Il Secolo XIX, 1 febbraio 2009
Sono le 21,34 di venerdì 30 gennaio e, assieme a qualche decina di povericristi come me, mi sto girando i pollici nell’aeroporto di Fiumicino. Ci hanno appena comunicato che il volo delle 21,25 per Genova (che avrebbe dovuto decollare nove minuti fa) è differito alle ore 22,00 (in realtà, ci faranno imbarcare in quel momento, col risultato di arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo). Differito – così ha detto la gentile signorina al gate A22 per placare la rabbia di chi, a quest’ora, vorrebbe tornare da moglie e figli. La reazione dei passeggeri, puoi immaginartela. C’è il vecchietto isterico che “figgi de bagasce!”. C’è l’altro prototipo di vecchietto, quello bonaccione con una spolverata di capelli bianchi che la prende sul ridere. C’è la coscialunga in carriera, c’è il ragazzino col computer tempestato di stickers, c’è il manager che prende un appuntamento per domani mattina, ci sono tutte le gradazioni del grigio e del blu negli abiti anonimi e nelle cravatte di questa strana umanità che viaggia per lavoro e rientra in giornata (e qualcuno che azzarda combinazioni più chic, uno con cravatta salmone a righe gialle su giacca carta zucchero e camicia che ne riprende i colori). Tutti che cristonano nel telefonino, tutti che chiedono come stai a chi risponde dall’altro capo, tutti che si affollano al bar per addentare un costosissimo panino alla plastica, tutti che raccontano i pettegolezzi di oggi come se questo potesse ingannare il grande cronometro dell’universo e comprimere lo spazio che ci separa dall’ingresso sul velivolo. E invece tic toc tic toc, l’orologio gira lento come non mai. Sai cosa non c’è, se si esclude qualche isolata reazione iniziale?
Non c’è più la rabbia. Una volta, l’annuncio di un ritardo importante, soprattutto in certe giornate e in certi orari, destavano la rabbia dei passeggeri. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva di parlare col capo, qualcuno semplicemente diceva alla signorina al gate tutto quello che pensava di lei, della sua mamma e soprattutto della compagnia per cui lavorava. Invece, nulla. La rabbia è sparita. Gli ultimi due anni, durante i quali si è svolto il pazzesco teatrino della privatizzazione di Alitalia, hanno a tal punto fiaccato la pazienza della gente che adesso il ritardo fa parte del novero delle cose certe, assieme alla morte e le tasse. Quelli di noi che si erano illusi, nelle meno delle due settimane trascorse dall’avvio della nuova Alitalia, che quella brutta parentesi si fosse chiusa, oggi sono tornati alla realtà. E’ vero: secondo quanto ha riferito il pilota (di un volo operato da Airone, peraltro) il ritardo era dovuto all’inefficienza dei servizi aeroportuali. Però, resta il fatto che dei quattro voli che io ho preso oggi, tre erano in ritardo, quale che ne fosse la causa.
Il problema vero, in fondo, è che la manovra governativa per la privatizzazione di Alitalia e il salvataggio di Airone è stata concepita in modo tale da aggirare quello che dovrebbe essere l’obiettivo vero del processo di de-statalizzazione dell’economia: cioè introdurre concorrenza per fare efficienza. Mentre ai contribuenti sono state accollate tutte le perdite (e il debito) del vettore tricolore, attraverso la bad company, i consumatori hanno visto precipitare tra le braccia del monopolio quello che era un mercato già scarsamente competitivo, almeno per quel che riguarda le tratte nazionali. Uno degli elementi chiave della cessione a Cai è stato infatti la sospensione dei poteri antitrust, che servono proprio a evitare che le regole del confronto competitivo vengano aggirate o annichilite. Così, si è cambiato tutto a condizione che nulla cambiasse.
