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giovedì 18 dicembre 2008
Bad news
No. Il vostro presentimento non era infondato. La Liguria è la regione italiana con la più alta pressione fiscale procapite.
martedì 2 dicembre 2008
Forza Musso. Ecco perché il Pdl deve fare le primarie
Il Secolo XIX, 2 dicembre 2008
Le buone idee generano scompiglio. Il volume delle repliche alla proposta di Enrico Musso, di tenere le primarie nel centrodestra per le prossime elezioni regionali, è una sonora dimostrazione che il senatore del Pdl ha toccato un nervo scoperto. L’apertura di Sandro Biasotti, che si è così smarcato dal suo partito, lascia a sua volta intravvedere scenari interessanti. La ricerca di legittimazione popolare per le candidature, del resto, è anche un modo di lanciare un messaggio: in fondo, se si teme il giudizio della propria base, con che credibilità ci si può presentare di fronte agli elettori? Ma la questione delle primarie nasconde anche un tema più generale e profondo, come ha rilevato lo stesso Biasotti: sedici anni e dodici governi dopo le elezioni del 23 aprile 1992, il sistema politico italiano non è ancora riuscito a trovare un equilibrio. Sono cambiate le leggi elettorali, i partiti hanno mutato nome, hanno attraversato scissioni, si sono aggregati, ma ancora restano aperti i nodi della selezione della classe dirigente e del rapporto tra gli schieramenti.
Le primarie possono aiutare nella ricerca del giusto grado di compenetrazione tra apparati politici e società civile. Perfino quando i risultati sono scontati – come con Romano Prodi nel 2006 e Walter Veltroni nel 2008 – esse servono a sostanziare una leadership che abbia l’ambizione di proiettarsi al di là dei confini del proprio schieramento. E’, questa, una condizione essenziale a gettare le basi per un’attività di governo a 360 gradi, ma anche per segnare l’indipendenza rispetto alle burocrazie partitiche. Non è un caso se le primarie sono un tassello centrale del progetto di riforma di Giovanni Guzzetta, il costituzionalista che ha promosso lo sfortunato referendum contro il “porcellum”: le primarie, oltre tutto, rendono i candidati “accountable”, responsabili personalmente delle loro promesse e della loro performance; riducono il peso delle negoziazioni condotte nelle stanze fumose e complicano la vita ai golpisti da congresso.
La questione è delicata perché si colloca all’incrocio tra l’interesse pubblico e il diritto di qualunque associazione, compresi i partiti politici, di organizzarsi come vuole. In fin dei conti, tutto si riduce al tentativo di escogitare strumenti per arginare le due derive a cui la democrazia è soggetta. La prima deriva è quella partitocratica: l’incomunicabilità tra il paese reale e i partiti, lo strapotere delle correnti e per loro mezzo dei gruppi di pressione. A effettuare tutte le scelte rilevanti sono i signori delle tessere, il parlamento non è eletto ma si elegge da sé. Le votazioni si riducono alla scelta del premier (in un sistema che non è formalmente presidenzialista): peggio ancora, dal 1994 sono state quasi esclusivamente un referendum pro o contro Silvio Berlusconi, ed è significativo che sistematicamente i cittadini abbiano votato contro la maggioranza uscente, qualunque essa fosse. Il rischio opposto è quello del populismo: procedure di nomina verticistiche e deresponsabilizzanti acuiscono l’istinto a solleticare la pancia del paese, a prescindere dall’effettiva realizzabilità delle promesse fatte. Nell’Italia del 2008, paradossalmente, entrambi i rischi convivono, con un’aggravante: il venir meno del ruolo dei partiti come agenzie del consenso, capaci di formare la loro classe dirigente, ha durante una prima fase aperto le porte a tutti indistintamente, e poi, come per reazione, ha portato a una chiusura quasi ermetica, per cui chi c’è c’è, chi non c’è resta fuori. Si è dunque passati dall’osmosi acritica con la società civile, al suo rigetto.
In un tale contesto, le primarie possono contribuire, se non a risolvere i problemi, almeno a darvi una risposta. La scelta dei candidati attraverso elezioni aperte a tutti, iscritti e no, è un processo aperto, meno pilotabile. I signori delle tessere continueranno a contare, naturalmente, e questo è inevitabile; ma la partecipazione popolare ne diluirà l’influenza e ne farà crescere il pudore. Al tempo stesso, la tentazione populistica sarà temperata dal realismo tipico di chi ha consuetudine con la politica, e i suoi vizi. Le primarie non sono un meccanismo perfetto, perché soffrono di tutti i limiti della democrazia, compresa la tensione tra populismo e cedimento agli interessi particolari, che si replica pure a questo livello; ma, quanto meno, aiutano a rendere più trasparente e forse più efficace la selezione interna, soprattutto in presenza di un dibattito schizofrenico e di una legge elettorale fatta apposta per offuscare il singolo candidato, che è sempre di più l’anonimo membro di una lista compilata da altri.
