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martedì 18 novembre 2008
Scuola. Pianeta Terra chiama Onda
Leggo sul Secolo che l' "onda studentesca" contagia anche il Tigullio, che sarà teatro, nei prossimi giorni, di una serie di manifestazioni ed eventi anti-Gelmini. Giovedì pomeriggio, il professor Francesco Pastore, che non ho il piacere di conoscere, terrà una lezione pubblica sulla storia della scuola dal dopoguerra. Se non mi trovassi fuori Tigullio per un impegno di lavoro, andrei volentieri a sentirlo, anche se temo che la sua ricostruzione storica eviterà accuratamente quelli che, a mio avviso, sono i due pilastri fondamentali della questione: l'inefficienza economica della scuola italiana (che tutti i parametri finanziari ci dicono essere malgestita) e la sua inefficacia didattica (la preparazione degli studenti italiani è mediamente inferiore a quella delle loro controparti straniere). Non so se, e comunque non credo che, le riforme di Mariastella Gelmini investano questi temi. Ma mi pare che l'opposizione a esse non solo non tenti di affrontarli, ma faccia anzi il possibile per nasconderli. Ed è su questo punto che mi piacerebbe porgere delle domande a Pastore. Agli studenti, invece, rivolgerei domande di altro genere. Per esempio: perché state protestando? Intendiamoci: anch'io, a suo tempo, ho protestato, probabilmente sbagliando, anche se allora come ora ero allergico a questo tipo di manifestazioni (la nostra scuola fu una delle poche a non occupare, nel '94). Però, se guardo agli slogan che circolano nei cortei, mi pare che lo spauracchio continui a essere, come ai miei tempi, la privatizzazione dell'istruzione, che non è in agenda (purtroppo, aggiungo) e nessuno considera una riforma possibile. Se poi devo ascoltare ciò che gli studenti chiedono (assumendo che questo video sia rappresentativo anche dei ragazzi liguri), c'è da mettersi le mani nei capelli. Terra chiama Onda, rispondete Onda.
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venerdì 7 novembre 2008
Io sto coi precari
Non fraintendetemi: non sto coi precari nel senso che ne condivido (da precario, per così dire) la richiesta di debellare il precariato. Tutt'altro. Sto coi precari nel senso che sono uno di loro, cioè una persona senza un contratto per la vita. Una persona, aggiungo, che non vuole un contratto per la vita. Ma sto coi precari anche in un altro senso: condivido quasi interamente ciò che il Comitato precati della Liguria ha scritto in una lettera aperta al ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. Loro propongono una sfida: caro ministro, scelga un'università, quella che vuole, faccia piazza pulita dei dipendenti a tempo indeterminato e la metta in mano ai "precari"; vedrà che le cose funzioneranno meglio. Per loro è, forse, una provocazione. Per me no. Per me è una cosa serissima. Nei paesi civili, infatti, le cose funzionano così, e maggiore è la responsabilità di un dipendente, minori sono le garanzie sul fatto che non potrà essere licenziato. L'università, come la scuola, è un servizio offerto ai consumatori, cioè gli studenti e le loro famiglie, e occorre strutturarla in modo tale da creare i giusti incentivi a migliorarla. Oggi quegli incentivi non ci sono, perché, una volta entrato, nessuno può essere schiodato, neppure se lavora poco e male. Nei paesi civili, dicevo, le cose vanno così: i contratti sono a tempo determinato, e chi lavora bene non ha nulla da temere, anzi è premiato con la parte variabile del salario. Chi lavora male, fosse anche un premio Nobel, viene accompagnato alla porta. Per questo condivido la lettera dei precari liguri. Credo anch'io che le università italiane abbiano bisogno, tra le altre cose, di essere responsabilizzate, e così i loro dipendenti, docenti e no. L'Italia ha bisogno di più precari e precariato, cioè di più responsabilità.
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venerdì 19 settembre 2008
Nessun pasto è gratis
Continua il braccio di ferro tra comune di Chiavari e provincia di Genova sull'uso del palazzetto dello sport, di cui ho scritto qualche giorno fa. L'assessore chiavarese, Valeria Leoni, risponde alla sua controparte genovese, Monica Puttini, sottolineando (questo è interessante) che "non vi è alcun corrispettivo mensile ma una tariffa d'uso oraria" di 15,55 euro più Iva, e che (questo è invece irrilevante) i termini del contratto sono stati definiti dalla giunta precedente, di centrosinistra come quella provinciale. Questo contribuisce a far chiarezza sulla questione, pur non spostandone i termini che a me paiono chiarissimi. A dire il vero, il diverbio nasconde ancora una volta l'annosa e irresolubile domanda di come sia possibile gestire razionalmente beni e servizi sottratti al mercato - è il caso della scuola ma anche del palazzetto dello sport, che non si capisce bene perché debba essere pubblico. Il mercato ha un fine - allocare le risorse in modo efficiente - e un mezzo - il sistema dei prezzi. I prezzi trasmettono informazioni sulla scarsità relativa di un bene o servizio, ossia sul rapporto tra domanda e offerta. Quando subentra il pubblico, questo meccanismo va a ramengo, e resta il chiacchiericcio.
martedì 16 settembre 2008
Comincia la scuola. Quando il primo sciopero?
Il Tigullio non è stato immune dalle polemiche sulla riforma della scuola. Il Secolo XIX riferisce di due linee di scontro, una "locale" e l'altra "nazionale".