Non bisogna, ciò detto, precipitare nel pessimismo. Nonostante tutte le resistenze e gli accorgimenti in senso contrario, l’uscita del Tesoro dalla compagine azionaria di Alitalia è una buona notizia, perché difficilmente i grandi cambiamenti – e questo lo è, anche se avrebbe dovuto verificarsi meglio e prima – restano senza conseguenze. Quindi, è ragionevole attendersi nel lungo termine il ristabilirsi di un contesto concorrenziale propriamente detto, anche perché le direttive europee puntano esattamente in quella direzione.
Si tratta di avere pazienza. Abbiamo sofferto tanto, soffriremo ancora. Soffriremo forse di più, perché quello scampolo di concorrenza che c’era tra Alitalia e Airone è venuto meno. Pagheremo biglietti salati. E continueremo a volare in ritardo, a perdere le connection, a ingurgitare il cibo di Big Jim coi nomi delle piazze romane in quegli squallidissimi chioschetti di Fiumicino. Continueremo a telefonare per annunciare che non aspettarmi a cena, arrivo tardi. Continueremo a fare tutto questo, ma per favore, non perdiamo noi stessi. Continuiamo a incazzarci. Non serve a nulla, ma almeno ci fa sentire vivi.
Visualizzazione post con etichetta privatizzazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta privatizzazione. Mostra tutti i post
domenica 1 febbraio 2009
domenica 7 dicembre 2008
Casetta rossa la trionferà?
L'eterno ritorno dell'uguale. Per l'enne più unesima volta, il consiglio comunale di Sestri Levante si spacca sul "centro sociale" delle Casette rosse, con l'opposizione alla carica contro il progetto del sindaco, Andrea Lavarello, e della sua maggioranza. Tempo fa si era parlato di concedere l'uso dell'area a dei non meglio definiti "ragazzi" che ne avrebbero fatto un "centro di aggregazione politica". Poi l'ipotesi era tramontata, addirittura con strascichi polemici (il sindaco aveva fatto murare l'ingresso per impedirne l'occupazione). Ora la questione torna d'attualità, grossomodo con gli stessi toni di allora: un comunicato della minoranza accusa l'amministrazione di "realizzare un'opera che tutto ha di mira fuorché l'interesse generale della città". In realtà, mi si dice che il progetto sarebbe questa volta più articolato, e che prevederebbe la cessione di spazi - se non ho capito male - ai volontari del soccorso, a un gruppo di anziani, e al "forum dei giovani" (a meno che le due cose non coincidano, nel caso in cui nel forum ci siano sempre le stesse persone che erano giovani qualche anno fa). Il progetto costerebbe più di un milione e mezzo di euro (si parla di 843 mila, che come ogni preventivo che si rispetti sono destinati a raddoppiare qualunque cosa accada. Quindi, in burocratese, 843 mila euro significa "più di un milione e mezzo").
Non vivo più in zona e non ho seguito, se non marginalmente e orecchiando qua e là, la faccenda. Posso (e voglio) però dire che queste polemiche mi hanno stufato. L'amministrazione continua a lisciare il pelo a frange "giovanili" che non ha senso, politicamente, accattivarsi (almeno se il Partito democratico di Sestri è lo stesso Partito democratico che, a livello nazionale, dice quello che dice). L'opposizione sceglie la via facile della contestazione senza però, per quel che traspare dal comunicato offrire un'alternativa. Sono due i problemi. Primo: tutti i beneficiari dell'opera ne sono indegni oppure qualcuno va salvato? Non lo so: dico solo che, nella seconda ipotesi, bisogna dire come e quando e a che condizioni. Secondo: che fare, se non un "centro sociale" (qualunque cosa ciò voglia dire, e non l'ho mai capito), nelle Casette rosse? A questa domanda ho, a differenza della prima, una risposta precisa e convinta: venderle. Non ristrutturarle e poi venderle. Venderle, con gli attuali indici di edificabilità. La soluzione più ovvia e più giusta, chissà perché, nessuno la propone mai.