Ha quindi ragione, Musso, quando afferma che “le primarie, all’interno del Popolo della libertà, sono una scelta ormai irrimandabile per stabilire chi portare davanti ai cittadini”, sottintendendo un deficit di dialettica interna e di elaborazione culturale, peraltro visibile ai più. E lo stesso vale per il Partito democratico, che pochi giorni fa ha messo sotto gli occhi dei media lo spettacolo sconsolante dell’elezione del coordinatore regionale del Lazio. Anche in quel caso non c’erano primarie, e il congresso si è risolto in uno scontro in campo aperto tra veltroniani, dalemiani, e altre razze minoritarie. Entrambi i partiti avrebbero tutto da guadagnare da procedure più limpide e responsabilizzanti, e quindi sarebbe una splendida notizia se il centrodestra ligure ascoltasse Musso. Purtroppo è difficile che, senza pressioni esterne, un organismo corregga spontaneamente i suoi errori. Il malessere della società italiana è tangibile, ma se non trova traduzione politica rischia di degenerare in paralisi civile. Un paese che ha un dannato bisogno di riforme, semplicemente, non può permetterselo.
Le buone idee generano scompiglio. Il volume delle repliche alla proposta di Enrico Musso, di tenere le primarie nel centrodestra per le prossime elezioni regionali, è una sonora dimostrazione che il senatore del Pdl ha toccato un nervo scoperto. L’apertura di Sandro Biasotti, che si è così smarcato dal suo partito, lascia a sua volta intravvedere scenari interessanti. La ricerca di legittimazione popolare per le candidature, del resto, è anche un modo di lanciare un messaggio: in fondo, se si teme il giudizio della propria base, con che credibilità ci si può presentare di fronte agli elettori? Ma la questione delle primarie nasconde anche un tema più generale e profondo, come ha rilevato lo stesso Biasotti: sedici anni e dodici governi dopo le elezioni del 23 aprile 1992, il sistema politico italiano non è ancora riuscito a trovare un equilibrio. Sono cambiate le leggi elettorali, i partiti hanno mutato nome, hanno attraversato scissioni, si sono aggregati, ma ancora restano aperti i nodi della selezione della classe dirigente e del rapporto tra gli schieramenti.
Le primarie possono aiutare nella ricerca del giusto grado di compenetrazione tra apparati politici e società civile. Perfino quando i risultati sono scontati – come con Romano Prodi nel 2006 e Walter Veltroni nel 2008 – esse servono a sostanziare una leadership che abbia l’ambizione di proiettarsi al di là dei confini del proprio schieramento. E’, questa, una condizione essenziale a gettare le basi per un’attività di governo a 360 gradi, ma anche per segnare l’indipendenza rispetto alle burocrazie partitiche. Non è un caso se le primarie sono un tassello centrale del progetto di riforma di Giovanni Guzzetta, il costituzionalista che ha promosso lo sfortunato referendum contro il “porcellum”: le primarie, oltre tutto, rendono i candidati “accountable”, responsabili personalmente delle loro promesse e della loro performance; riducono il peso delle negoziazioni condotte nelle stanze fumose e complicano la vita ai golpisti da congresso.
La questione è delicata perché si colloca all’incrocio tra l’interesse pubblico e il diritto di qualunque associazione, compresi i partiti politici, di organizzarsi come vuole. In fin dei conti, tutto si riduce al tentativo di escogitare strumenti per arginare le due derive a cui la democrazia è soggetta. La prima deriva è quella partitocratica: l’incomunicabilità tra il paese reale e i partiti, lo strapotere delle correnti e per loro mezzo dei gruppi di pressione. A effettuare tutte le scelte rilevanti sono i signori delle tessere, il parlamento non è eletto ma si elegge da sé. Le votazioni si riducono alla scelta del premier (in un sistema che non è formalmente presidenzialista): peggio ancora, dal 1994 sono state quasi esclusivamente un referendum pro o contro Silvio Berlusconi, ed è significativo che sistematicamente i cittadini abbiano votato contro la maggioranza uscente, qualunque essa fosse. Il rischio opposto è quello del populismo: procedure di nomina verticistiche e deresponsabilizzanti acuiscono l’istinto a solleticare la pancia del paese, a prescindere dall’effettiva realizzabilità delle promesse fatte. Nell’Italia del 2008, paradossalmente, entrambi i rischi convivono, con un’aggravante: il venir meno del ruolo dei partiti come agenzie del consenso, capaci di formare la loro classe dirigente, ha durante una prima fase aperto le porte a tutti indistintamente, e poi, come per reazione, ha portato a una chiusura quasi ermetica, per cui chi c’è c’è, chi non c’è resta fuori. Si è dunque passati dall’osmosi acritica con la società civile, al suo rigetto.