La prima riguarda la richiesta che il comune di Chiavari ha fatto alla provincia di Genova: Palazzo Bianco ha concesso l'utilizzo gratuito del palazzetto dello sport, ma ha chiesto il pagamento delle spese di gestione (12.000 euro subito e poi 2.500 euro al mese). L'assessore provinciale all'Edilizia scolastica, Monica Puttini, grida al tradimento, ma onestamente non vedo come si possa contestare la scelta del primo cittadino chiavarese, Vittorio Agostino. Siamo di fronte, sempre e solo, all'ennesimo problema del disordine istituzionale italiano: enti diversi sono chiamati a cooperare, non avendo alcun incentivo a farlo. Quando si parla di federalismo fiscale, teoricamente si dovrebbe puntare a risolvere questo genere di faccende, responsabilizzando le amministrazioni e riallineando prelievo e spesa. Tanto più che, nel caso in questione, entra in gioco anche il fattore "scuola": in Italia l'istruzione è pubblica, gratuita e obbligatoria. Un cocktail micidiale che ha una e una sola conseguenza: lo scaricabarile. L'istruzione non è un investimento per nessuno, ma una spesa per molti. Finché non verranno scardinati questi fattori, continueremo ad assistere a spettacoli del genere.
A questo braccio di ferro, si è aggiunta - in numerose scuole del comprensorio - la rivolta degli insegnanti contro le riforme del ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. Non ho un'opinione chiara sul progetto della Gelmini (qui trovate alcuni persuasivi argomenti critici), ma su due cose ritengo il ministro abbia pienamente ragione e meriti un deciso sostegno. Una è la questione del maestro unico: qui vi sono ragioni pedagogiche e finanziarie per ritornare alla "vecchia" impostazione, tanto più che il passaggio dal maestro unico al "tre per due", manco fosse una promozione al supermercato, furono principalmente di carattere clientelare (trainare dentro la scuola un po' di quelli che oggi si chiamano precari). Mi sembra giusto che coloro che beneficiarono di quella manovra, siano oggi chiamati a pagarne il conto. Più in generale, e questo mi porta alla seconda constatazione, trovo sinceramente assurdo che, ogni volta che qualcuno paventa un intervento sull'organizzazione scolastica, si scateni il finimondo (significativa l'intervista di Luigi Berlinguer sul Corriere). Gli insegnanti sono uno stakeholder importante, ed è quindi ragionevole ascoltare la loro voce: ma da qui a subirne sistematicamente il ricatto, ce ne passa. Quello che, però, lascia a bocca aperta è il comportamento degli studenti e delle loro famiglie, che - da consumatori - dovrebbero cercare un miglioramento qualitativo dell'offerta scolastica, e dovrebbero entrare nel merito delle scelte. Invece essi si schierano sistematicamente a difesa dello status quo (a suo tempo l'ho fatto anch'io, più o meno).
Perché si comportano e ci siamo comportati così? Il masochismo è un diritto, ma se diventa il comportamento maggioritario in una società, allora è l'inizio della fine.
La prima riguarda la richiesta che il comune di Chiavari ha fatto alla provincia di Genova: Palazzo Bianco ha concesso l'utilizzo gratuito del palazzetto dello sport, ma ha chiesto il pagamento delle spese di gestione (12.000 euro subito e poi 2.500 euro al mese). L'assessore provinciale all'Edilizia scolastica, Monica Puttini, grida al tradimento, ma onestamente non vedo come si possa contestare la scelta del primo cittadino chiavarese, Vittorio Agostino. Siamo di fronte, sempre e solo, all'ennesimo problema del disordine istituzionale italiano: enti diversi sono chiamati a cooperare, non avendo alcun incentivo a farlo. Quando si parla di federalismo fiscale, teoricamente si dovrebbe puntare a risolvere questo genere di faccende, responsabilizzando le amministrazioni e riallineando prelievo e spesa. Tanto più che, nel caso in questione, entra in gioco anche il fattore "scuola": in Italia l'istruzione è pubblica, gratuita e obbligatoria. Un cocktail micidiale che ha una e una sola conseguenza: lo scaricabarile. L'istruzione non è un investimento per nessuno, ma una spesa per molti. Finché non verranno scardinati questi fattori, continueremo ad assistere a spettacoli del genere.
A questo braccio di ferro, si è aggiunta - in numerose scuole del comprensorio - la rivolta degli insegnanti contro le riforme del ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. Non ho un'opinione chiara sul progetto della Gelmini (qui trovate alcuni persuasivi argomenti critici), ma su due cose ritengo il ministro abbia pienamente ragione e meriti un deciso sostegno. Una è la questione del maestro unico: qui vi sono ragioni pedagogiche e finanziarie per ritornare alla "vecchia" impostazione, tanto più che il passaggio dal maestro unico al "tre per due", manco fosse una promozione al supermercato, furono principalmente di carattere clientelare (trainare dentro la scuola un po' di quelli che oggi si chiamano precari). Mi sembra giusto che coloro che beneficiarono di quella manovra, siano oggi chiamati a pagarne il conto. Più in generale, e questo mi porta alla seconda constatazione, trovo sinceramente assurdo che, ogni volta che qualcuno paventa un intervento sull'organizzazione scolastica, si scateni il finimondo (significativa l'intervista di Luigi Berlinguer sul Corriere). Gli insegnanti sono uno stakeholder importante, ed è quindi ragionevole ascoltare la loro voce: ma da qui a subirne sistematicamente il ricatto, ce ne passa. Quello che, però, lascia a bocca aperta è il comportamento degli studenti e delle loro famiglie, che - da consumatori - dovrebbero cercare un miglioramento qualitativo dell'offerta scolastica, e dovrebbero entrare nel merito delle scelte. Invece essi si schierano sistematicamente a difesa dello status quo (a suo tempo l'ho fatto anch'io, più o meno).
Perché si comportano e ci siamo comportati così? Il masochismo è un diritto, ma se diventa il comportamento maggioritario in una società, allora è l'inizio della fine.
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