domenica 31 agosto 2008

Case chiuse

Su Il Nuovo Levante ho letto con interesse la proposta dell'On. Mondello in merito alle delibere contro la prostituzione sulle strade di Lavagna e Chiavari.
Ho molto apprezzato la prgmaticità della proposta: case chiuse e quartiere dedicato, come peraltro accade in molte realtà soprattutto del Nord Europa.
Abbiamo già discusso in questo blog delle delibere comunali che si riferiscono alla questione, criticandone gli aspetti di fondo e l'assurdo del non poter chiedere neppure un'informazione ad una persona che sta a bordo strada che si presume si stia prostituendo.
E' chiaro che le prostitute cercheranno di svolgere il meretricio in appartamenti e pensioncine varie, vista la scarsità di clienti sulla strada, ovviamente questo va a discapito dei proprietari e degli inquilini sia per le molestie dovute al via vai degli avventori che per un presumibile calo del valore dell'immobile. La proposta di dedicare una zona o comunque io direi piccoli edifici per questo tipo d'attività (senza falsi moralismi) mi vede a favore, con la preghiera di non soffocare con leggi e delibere la Professione.

Holding pubbliche

Ho letto oggi su Il Secolo XIX un'intervista al Ministro per le attività produttive on. Scajola, il quale dichiara che il metodo migliore per ridurre i debiti delle Amministrazioni pubbliche locali è sì ridurre la spesa, ma soprattutto far cassa con le partecipazioni detenute in varie società e privatizzarle (aggiungerei anche una sana liberalizzazione dei serivizi, troppo spesso si gioca con le parole privatizzare e liberalizzare).
Parole Sante signor Ministro speriamo non sia una predica nel deserto.
Ovviamente il giornalista del Secolo non ha fatto mancare la vis polemica sottolineando che le parole del Ministro erano in contraddizione rispetto alle mosse del Governo centrale cioè operazione Alitalia e lenta privatizzazione Finmeccanica.
Ci auguriamo che questi due casi siano particolari e legati a contingenze elettorali (Alitalia serve a Berlusconi come la monnezza di Napoli e su Finmeccanica il Ministro ha dichiarato un maggior peso della sede genovese, quindi semina l'orto ligure del PDL).
Su questo Blog già si era esposto il caso dell'Idrotigullio: oltre alla società di gestione delle acque ce ne sono altre in cui i comuni e la provincia hanno quote societarie e a volte dicono la loro anche a livello strategico gestionale.
Sono disilluso e non credo quindi che i comuni e la provincia si priveranno delle partecipazioni e questo sarà solo un danno per i cittadini.

venerdì 29 agosto 2008

Quando la cura è peggiore del male

Il comune di Sestri Levante avvia, anche quest'anno, il suo programma di social housing, approfittando di un cospicuo finanziamento della Regione Liguria. In pratica, l'ente pubblico costruisce nuovi alloggi, o sussidia privati per realizzarli o per ristrutturare i loro, destinati a essere affittati per un lungo lasso di tempo (almeno 25 anni) a un canone concordato, sotto i livelli di mercato. E' una soluzione efficiente? No. Ma, prima, occorre capire che l'alto livello degli affitti dipende principalmente da due fattori (ne aveva parlato Wendell Cox in una mia intervista al Foglio, qualche settimana fa, ma non ne trovo traccia online).