Non vivo più in zona e non ho seguito, se non marginalmente e orecchiando qua e là, la faccenda. Posso (e voglio) però dire che queste polemiche mi hanno stufato. L'amministrazione continua a lisciare il pelo a frange "giovanili" che non ha senso, politicamente, accattivarsi (almeno se il Partito democratico di Sestri è lo stesso Partito democratico che, a livello nazionale, dice quello che dice). L'opposizione sceglie la via facile della contestazione senza però, per quel che traspare dal comunicato offrire un'alternativa. Sono due i problemi. Primo: tutti i beneficiari dell'opera ne sono indegni oppure qualcuno va salvato? Non lo so: dico solo che, nella seconda ipotesi, bisogna dire come e quando e a che condizioni. Secondo: che fare, se non un "centro sociale" (qualunque cosa ciò voglia dire, e non l'ho mai capito), nelle Casette rosse? A questa domanda ho, a differenza della prima, una risposta precisa e convinta: venderle. Non ristrutturarle e poi venderle. Venderle, con gli attuali indici di edificabilità. La soluzione più ovvia e più giusta, chissà perché, nessuno la propone mai.
Etichette:
casette rosse,
ianni,
lavarello,
privatizzazione,
sestri levante
mercoledì 12 novembre 2008
Efficiente sarà lei
Ieri i lavoratori Fincantieri hanno scioperato contro il mancato rinnovo del contratto. Secondo i sindacati, l'azienda va bene, regge di fronte alla crisi, mantiene le commesse, e quindi dovrebbe spostare delle risorse dai dividendi per gli azionisti alla remunerazione del personale, oltre che all'assunzione di nuove maestranze. Non conosco i dettagli del bilancio, quindi non voglio entrare nel merito - anche se qualche dubbio mi resta. Però c'è un passaggio, nella nota della Fiom-Cigil, che trovo interessante e che merita un minimo di riflessione: "E’ necessario quindi mantenere, consolidare e rilanciare questo grande patrimonio produttivo, e occorre farlo con maggiori investimenti e buona occupazione, perché il lavoro da fare è tanto e non lo si può fare solo con gli appalti. Occorre assumere e non spingere la gente ad andarsene; occorre un’organizzazione del lavoro efficiente, che rispetti la salute e la sicurezza di chi lavora; per questo basta con l’appalto selvaggio: proprio perché in futuro ci possono essere momenti di incertezza, l’azienda deve chiarire qual è il modello organizzativo che intende sostenere all’interno dei cantieri". La distribuzione del carico lavorativo tra produzione inhouse e appalti esterni è, essenzialmente, un fatto di gestione (o distribuzione) del rischio. Se mi aspetto un certo volume di lavoro per un periodo di tempo sufficientemente lungo, assumo della gente, faccio un investimento su di loro in modo da garantirmi una qualità del lavoro mediamente più alta, grazie al commitment di queste persone verso l'azienda e al loro interesse al buon funzionamento del tutto. Se invece il futuro è incerto e volatile, sceglierò un'organizzazione più flessibile, attraverso l'esternalizzazione degli appalti. Non c'è, dal punto di vista teorico, alcuna differenza tra questi due modelli - come è chiaro leggendo il magistrale saggio di Ronald Coase sull'impresa. La differenza è pratica: assumendo persone, riduco i costi di transazione ma aumento le rigidità; altrimenti, mi sposto nella direzione opposta. Questo significa che, almeno in senso lato, il modello organizzativo è per definizione chiaro, e deriva dalle convinzioni del management riguardo al carico di lavoro futuro e alla sostenibilità dei costi fissi. Ora, qualunque organizzazione è, apriori, ugualmente efficiente o poco efficiente, nel senso che non esiste un'organizzazione astrattamente migliore. Il problema dell'efficienza sta, dunque, negli incentivi. Assumendo che sia vero quanto dicono i sindacalisti - che cioè non c'è grande incertezza per il futuro e che l'azienda potrebbe assumere di più e retribuire meglio - perché il management agisce diversamente? Due sono le possibili risposte: la prima è che si tratta di un management incompetente. Se è così, i sindacati dovrebbero dirlo e farlo presente all'azionista - che, al momento, è lo Stato. L'alternativa è che il management ritenga che, nonostante quanto io ho scritto, il costo delle assunzioni (che coincide principalmente con le rigidità imposte