venerdì 9 gennaio 2009

Il prezzo (del biglietto) è giusto?

Tira tramontana, a Genova, per la decisione di Amt di aumentare, a partire da marzo, i prezzi di biglietti e abbonamenti (qui e qui). Verrà, in particolare, ritoccato verso l'alto il costo del biglietto integrato treno più bus, a causa, secondo l'azienda di trasporti del capoluogo, delle pressioni di Trenitalia. Non sembra sortire alcun effetto benefico, invece, la significativa riduzione dei prezzi del carburante, che si sono ridotti di circa un terzo rispetto ai picchi estivi. E' giusto? E' sbagliato? Difficile, anzi impossibile, dirlo. La strategia di pricing è lo strumento principe con cui un'azienda modula la sua presenza sul mercato. La domanda se e quanto sia giustificato rivedere le tariffe - in un momento di crisi generalizzata e con lo spettro (secondo me non molto credibile, almeno nel lungo periodo, ma tant'è) della deflazione alle porte - è dunque posta nei termini sbagliati.

I termini giusti sono questi: la leva del prezzo è, per Amt, a differenza che per qualunque altra impresa, una variabile del tutto indipendente. E ciò perché non esiste un vero mercato competitivo. Se anche non si crede che il trasporto pubblico, viste le sue caratteristiche, non si presti a un modello di concorrenza nel mercato, esso può comunque essere reso più efficiente attraverso l'adozione di un modello di concorrenza per il mercato. Cioè, il comune e gli altri enti pubblici eventualmente coinvolti dovrebbero periodicamente bandire delle gare tra tutti coloro che sono in grado di offrire un servizio rispettoso di certi standard di costo e qualità del servizio. Solo così è possibile innescare un miglioramento del rapporto prezzo/qualità. Come dimostra Ugo Arrigo in questo paper, invece, l'assenza di qualunque forma di competizione causa un livello di inefficienza mostruosa: solo portando l'efficienza del trasporto pubblico locale italiano (si suppone che il caso genovese non svetti per eccellenza) ai livelli europei, si potrebbero ridurre di un terzo i costi operativi, praticamente eliminando la necessità del biglietto (oppure, che sarebbe meglio, riducendo significativamente i sussidi pubblici). Ma difficilmente si può creare vera concorrenza finché le principali aziende di Tpl saranno possedute dagli stessi enti locali.

Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi.

5 commenti:

luca fava ha detto...

"Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi."
Non mi pare un'affermazione giusta; dal momento che non esiste un'alternativa nel mercato (vedi ad esempio come nella telefonia), al pendolare non resta che la lamentela o al limite una bella camminata ogni mattina per andare a lavorare. La forza del consumatore risiede nella possibilità di scelta, ma se questa possibilità viene a mancare cosa può fare?
Ad altri spetta sviluppare una "coscienza di classe"; altri che dovrebbero garantire o un servizio equo ed efficiente o , molto meglio, una liberalizzazione del settore.
Cambiando discorso, vorrei se fosse possibile approfondire li giudizio dato sulla Deflazione, o meglio avere qualche delucidazione sull'impossibilità o scarsa possibilità che questa possa insistere ne lungo periodo.

Carlo Stagnaro ha detto...

Luca: Proprio perché non esiste un'alternativa, i consumatori dovrebbero battersi per averla. Non si può chiedere ai politici di remare contro il loro stesso interesse, cioè fare spontaneamente riforme che ne ridurrebbero il potere e l'influenza. I politici si muovono solo coi sondaggi alla mano (non individualmente, ma come classe - e loro la coscienza di classe ce l'hanno, eccome).
Sulla deflazione, la mia non voleva essere - ovviamente - una affermazione generale e astratta. Il punto è però che, vista la natura dell'attuale crisi e viste la politica di tassi della Fed, a me pare piuttosto che il problema non sia una deflazione (che può esserci), ma l'iperinflazione dietro l'angolo. Quando ripartirà l'economia mondiale, il petrolio tornerà a salire, e con esso la maggior parte delle commodities. Da questo fatto non si può prescindere.

luca fava ha detto...