La prima ragione è la scarsità dei terreni, che a sua volta dipende dalle politiche anti-crescita urbana che sono implicite nei vari piani regolatori. Se nessuno può costruire - o, meglio, se possono costruire solo quanti sono in comunella con le varie giunte, e questa approssima una verità assoluta ovunque in Italia - e la domanda aumenta, allora è normale che il valore degli immobili, a parità di altre condizioni, tenda a salire, e con esso i canoni di affitto. Su questa dinamica s'innesta un'ulteriore patologia, e cioè l'assurda legislazione sugli affitti. La rigidità in uscita - la virtuale impossibilità di sfrattare un inquilino anche se moroso - fa sì che i proprietari siano incentivati a tenere sfitte le loro abitazioni, oppure a chiedere agli affittuari un premio sul rischio. Ora, se a questo si risponde col social housing - cioè con la politicizzazione degli alloggi e il controllo dei prezzi - si crea un doppio binario: quello dei fortunati o dei raccomandati, che hanno accesso all'equo canone, e quello delle persone normali, che invece devono pagare prezzi di mercato gonfiati per ragioni regolatorie. Tanto più che lo Stato, e qualunque altro ente pubblico compreso il comune, non è normalmente un buon asset manager, e quindi ci si può aspettare che non sarà in grado di costruire il numero "ottimo" di case nei luoghi migliori, e che le gestirà in modo inefficiente.

Davvero si vuole rispondere seriamente al caro-affitti? Allora si rilassino i vincoli alla costruzione di nuove case, spesso assurdi, e soprattutto si liberalizzino i contratti di affitto.

giovedì 28 agosto 2008

Un ticket per San Fruttuoso?

Troppi turisti a San Fruttuoso? Lo sostiene il direttore scientifico dell'area protetta, Giorgio Fanciulli, il quale sul Secolo XIX propone il numero chiuso. Il tema è molto interessante perché riguarda una delle questioni fondamentali relative alla gestione della proprietà pubblica. Il problema è semplice: se un'area pubblica ha accesso libero - cioè, il prezzo è zero - la domanda va all'infinito (essendo limitata solo dai costi di transazione: il costo dell'informazione, i tempi per raggiungerla, eccetera) e nel lungo termine si tende al sovrasfruttamento. L'esempio standard è quello proposto dal biologo Garrett Hardin nel suo celeberrimo articolo del 1968 sulla "tragedia dei beni collettivi" (qui una traduzione italiana): poiché i pascoli sono di tutti, ciascuno vi porta le proprie mucche. Non ha alcun incentivo a limitarle, perché sa che se lascia l'erba intatta, altri ne approfitteranno. Quindi, il pascolo finisce per deteriorarsi - come San Fruttuoso. La conseguenza è che occorre limitare l'accesso. Come si può farlo? Essenzialmente, in due modi (ne ho parlato qui più diffusamente): privatizzando (cioè demandando la selezione degli accessi al proprietario, che vorrà massimizzare il profitto attuale - non solo monetario - impedendo però di distruggere, esagerando oggi, il valore futuro), oppure regolando gli accessi. E' quello di cui si parla per San Fruttuoso.

Come si può regolare gli accessi, in assenza della definizione di diritti di proprietà? Esistono molte soluzioni, la maggior parte delle quali è, secondo me, inefficiente o indesiderabile. Il metodo più semplice è quello di vietare l'accesso, come a Cala dell'Oro, cioè mandare il prezzo all'infinito, oppure limitandolo fortemente (per esempio solo agli studiosi autorizzati), cioè mandare il prezzo molto in alto. Un altro metodo è il numero chiuso: cioè favorire coloro che attribuiscono un basso costo opportunità al loro tempo (assumendo ci siano molte persone che vogliono entrare, il numero chiuso significa che entra chi si prenota per primo, cioè che ci saranno delle lunghe liste d'attesa, cioè che sono favoriti coloro che hanno una vita poco impegnata e non hanno problemi a presentarsi in qualunque momento vengano convocati). Un altro metodo ancora è fissare un prezzo accessibile ai più, ma tale da disincentivare quelli che non hanno un particolare interesse nell'area. Un quarto metodo, quello che io favorirei, è un ibrido di questi due: assegnare un prezzo all'ingresso, che sia variabile con la domanda. Cioè, nelle giornata di domanda alta attribuire un prezzo molto alto (selezionando rispetto al reddito), e in quelle di domanda minore un prezzo molto basso (selezionando quindi in base alle disponibilità di tempo). I moderni mezzi informatici rendono molto semplice l'organizzazione di un "borsino" del genere.

