concentrati e consolidati, serve il supporto dell'opinione pubblica. La vicenda della riforma scolastica, che per certi versi è analoga, mostra però che la consuetudine con lo status quo e una certa avversione al rischio (cioè al nuovo) fa nascere strane coalizioni tra fruitori di un servizio scadente, e responsabili di quel servizio. Non saprei come uscirne, ma non c'è nessuna via d'uscita ovvia.

lunedì 17 novembre 2008

giovedì 13 novembre 2008

Liberalizzare i saldi

Il presidente della consulta Ascom del Levante, Vincenzo Bovone, si scaglia contro la decisione della regione Liguria, di anticipare l'inizio della stagione dei saldi estiva e invernale, rispettivamente, al 3 gennaio e 10 luglio. Capisco le sue ragioni, ma mi sembrano ragioni sbagliate. Così come sbagliate sono le ragioni di chi pretende di poter fissare inizio e fine delle svendite per legge. La regolamentazione è talmente minuziosa che dice addirittura per quanti giorni si possono appendere i manifesti "saldi" (prima erano 10, adesso 3). La questione è semplice: i prezzi dovrebbero essere liberi. Ciascuno dovrebbe essere libero di fare la sua politica di prezzo, stabilendo un ricarico più o meno alto, o utilizzando alcuni prodotti come beni civetta per attirare i clienti e poi appioppargli altro. Ciascuno dovrebbe essere libero di fare la sua politica di magazzino, modulando acquisti e vendite secondo le sue valutazioni e decidendo quando è il momento di cambiare l'inventario - che sia prima o dopo il 3 gennaio. In effetti, i "saldi", nel senso corrente del termine, neppure dovrebbero esistere; nel senso che, in un paese civile, non è un'amministrazione pubblica che ti dice quando puoi alzare o abbassare i prezzi (trascurando piccole e secondarie cose come la domanda, l'offerta, la disponibilità di reddito, le aspettative di reddito futuro dei consumatori, i costi dei negozi, eccetera). E in un paese civile non ci si lamenta, come fa Bovone, della concorrenza: si compete. Per fare una citazione colta, "se vinci, vivi. Se perdi, muori". Sarà triste per Bovone - che evidentemente non pensa di essere bravo, oppure pensa che la media dei soci da lui rappresentati sia sotto la soglia della bravura - ma è così che funziona il mercato, ed è così che si fa l'interesse dei consumatori.

lunedì 3 novembre 2008

Commercio. Siamo tutti chiavaresi

Il consiglio comunale di Chiavari ha approvato la rimozione di tutti i vincoli di natura non sanitaria o urbanistica all'apertura di bar, ristoranti e altri esercizi commerciali. Si tratta, per così dire, di un piccolo passo avanti per un comune, ma di un grande balzo per la libertà di mercato. Già in passato avevo sottolineato la civiltà di una simile decisione a Imperia, e sottolineato la natura protezionista della tendenza opposta, emersa a Genova. Sembra una cosa sciocca e spicciola, ma dietro la determinazione dei criteri per l'apertura di nuove attività - se esse debbano dipendere dal rispetto di norme generali e astratte e "cieche", oppure debbano implicare l'arbitrio di funzionari e politici o forme di controllo numerico - si nasconde un'intera concezione di come funziona l'economia. Se il diavolo si nasconde nei dettagli, in questo caso possiamo dire che nei dettagli c'è molto di buono.