dalle norme lavoristiche italiane) è superiore al loro beneficio, cioè che il (pur basso, per la Fiom) rischio di dover nel futuro prevedibile tagliare il personale è superiore al, teoricamente alto, guadagno in efficienza e commitment assicurato da un legame stabile. Se è così, significa che c'è qualcosa che non va nel secondo termine dell'equazione: significa, cioè, che il rendimento delle risorse internalizzate è men che ottimale, ossia che gli incentivi a lavorare tanto e bene non sono, per essi, sufficientemente alti. Mi sembra, questa, per la conoscenza indiretta che ho dell'azienda e anche per quello che mi dicono i miei amici che invece la conoscono più direttamente, una spiegazione ragionevole. Anche se la pacchia di una volta è un pallido ricordo, è ancora possibile per un dipendente, diciamo così, parcheggiarsi alla macchina del caffè, usare le ore lavorative per giocare al fantacalcio, e fare provvista di cancelleria e materiale vario nei magazzini dell'azienda. In queste condizioni, è ovvio che sia preferibile un lavoratore meno motivato, ma più facile da allontanare - se sgarra - a uno con un alto rischio di fannulloneria. Naturalmente questo genere di problemi sono molto meno avvertiti nelle imprese ad azionariato largamente o totalmente privato, meno soggette alle pressioni della politica, e dunque nelle quali la pelandroneria è più facilmente sanzionata. Il problema sta appunto nella difficoltà di punire i comportamenti devianti, che dunque si generalizzano. Non credo di sostenere una cosa troppo lontana dalla realtà, se dico che gli aumenti occupazionali, a parità di condizioni di mercato e al netto delle infornate elettorali, sarebbero probabilmente più facili se andasse in porto la cessione di una tranche di Fincantieri sul mercato (ok, ora che il mercato è orso il gettito sarebbe inferiore a quello sperabile, bisognava farlo prima, ma meglio tardi che mai, e meglio poco che nulla). L'ipotesi di base è, ovviamente, che, come dice la Cigil, l'organizzazione del lavoro sia già "efficiente", e quindi Fincantieri non si trovi sovraorganico. Sono disposti, i sindacati, ad accettare questa sfida?
Etichette:
Fincantieri,
Liberismo,
privatizzazione
sabato 27 settembre 2008
giovedì 25 settembre 2008
martedì 23 settembre 2008
Sanità. Chi controlla i controllori?
Alla domanda su cui i filosofi politici si scornano da un certo po' di tempo - chi controlla i controllori? - la Regione Liguria risponde coralmente: il supercontrollore! La soluzione individuata dall'assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, per debellare le liste d'attesa infinite negli ospedali è appunto quella di spedire nelle varie Asl dei nuovi dirigenti col compito di migliorare il servizio. Magari andrà anche bene, non lo nego, ma mi pare che questa manovra tradisca una profonda incomprensione delle cause del problema, e quindi delle sue soluzioni. La prima cosa che si può dire, in presenza di code, è che il prezzo del servizio in questione è troppo basso. Ciò non significa necessariamente che il prezzo vada alzato, ma che le modalità di erogazione vanno profondamente riviste. Per esempio, passando da una copertura universale garantita (si fa per dire) attraverso le tasse, a un sistema basato sulle assicurazioni obbligatorie (stile Rc Auto), per creare anche un interesse eguale e opposto a far funzionare la macchina (come spiega bene Pierre Lemieux). Il secondo aspetto riguarda l'altra grande forza che spinge verso l'efficienza: la concorrenza. Il sistema sanitario nazionale si basa su enti pubblici, i quali non hanno alcun interesse a competere sulla qualità o sui prezzi, e quindi tende ad adagiarsi. Se si mettono queste due cose assieme - separare chi paga da chi eroga il servizio, e creare condizioni di effettiva parità tra servizio pubblico e strutture private - si arriva alla creazione di uno spazio di mercato. Se non si comprende questo fatto, e non ci si comporta di conseguenza, la strada di Montaldo è effettivamente l'unica possibile: inviare periodicamente qualcuno che dia una scossa al sistema, prima di adeguarsi egli stesso. A quel punto, Montaldo spedirà i megasupercontrollori che dovranno controllare i supercontrollori che controllano i controllori, e così via all'infinito.