E' ovvio che nessuna soluzione è pienamente soddisfacente, ma ammesso che il problema sia reale - probabilmente lo è - bisogna avere il coraggio di compiere scelte impopolari.

lunedì 25 agosto 2008

I pappagalli di Chiavari e la giustizia assurda

Divertente (e deprimente) articolo di Alessandro De Nicola, dal Sole 24 Ore di ieri.

Pappagalli e prigioni

di Alessandro De Nicola

Distratti sotto l'ombrellone o al riparo in qualche rifugio alpino, ai lettori potrà essere sfuggito un bizzarro caso di cronaca che mi accingo a riportare.
Orbene, nella ridente cittadina ligure di Chiavari è stata emanata una originale sentenza. Pare infatti che un anziano proprietario di una coppia di pappagalli, dovendosi ricoverare per un certo periodo, abbia affidato i due pennuti ad un vicino di casa. Facile comprendere la sorpresa e l'indignazione del povero vecchietto quando, tornato a casa, ha trovato un volatile morto stecchito e l'altro in stato di grave denutrizione.
Ne è seguita una denuncia penale contro il custode e il suo socio d'affari. La macchina della giustizia, inesorabile, si è messa in moto. Il pubblico ministero, non pago della perizia del consulente tecnico del tribunale, il quale aveva ipotizzato che il disgraziato uccello avesse un'infezione che ne ha decretato la fine, lo ha convocato in aula e smontatone la diagnosi ha chiesto la condanna degli'incauti vicini a 3 mesi di carcere. La signora giudice, evidentemente colpita dalle sorti del pappagallo, non paga, ha condannato i rei a 4 mesi e mezzo di gattabuia e, nonostante l'appello, almeno uno dei condannati sta scontando la pena dietro le sbarre dove ha iniziato, per ironia o disperazione non si sa, lo sciopero della fame.
Ammettiamo che il giudice abbia applicato correttamente la legge anche nel mettere già in galera l'assassino di cocoriti (pericolo di reiterazione del reato? Mah). Tuttavia è proprio la norma sostanziale ad essere assurda (la pena massima avrebbe potuto essere 18 mesi!) e non è l'unico esempio che si trova di sanzione penale detentiva per illeciti che potrebbero essere risolti mettendo mano al portafoglio. Infatti, fin dai lavori del Nobel Gary Becker, c'è la consapevolezza che in molti casi il penitenziario è economicamente inefficiente. Nel nostro caso, lo Stato dovrà mantenere per 18 settimane i custodi negligenti. I quali a loro volta sono stati tolti dal sistema economico per un periodo equivalente durante il quale verrà a mancare la loro produzione. Non parliamo dei costi di giustizia: se la causa fosse stata solo civile, non ci sarebbe stato bisogno dell'intervento del PM, con risparmio di tempo e denaro. Qual è il beneficio per la società? Deterrente? Andiamo, una bella multa e un congruo risarcimento sono sufficienti a scoraggiare l'incuria di pennuti. Si toglie di circolazione per un po' due delinquenti (il cosiddetto "incapacitation effect": il briccone finché è dentro, almeno non delinque)? Oh certo, ci immaginiamo il duo che a piede libero si mette a caccia di uccelli dalle piume colorate.
Insomma, visto che il ministro Alfano ha dichiarato che vuole risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, cominci a depenalizzare reati bagatellari e a costruirne veramente di istituti di pena: la capienza è la stessa da decenni. Peraltro, come altro spizzico di cronaca si registra la baruffa goldoniana tra il sindaco di Verona Tosi e quello di Venezia Cacciari. Il primo vuole le guardine comunali, il filosofo preferisce gli schei. Prigioni municipali forse sono irrealizzabili e dispendiose, ma visto che si parla spesso di grandi opere, perché non considerare seriamente penitenziari costruiti e gestiti da privati come accade, con risparmio di costi e miglior trattamento dei detenuti, in molte altre civili nazioni occidentali?

domenica 24 agosto 2008

Cose da pazzi..