sabato 25 ottobre 2008

Il protezionismo dell'aperitivo

Ai baristi genovesi non piace la concorrenza. Forti dei numeri secondo cui, nella città della Lanterna, ci sono più bar che negli altri capoluoghi italiani, essi chiedono al comune di limitare il numero di licenze, visto anche l'effetto della crisi che si fa sentire. A Palazzo Tursi, trovano porte spalancate. Peccato che tutto ciò sia contro gli interessi dei consumatori. Ci sono due modi per selezionare quali e quanti bar debban stare all'interno di un'area - per esempio, il centro storico genovese. Uno è il mercato; l'altro la regolamentazione. In un sistema di mercato, chiunque è libero di avviare un esercizio. Se offre un servizio migliore, diverso, o più economico degli altri, guadagna quote di mercato; altrimento, viene espulso rapidamente. Sono i clienti, coi loro soldi, a decidere. Attraverso la regolamentazione, la scelta è invece puramente burocratica: cioè, dipende dall'umore dell'assessore, dall'oroscopo dei funzionari, o dall'entità delle tangenti. In generale, però, la regolamentazione burocratica (come mostra il caso dei taxi, che a Genova sono probabilmente "troppi") tende a conservare l'esistente, buono o cattivo che sia. Poiché non necessariamente l'esistente è ottimale - anzi, non lo è quasi mai - questo si traduce in un danno inflitto tanto ai consumatori, che possono contare su un'offerta meno dinamica e competitiva, quanto agli outsider, ai quali è impedito di giocare le loro carte. Tempo fa è uscita la notizia che il comune di Imperia ha deciso di rimuovere tutti i vincoli all'avvio di nuovi bar, e dicevamo che "vorremmo essere tutti imperiesi". Adesso, ancora di più.

sabato 27 settembre 2008

Vorremmo essere tutti imperiesi

Un applauso ai consiglieri comunali di Imperia. Nel ridefinire i criteri relativi al rilascio di licenze per l'avvio di esercizi pubblici di somministrazione di alimenti e bevande (che, in italiano, sarebbero bar e ristoranti et similia), hanno compiuto la scelta più semplice e più di mercato: nessun vincolo. Resta qualche vincolo solo nel centro storico, dove se non altro c'è qualche parvenza di giustificazione (anche se, a ben guardare, pure lì si potrebbe liberalizzare senza troppe preoccupazioni). Si tratta di un gigantesco passo avanti, perché - sebbene il settore del commercio sia stato già di fatto liberalizzato da anni - resistono normative locali che, nella pratica, hanno l'effetto di proteggere lo status quo. Imperia ha fatto una scelta coraggiosa, efficiente e giusta.

martedì 23 settembre 2008

Sanità. Chi controlla i controllori?

Alla domanda su cui i filosofi politici si scornano da un certo po' di tempo - chi controlla i controllori? - la Regione Liguria risponde coralmente: il supercontrollore! La soluzione individuata dall'assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, per debellare le liste d'attesa infinite negli ospedali è appunto quella di spedire nelle varie Asl dei nuovi dirigenti col compito di migliorare il servizio. Magari andrà anche bene, non lo nego, ma mi pare che questa manovra tradisca una profonda incomprensione delle cause del problema, e quindi delle sue soluzioni. La prima cosa che si può dire, in presenza di code, è che il prezzo del servizio in questione è troppo basso. Ciò non significa necessariamente che il prezzo vada alzato, ma che le modalità di erogazione vanno profondamente riviste. Per esempio, passando da una copertura universale garantita (si fa per dire) attraverso le tasse, a un sistema basato sulle assicurazioni obbligatorie (stile Rc Auto), per creare anche un interesse eguale e opposto a far funzionare la macchina (come spiega bene Pierre Lemieux). Il secondo aspetto riguarda l'altra grande forza che spinge verso l'efficienza: la concorrenza. Il sistema sanitario nazionale si basa su enti pubblici, i quali non hanno alcun interesse a competere sulla qualità o sui prezzi, e quindi tende ad adagiarsi. Se si mettono queste due cose assieme - separare chi paga da chi eroga il servizio, e creare condizioni di effettiva parità tra servizio pubblico e strutture private - si arriva alla creazione di uno spazio di mercato. Se non si comprende questo fatto, e non ci si comporta di conseguenza, la strada di Montaldo è effettivamente l'unica possibile: inviare periodicamente qualcuno che dia una scossa al sistema, prima di adeguarsi egli stesso. A quel punto, Montaldo spedirà i megasupercontrollori che dovranno controllare i supercontrollori che controllano i controllori, e così via all'infinito.