Etichette:
liberalizzazioni,
liguria,
privatizzazione,
sanità
domenica 31 agosto 2008
Holding pubbliche
Ho letto oggi su Il Secolo XIX un'intervista al Ministro per le attività produttive on. Scajola, il quale dichiara che il metodo migliore per ridurre i debiti delle Amministrazioni pubbliche locali è sì ridurre la spesa, ma soprattutto far cassa con le partecipazioni detenute in varie società e privatizzarle (aggiungerei anche una sana liberalizzazione dei serivizi, troppo spesso si gioca con le parole privatizzare e liberalizzare).
Parole Sante signor Ministro speriamo non sia una predica nel deserto.
Sono disilluso e non credo quindi che i comuni e la provincia si priveranno delle partecipazioni e questo sarà solo un danno per i cittadini.
Parole Sante signor Ministro speriamo non sia una predica nel deserto.
Ovviamente il giornalista del Secolo non ha fatto mancare la vis polemica sottolineando che le parole del Ministro erano in contraddizione rispetto alle mosse del Governo centrale cioè operazione Alitalia e lenta privatizzazione Finmeccanica.
Ci auguriamo che questi due casi siano particolari e legati a contingenze elettorali (Alitalia serve a Berlusconi come la monnezza di Napoli e su Finmeccanica il Ministro ha dichiarato un maggior peso della sede genovese, quindi semina l'orto ligure del PDL).
Su questo Blog già si era esposto il caso dell'Idrotigullio: oltre alla società di gestione delle acque ce ne sono altre in cui i comuni e la provincia hanno quote societarie e a volte dicono la loro anche a livello strategico gestionale.Sono disilluso e non credo quindi che i comuni e la provincia si priveranno delle partecipazioni e questo sarà solo un danno per i cittadini.
Etichette:
comunità montane,
holding,
liberalizzazioni,
partecipazioni,
privatizzazione,
provincia,
Scajola
lunedì 28 luglio 2008
Perché bisogna privatizzare Fincantieri
La discussione sulla privatizzazione - o, meglio, sul collocamento in borsa di una quota di minoranza - di Fincantieri ha tenuto banco nelle ultime sedute del consiglio comunale di Sestri Levante. La maggioranza ha votato una mozione di alcuni consiglieri di minoranza, che chiede di mantenere lo status pubblico dell'azienda; contrari i rappresentanti del centrodestra, allineati col governo, che su questo dossier ha stranamente posizioni liberali. Ho scritto brevemente sul tema sul Corriere della Fontanabuona e del Levante, ma tutto quello che serve sapere lo ha detto meglio e più diffusamente Jacopo Perego in un Focus dell'Istituto Bruno Leoni. Il punto essenziale, mi pare, non è tanto chiedersi se sia giusto o no privatizzare, quanto piuttosto interrogarsi se esistano delle ragioni per non farlo, e quali siano. L'assoggettamento alla disciplina della borsa, infatti, quanto meno garantisce una gestione più efficiente dell'azienda. Che può anche voler dire - non è possibile escluderlo, nel lungo termine - un ridimensionamento dell'organico. E' vero che questa è una scelta molto difficile, ma è ugualmente vero che mantenere un organico eccessivo è un danno per i contribuenti, per la competitività dell'impresa, e in ultima analisi anche per gli occupati, che vengono inutilmente tenuti laddove sono meno produttivi e si troveranno in difficoltà ancora maggiori quando arriverà il redde rationem - arriverà. Detto questo, non mi pare che al momento vi sia in vista alcun intervento del genere, quanto piuttosto un'esigenza di rendere più efficiente il funzionamento del cantiere, e consentire un afflusso di liquidità indispensabile per i necessari investimenti. Se non si accetta questa logica, il futuro sarà ancora più nero. Che sia privato oppure pubblico.
Iscriviti a:
Post (Atom)