In un tale contesto, le primarie possono contribuire, se non a risolvere i problemi, almeno a darvi una risposta. La scelta dei candidati attraverso elezioni aperte a tutti, iscritti e no, è un processo aperto, meno pilotabile. I signori delle tessere continueranno a contare, naturalmente, e questo è inevitabile; ma la partecipazione popolare ne diluirà l’influenza e ne farà crescere il pudore. Al tempo stesso, la tentazione populistica sarà temperata dal realismo tipico di chi ha consuetudine con la politica, e i suoi vizi. Le primarie non sono un meccanismo perfetto, perché soffrono di tutti i limiti della democrazia, compresa la tensione tra populismo e cedimento agli interessi particolari, che si replica pure a questo livello; ma, quanto meno, aiutano a rendere più trasparente e forse più efficace la selezione interna, soprattutto in presenza di un dibattito schizofrenico e di una legge elettorale fatta apposta per offuscare il singolo candidato, che è sempre di più l’anonimo membro di una lista compilata da altri.
Ha quindi ragione, Musso, quando afferma che “le primarie, all’interno del Popolo della libertà, sono una scelta ormai irrimandabile per stabilire chi portare davanti ai cittadini”, sottintendendo un deficit di dialettica interna e di elaborazione culturale, peraltro visibile ai più. E lo stesso vale per il Partito democratico, che pochi giorni fa ha messo sotto gli occhi dei media lo spettacolo sconsolante dell’elezione del coordinatore regionale del Lazio. Anche in quel caso non c’erano primarie, e il congresso si è risolto in uno scontro in campo aperto tra veltroniani, dalemiani, e altre razze minoritarie. Entrambi i partiti avrebbero tutto da guadagnare da procedure più limpide e responsabilizzanti, e quindi sarebbe una splendida notizia se il centrodestra ligure ascoltasse Musso. Purtroppo è difficile che, senza pressioni esterne, un organismo corregga spontaneamente i suoi errori. Il malessere della società italiana è tangibile, ma se non trova traduzione politica rischia di degenerare in paralisi civile. Un paese che ha un dannato bisogno di riforme, semplicemente, non può permetterselo.
venerdì 7 novembre 2008
Io sto coi precari
Non fraintendetemi: non sto coi precari nel senso che ne condivido (da precario, per così dire) la richiesta di debellare il precariato. Tutt'altro. Sto coi precari nel senso che sono uno di loro, cioè una persona senza un contratto per la vita. Una persona, aggiungo, che non vuole un contratto per la vita. Ma sto coi precari anche in un altro senso: condivido quasi interamente ciò che il Comitato precati della Liguria ha scritto in una lettera aperta al ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. Loro propongono una sfida: caro ministro, scelga un'università, quella che vuole, faccia piazza pulita dei dipendenti a tempo indeterminato e la metta in mano ai "precari"; vedrà che le cose funzioneranno meglio. Per loro è, forse, una provocazione. Per me no. Per me è una cosa serissima. Nei paesi civili, infatti, le cose funzionano così, e maggiore è la responsabilità di un dipendente, minori sono le garanzie sul fatto che non potrà essere licenziato. L'università, come la scuola, è un servizio offerto ai consumatori, cioè gli studenti e le loro famiglie, e occorre strutturarla in modo tale da creare i giusti incentivi a migliorarla. Oggi quegli incentivi non ci sono, perché, una volta entrato, nessuno può essere schiodato, neppure se lavora poco e male. Nei paesi civili, dicevo, le cose vanno così: i contratti sono a tempo determinato, e chi lavora bene non ha nulla da temere, anzi è premiato con la parte variabile del salario. Chi lavora male, fosse anche un premio Nobel, viene accompagnato alla porta. Per questo condivido la lettera dei precari liguri. Credo anch'io che le università italiane abbiano bisogno, tra le altre cose, di essere responsabilizzate, e così i loro dipendenti, docenti e no. L'Italia ha bisogno di più precari e precariato, cioè di più responsabilità.
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martedì 23 settembre 2008
Sanità. Chi controlla i controllori?