lunedì 1 settembre 2008

L'acqua a ogni costo

Il consigliere Emanuele Rustichelli, esponente di Forza Italia nel comune di Chiavari, ha inviato una lettera al sindaco, Vittorio Agostino, invitandolo a battere i pugni perché "i nostri amministratori locali, con tutte le armi a loro disposizione, controllino i bilanci di queste grandi società pubbliche come l'Iride, ex Amga, che rifornisce nel settore idrico circa un mililone di abitanti". A dire la verità, gli amministratori pubblici hanno già, e troppo, il naso in queste "grandi società": per quel che riguarda le nostre zone, il servizio è fornito da Idrotigullio, una controllata di Iride il cui statuto (come ha osservato Christian tempo fa) è blindato e assegna a Palazzo Bianco un potere assurdo e spaventoso (quello di scegliersi i soci).

In verità, comunque, a Rustichelli interessa abbastanza poco la gestione della società, quanto piuttosto i prezzi dell'acqua, che ritiene troppo alti. Come è costume per le municipalizzate, il sito di Idrotigullio è zeppo di informazioni tecnicamente corrette ma privo di informazioni utili e, quindi, non dice come i consumi vengano tariffati e perché. Ci spiega però che la legge fissa al 7 per cento la remunerazione del capitale investito, e questo è un primo punto: surprise surprise, l'azienda non ha alcun incentivo a essere efficiente, perché se lo è non potrà comunque produrre utili aggiuntivi da distribuire ai soci. Al tempo stesso, opera in condizioni virtualmente monopolistiche, e quindi foriere di inefficienze. A questo duplice problema - che è comune a tutt'Italia - si può rispondere in un solo modo: liberalizzando i servizi idrici e privatizzando le società che competono per fornirli.

Resta il nodo dell'aumento delle tariffe (contro Idrotigullio è stata proclamata una class action, che non esiste, ma si sa, conta l'effetto annuncio). In Italia (non solo nel Tigullio) c'è effettivamente un problema di prezzi dell'acqua, ma al contrario: sono troppo bassi, determinando sprechi e sottoinvestimento (come scrive oggi Francesco Giavazzi). Le perdite dalle reti idriche italiane (soprattutto al Sud) sono inconcepibili, e possono trovare rimedio solo creando un autentico sistema di mercato nel quale il prezzo sia effettivamente una misura di valore, e non la casella su cui si è assestato il boccino della politica.

domenica 31 agosto 2008

Holding pubbliche

Ho letto oggi su Il Secolo XIX un'intervista al Ministro per le attività produttive on. Scajola, il quale dichiara che il metodo migliore per ridurre i debiti delle Amministrazioni pubbliche locali è sì ridurre la spesa, ma soprattutto far cassa con le partecipazioni detenute in varie società e privatizzarle (aggiungerei anche una sana liberalizzazione dei serivizi, troppo spesso si gioca con le parole privatizzare e liberalizzare).
Parole Sante signor Ministro speriamo non sia una predica nel deserto.
Ovviamente il giornalista del Secolo non ha fatto mancare la vis polemica sottolineando che le parole del Ministro erano in contraddizione rispetto alle mosse del Governo centrale cioè operazione Alitalia e lenta privatizzazione Finmeccanica.
Ci auguriamo che questi due casi siano particolari e legati a contingenze elettorali (Alitalia serve a Berlusconi come la monnezza di Napoli e su Finmeccanica il Ministro ha dichiarato un maggior peso della sede genovese, quindi semina l'orto ligure del PDL).
Su questo Blog già si era esposto il caso dell'Idrotigullio: oltre alla società di gestione delle acque ce ne sono altre in cui i comuni e la provincia hanno quote societarie e a volte dicono la loro anche a livello strategico gestionale.
Sono disilluso e non credo quindi che i comuni e la provincia si priveranno delle partecipazioni e questo sarà solo un danno per i cittadini.