I politici sono lì a posta! che poi il sistema non funzioni è un altro discorso... altrimenti a cosa serve la classe politica??
Lamentarsi singolarmente non porta a nulla, l'organizzazione, al contrario avrebbe efficacia, ma costa e necessita di un progetto alle spalle; vogliamo davvero chiedere tutto ciò ad un "semplice" operaio o impiegato?
Sul discorso Iperinflazione non mi trovo d'accordo. A mio avviso lo spettro di una deflazione (ancora non presente, per ora si tratta solo di un calo di inflazione) deve essere scacciato con tutti i mezzi, soprattutto in questo momento. Rallentamento economico legato alla deflazione rischierebbe davvero di distruggere il Sistema. In aggiunta la deflazione fa molta più paura dell'Iperinflazione, in quanto poco conosciuta e difficile da combattere (se non "impossibile", vedi Giappone).

Carlo Stagnaro ha detto...

Luca: evito, per carità di patria, di rispondere alla domanda "a cosa servono i politici?". Voglio farne una questione ultrapragmatica: i politici raramente sono idealisti. Il loro mestiere è garantirsi l'elezione al prossimo turno, e per farlo devono dare ai loro elettori ciò che i loro elettori vogliono. A volte esistono politici idealisti - che di per sè significa poco, naturalmente, perché tutto dipende da quali sono le idee in cui credno - ma difficilmente possono fare la differenza, a meno che non sussistano le seguenti due condizioni: (1) Oltre che idealisti, sono anche fortemente carismatici; (2) riescono a intercettare, anticipare e promuovere un cambiamento di direzione nell'opinione pubblica, che può essere dovuto all'insoddisfazione per il passato o al mutare dello scenario intellettuale o al cambiare drammatico delle coordinate politiche o a tutte queste cose assieme (pensa al caso di Margaret Thatcher, o all'effetto del crollo del muro). Altrimenti, nella migliore delle ipotesi sono destinati a restare dei grilli parlandi di poca rilevanza, nella peggiore sono destinati alla trombatura. Non credo, quindi, che il cambiamento possa partire da lì, e comunque non da lì soltanto.

Sulla questione della deflazione, ti rimando a questo splendido intervento di Michele Boldrin:
http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Sette_Miti._Anzi%2C_no%3A_sette_confusioni._%28II%29

luca fava ha detto...

Senza ombra di dubbio il lavoro del pOLITICO è quello di garantirsi una poltrona, detto questo non mi pare saggio accettare questa prassi... Giustamente il cambiamento dell'opinione pubblica innesca dei meccanismi tali da modificare l'assetto originario, tuttavia questa non prescinde e non può prescindere dall'azione politica (tecnicamente parlando).
In definitiva se proprio dobbiamo usare le nostre risorse, peraltro già impegante a mantenere in piedi la Società, utilizziamole per modificare una struttura politica profondamente sbagliata (evidenti sarebbero i benefici a cascata su tutti i settori) non per modificare un singolo aspetto (quest'ultima infatti risulterebbe come una modifica non strutturale, quindi temporanea e non efficiente nel lungo periodo).
Sono consapevole che al giorno d'oggi tutto ciò possa passare come "Filosofico", tuttavia il fatto che solo 50 anni fa questi valori (definiamoli così), ormai deceduti, fossero vivi e pulsanti nella società mi fa riflettere....

Per quanto riguarda il link sulla Deflazione la ringrazio per la segnalazione. Entrando nel merito non condivido alcuni passaggi, in maniera particolare sulla situazione Giapponese. Ecco perchè Le segnalo, a mia volta, un interessante Paper della Fed del 2002; di fatto l'attuale politica monetaria si basa su questi principi.

http://www.federalreserve.gov/pubs/ifdp/2002/729/default.htm