Alla domanda su cui i filosofi politici si scornano da un certo po' di tempo - chi controlla i controllori? - la Regione Liguria risponde coralmente: il supercontrollore! La soluzione individuata dall'assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, per debellare le liste d'attesa infinite negli ospedali è appunto quella di spedire nelle varie Asl dei nuovi dirigenti col compito di migliorare il servizio. Magari andrà anche bene, non lo nego, ma mi pare che questa manovra tradisca una profonda incomprensione delle cause del problema, e quindi delle sue soluzioni. La prima cosa che si può dire, in presenza di code, è che il prezzo del servizio in questione è troppo basso. Ciò non significa necessariamente che il prezzo vada alzato, ma che le modalità di erogazione vanno profondamente riviste. Per esempio, passando da una copertura universale garantita (si fa per dire) attraverso le tasse, a un sistema basato sulle assicurazioni obbligatorie (stile Rc Auto), per creare anche un interesse eguale e opposto a far funzionare la macchina (come spiega bene Pierre Lemieux). Il secondo aspetto riguarda l'altra grande forza che spinge verso l'efficienza: la concorrenza. Il sistema sanitario nazionale si basa su enti pubblici, i quali non hanno alcun interesse a competere sulla qualità o sui prezzi, e quindi tende ad adagiarsi. Se si mettono queste due cose assieme - separare chi paga da chi eroga il servizio, e creare condizioni di effettiva parità tra servizio pubblico e strutture private - si arriva alla creazione di uno spazio di mercato. Se non si comprende questo fatto, e non ci si comporta di conseguenza, la strada di Montaldo è effettivamente l'unica possibile: inviare periodicamente qualcuno che dia una scossa al sistema, prima di adeguarsi egli stesso. A quel punto, Montaldo spedirà i megasupercontrollori che dovranno controllare i supercontrollori che controllano i controllori, e così via all'infinito.
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sabato 2 agosto 2008
Tristezza quotidiana. I nuovi consiglieri regionali
Ho ricevuto questa mattina l'ultimo numero di Erre Elle, il periodico del consiglio regionale ligure (*). Il primo servizio, dopo quello patriottico sulla visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Villa Migone, è una carrellata di benvenuto ai nuovi consiglieri regionali, subentrati ai loro colleghi "promossi" al parlamento. Qualche osservazione sparsa.
Angelo Barbero (Pdl): di fatto il suo impegno è circoscritto alla sua provincia, Savona, per la quale immagina nuovi collegamenti col Basso Piemonte (che magari servono anche, diamogli il beneficio del dubbio) e soprattutto sottolinea che intende "fare in modo che il nuovo ospedale di Albenga venga 'riempito' con specialità e reparti e non sia di fatto svuotato". Io non so se quell'ospedale meriti effettivamente di essere ampliato o chiuso, ma mi pare che come inizio non ci siamo: il problema è razionalizzare il sistema sanitario (e privatizzare, aggiunto), non garantire a ogni città il suo bell'ospedale, perdendo così gli indispensabili vantaggi delle economie di scala.
Lorenzo Basso (Pd): anche qui, campa cavallo. Basso propone il suo piano quinquennale ("ho intenzione di concentrare la mia attività legislativa su iniziative di programmazione e sostegno allo sviluppo economico e all'imprenditoria"). Ragazzi, andate a Genova, percorrete la città da Levante a Ponente, e poi guardatevi attorno. Fatto questo, prendete la vostra fottutissima programmazione, mettetevela in tasca e toglietevi di mezzo.
Pietro Oliva (Pdl): parole vuote, salvo la minaccia di "alcuni disegni di legge che riguardano l'utilizzo del territorio, in senso turistico ed agricolo". Rabbrividiamo.
Vito Vattuone (Pd): credere, obbedire e combattere ("il mio impegno verterà a [sic] consolidare l'azione di governo della giunta Burlando"). Anche Vattuone, come Oliva, non ci risparmia la minaccia: "dare risposte concrete alle tante esigenze pratiche che provengono dal territorio". Rabbrividiamo-bis.
(*) Nota nostalgica e per mera associazione d'idee: un miliardo di anni fa, da bambino, facevamo ErreTi, il giornalino della parrocchia di San Pietro a Riva Trigoso, artigianalmente composto in biblioteca. Chi l'ha visto, sa perché mi fa piacere ricordarlo.
Angelo Barbero (Pdl): di fatto il suo impegno è circoscritto alla sua provincia, Savona, per la quale immagina nuovi collegamenti col Basso Piemonte (che magari servono anche, diamogli il beneficio del dubbio) e soprattutto sottolinea che intende "fare in modo che il nuovo ospedale di Albenga venga 'riempito' con specialità e reparti e non sia di fatto svuotato". Io non so se quell'ospedale meriti effettivamente di essere ampliato o chiuso, ma mi pare che come inizio non ci siamo: il problema è razionalizzare il sistema sanitario (e privatizzare, aggiunto), non garantire a ogni città il suo bell'ospedale, perdendo così gli indispensabili vantaggi delle economie di scala.