venerdì 29 agosto 2008

Quando la cura è peggiore del male

Il comune di Sestri Levante avvia, anche quest'anno, il suo programma di social housing, approfittando di un cospicuo finanziamento della Regione Liguria. In pratica, l'ente pubblico costruisce nuovi alloggi, o sussidia privati per realizzarli o per ristrutturare i loro, destinati a essere affittati per un lungo lasso di tempo (almeno 25 anni) a un canone concordato, sotto i livelli di mercato. E' una soluzione efficiente? No. Ma, prima, occorre capire che l'alto livello degli affitti dipende principalmente da due fattori (ne aveva parlato Wendell Cox in una mia intervista al Foglio, qualche settimana fa, ma non ne trovo traccia online).

La prima ragione è la scarsità dei terreni, che a sua volta dipende dalle politiche anti-crescita urbana che sono implicite nei vari piani regolatori. Se nessuno può costruire - o, meglio, se possono costruire solo quanti sono in comunella con le varie giunte, e questa approssima una verità assoluta ovunque in Italia - e la domanda aumenta, allora è normale che il valore degli immobili, a parità di altre condizioni, tenda a salire, e con esso i canoni di affitto. Su questa dinamica s'innesta un'ulteriore patologia, e cioè l'assurda legislazione sugli affitti. La rigidità in uscita - la virtuale impossibilità di sfrattare un inquilino anche se moroso - fa sì che i proprietari siano incentivati a tenere sfitte le loro abitazioni, oppure a chiedere agli affittuari un premio sul rischio. Ora, se a questo si risponde col social housing - cioè con la politicizzazione degli alloggi e il controllo dei prezzi - si crea un doppio binario: quello dei fortunati o dei raccomandati, che hanno accesso all'equo canone, e quello delle persone normali, che invece devono pagare prezzi di mercato gonfiati per ragioni regolatorie. Tanto più che lo Stato, e qualunque altro ente pubblico compreso il comune, non è normalmente un buon asset manager, e quindi ci si può aspettare che non sarà in grado di costruire il numero "ottimo" di case nei luoghi migliori, e che le gestirà in modo inefficiente.

Davvero si vuole rispondere seriamente al caro-affitti? Allora si rilassino i vincoli alla costruzione di nuove case, spesso assurdi, e soprattutto si liberalizzino i contratti di affitto.

giovedì 21 agosto 2008

Liberalizzare la lotta ai piccioni

Una pensionata di Rapallo ha speso 450 euro per acquistare tre sacchi di mangime antifecondativo contro i piccioni. Riassumo la polemica: la donna sostiene che il comune non interviene, il comune afferma di spendere già troppo (67 mila euro nel 2007 e 96 mila nel 2008) con risultati sotto le aspettative. Perché? Dice Salvatore Alongi, consigliere responsabile dei piccioni: "Da ottobre cambieremo la modalità di somministrazione che ora è affidata a una ditta esterna, mentre dal prossimo autunno ci saranno dei referenti per le varie zone, una rete di volontari specifici per le diverse parti della città. Quello che abbiamo notato,in questi mesi, è che in certi punti l’attuale metodo di distribuzione è carente oppure troppo abbondante in piazzole in cui il piccione difficilmente va a mangiare". Non so nulla delle modalità di affido dell'incarico (se qualcuno le conosce, parli) ma sarei pronto a scommettere non dico una mano, ma una falange sì, che il contratto preveda obiettivi quantitativi (del tipo "distribuire X kg di mangime al mese") e non legati al risultato (del tipo: "il numero di piccioni in città dev'essere inferiore a..."). I primi si prestano bene a economie che generano inefficienza, i secondi invece stimolano la fantasia delle ditte che hanno l'incentivo a escogitare metodi migliori e più economici per raggiungere un risultato prefissato, misurabile, chiaro. Purtroppo sembra che il comune di Rapallo non si sia reso conto dell'ovvio, e stia ingranando la marcia indietro - così, almeno, mi pare di poter interpretare la minaccia di affidare la lotta ai piccioni a una rete di volontari.