Lorenzo Basso (Pd): anche qui, campa cavallo. Basso propone il suo piano quinquennale ("ho intenzione di concentrare la mia attività legislativa su iniziative di programmazione e sostegno allo sviluppo economico e all'imprenditoria"). Ragazzi, andate a Genova, percorrete la città da Levante a Ponente, e poi guardatevi attorno. Fatto questo, prendete la vostra fottutissima programmazione, mettetevela in tasca e toglietevi di mezzo.
Pietro Oliva (Pdl): parole vuote, salvo la minaccia di "alcuni disegni di legge che riguardano l'utilizzo del territorio, in senso turistico ed agricolo". Rabbrividiamo.
Vito Vattuone (Pd): credere, obbedire e combattere ("il mio impegno verterà a [sic] consolidare l'azione di governo della giunta Burlando"). Anche Vattuone, come Oliva, non ci risparmia la minaccia: "dare risposte concrete alle tante esigenze pratiche che provengono dal territorio". Rabbrividiamo-bis.
(*) Nota nostalgica e per mera associazione d'idee: un miliardo di anni fa, da bambino, facevamo ErreTi, il giornalino della parrocchia di San Pietro a Riva Trigoso, artigianalmente composto in biblioteca. Chi l'ha visto, sa perché mi fa piacere ricordarlo.
mercoledì 30 luglio 2008
Le rinnovabili e il paradosso della pianificazione
L'Aper - l'Associazione produttori energia da fonti rinnovabili - è scatenata contro la regione Liguria per le restrizioni, presunte o reali, poste dalla Regione alla realizzazione di impianti eolici. Se ne occupano oggi sul Secolo XIX Graziano Cetara e Alessandra Costante (non trovo online l'articolo, qui è disponibile la delibera con annessi e connessi), i quali danno conto delle diverse posizioni. Spiegano:
E' la delibera con cui la giunta ha modificato, ma solo per quanto riguardaMi sembra che, nella sostanza, abbia ragione Pigni (il quale lamenta anche ulteriori complicazioni burocratiche). Il passo falso della regione nasconde un problema più generale, ricontrabile pressoché a tutti i livelli nel dibattito sulla politica energetica - per dire, la stessa critica la si può rivolgere al modo in cui sembra il governo stia impostanto il ritorno nel nucleare. Il passaggio dallo Stato imprenditore allo Stato regolatore - attuato, con tutte le sue contraddizioni ed errori, durante la grande stagione delle privatizzazioni e liberalizzazioni - significa anche riconoscere al mercato una superiore capacità di allocare gli investimenti in modo efficiente. Quando lo Stato ritiene sussistano dei superiori motivi di interesse pubblico, esso incentiva o promuove gli investimenti (sarebbe meglio non lo facesse, vabbé), ma comunque non ha senso che si sostituisca alle imprese nella loro localizzazione, o ai comuni nel micromanagement dei processi autorizzativi. Nessun burocrate pubblico sa, dati i prezzi correnti dell'elettricità e il monte dei sussidi o altre agevolazioni, quanto eolico (o solare o altra cosa) sia opportuno realizzare in Liguria. Ed è surreale che la regione e l'Università di Genova pretendano di censire addirittura la remuneratività degli investimenti; questo è precisamente il compito del mercato. Quindi, una volta nella vita, i produttori di energia rinnovabile hanno ragione da vendere, e ha ragione da vendere chi si oppone a una delibera dirigista nel senso più deteriore del termine.
l'eolico, il Pearl (Piano energetico ambientale della regione) ad aver fatto
infuriare tutti. Nel 2002 la Liguria aveva individuato aree idonee e aree non
idonee alla collocazione delle pale eoliche, eliminando quasi completamente la
possibilità di impiantare i parchi sui crinali, aree di attraversamento per gli
uccelli rapaci e migratori. Con la variante approvata lo scorso mese e per la
quale si attendono osservazioni entro il 31 luglio, vengono indicati altri siti
in cui sarà possibile innalzare le torri dei mulini a vento: 18 dislocati sul
territorio, spesso confinante, di 32 comuni. "Un inaccettabile contingentamento
- osserva Marco Pigni [direttore di Aper] - La Regione dovrebbe indicare dove
non è possibile erigere le pale e poi lasciare liberi gli imprenditori e le
amministrazioni comunali".
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