lunedì 11 agosto 2008

Shipping di Stato


Alitalia e Ferrovie dello Stato non sono i soli giganti pubblici dai piedi d’argilla del trasporto italiano. Ne esiste almeno un terzo che, come gli altri, è al tempo stesso una crescente voce passiva del bilancio dello stato, una macroscopica negazione dei principi (comunitari) di libera concorrenza e un insormontabile ostacolo allo sviluppo del settore logistico nel nostro paese. È Tirrenia: la compagnia pubblica dei servizi di cabotaggio che, controllata al 100% da FINTECNA (finanziaria dello stato erede dell’IRI), riceve contributi statali per il servizio pubblico in un ammontare superiore alla metà dei suoi ricavi ma ovviamente non riesce a soddisfare gli utenti.

Come ripetutamente -anche recentemente- sostenuto dall’associazione degli armatori italiani Tirrenia andrebbe privatizzata. Lo stesso presidente del consiglio proprio all’assemblea di Confitarma lo aveva caldeggiato appena un mese fa. Ciononostante nella manovra finanziaria, che pure si occupa di Tirennia all’art. 57, non c’è traccia di una seppur minima dismissione: solo la previsione di una possibile cessione delle compagnie partecipate Caremar, Siremar, Saremar e Toremar alle regioni di riferimento.

Ho l’impressione che le zecche e gli scarafaggi, di cui si sono lamentati i passeggeri giorni fa, non siano gli unici parassiti a infestare Tirrenia…

cross posted @ liberalizzazioni.it

sabato 9 agosto 2008

Nessuno tocchi le sagre

Rivolta dei ristoratori del Tigullio contro le sagre. I gestori di ristoranti e trattorie lamentano la "concorrenza sleale" praticata dai padiglioni all'aria aperta, di fatto liberi da controlli di ordine fiscale e sanitario. Se è per questo, fanno concorrenza "sleale" anche per quel che riguarda il costo del lavoro (zero, visto che in genere la forza lavoro è composta da volontari) e lo "sfruttamento" (credo si chiami così) del lavoro minorile. E allora?
E' importante, qui, evidenziare due fattori. In primo luogo, le sagre rappresentano un ampliamento dell'offerta nel momento di maggior affluenza turistica. Chiunque abbia dovuto prenotare un tavolo da sei o più persone, un venerdì o sabato sera, in un ristorante a basso prezzo (è ovvio che la sagra non fa la concorrenza al ristorante di lusso) sa bene che non sempre è facile trovare posto. La sagra, dunque, contribuisce a un ampliamento dell'offerta rivolta soprattutto alla clientela non esigente (che è disposta a mangiare con piatti e posate di plastica, tormentata dalle zanzare, dopo mezz'ora di fila, e talvolta pagando un prezzo comparabile a quello praticato nei ristoranti). Secondariamente, proprio per questo mi sembra che il livello di concorrenza non sia particolarmente rilevante: chi vuole andare al ristorante per passare una serata tranquilla, va al ristorante, anche se c'è la sagra; e chi vuole andare alla sagra per ballare, magari ci va mezz'ora prima e ne approfitta per mangiare, ma questo non significa che - a parità di altre condizioni - sarebbe andata al ristorante se la sagra non avesse offerto servizi di ristorazione.

Mi sembra, quindi, che la protesta dei ristoratori sia piuttosto debole. E se anche fosse vero che essi devono subire una concorrenza più intensa nel momento di maggiore domanda, non vedo onestamente il problema. Questo è un fenomeno che si verifica virtualmente in qualunque settore liberalizzato, e anche in quelli non liberalizzati se si considerano anche le soluzioni, diciamo, informali. Perfino i tassisti abusivi si moltiplicano, nelle grandi città, nelle giornate e nelle ore in cui le code alle fermate dei taxi sono più lunghe. E' chiaro che con le sagre la concorrenza si fa più feroce, ed è bene che sia così. Capisco che la stagione sia quella che è, ma non si può pensare di uscirne chiedendo (peraltro senza alcuna probabilità di successo) limitazioni forzose dell'offerta.