Un ragazzo di origini rumene sta tutti i giorni davanti ad un pub centrale nella cittadina sestrese. Chiede l’elemosina e ciondola nervosamente avanti e indietro con la schiena. Per mesi. Stufo della vita, un giorno si alza e si spoglia completamente. Da nudo, inizia a prendere a testate e pugni una vetrina spaccandola; con i cocci di vetro si cerca di tagliare la gola. Cammina indisturbato in Carrugio oltre la zona pedonale. Entra in un ristorante – sempre con gli attributi penzolanti – afferra un coltello e inizia a tagliarsi le coscie. Finalmente, arrivano le forze dell’ordine – che l’assessore Bixio vuole “ringraziare pubblicamente” per ciò che hanno fatto (???) – e lo accompagnano all’ospedale. Qui entra in gioco la psicologa che, dopo due ore di colloquio e una decina d’anni di studi universitari, giudica il ragazzo sano di mente. Coerentemente viene rilasciato. Dopo tre ore esatte, è nuovamente sdraiato nel suo bivacco, davanti allo stesso bar. I commercianti sono sconvolti, la gente senza parole. Leggo che il Comune gli ha pagato un biglietto di sola andata per non si sa dove. Propongo di fare una colletta e comprarlo anche alla psicologa.

giovedì 21 agosto 2008

Il codice a vanvera

Divertente articolo di Gramellini che riprende un po' alcune delle discussione fatte qui sotto.

"Vogliono cambiare il codice della strada. Cioè lo vuole cambiare il sottosegretario con delega ai titoli di prima pagina nei giorni vuoti di Ferragosto. Il ministro pare che non voglia, o che voglia un po’ meno. Però alla fine si metteranno d’accordo con se stessi e lo cambieranno, perché gli incidenti sono troppi e le multe ancora troppo poche per coprire il vuoto incolmabile lasciato nei comuni dall’Ici. Il problema è che mentre leggevo le proposte del governo, tutte ferocissime e terribilissime, mi ha telefonato un amico reduce da un litigio col padre ottantenne." Continua a leggere qui.

Liberalizzare la lotta ai piccioni

Una pensionata di Rapallo ha speso 450 euro per acquistare tre sacchi di mangime antifecondativo contro i piccioni. Riassumo la polemica: la donna sostiene che il comune non interviene, il comune afferma di spendere già troppo (67 mila euro nel 2007 e 96 mila nel 2008) con risultati sotto le aspettative. Perché? Dice Salvatore Alongi, consigliere responsabile dei piccioni: "Da ottobre cambieremo la modalità di somministrazione che ora è affidata a una ditta esterna, mentre dal prossimo autunno ci saranno dei referenti per le varie zone, una rete di volontari specifici per le diverse parti della città. Quello che abbiamo notato,in questi mesi, è che in certi punti l’attuale metodo di distribuzione è carente oppure troppo abbondante in piazzole in cui il piccione difficilmente va a mangiare". Non so nulla delle modalità di affido dell'incarico (se qualcuno le conosce, parli) ma sarei pronto a scommettere non dico una mano, ma una falange sì, che il contratto preveda obiettivi quantitativi (del tipo "distribuire X kg di mangime al mese") e non legati al risultato (del tipo: "il numero di piccioni in città dev'essere inferiore a..."). I primi si prestano bene a economie che generano inefficienza, i secondi invece stimolano la fantasia delle ditte che hanno l'incentivo a escogitare metodi migliori e più economici per raggiungere un risultato prefissato, misurabile, chiaro. Purtroppo sembra che il comune di Rapallo non si sia reso conto dell'ovvio, e stia ingranando la marcia indietro - così, almeno, mi pare di poter interpretare la minaccia di affidare la lotta ai piccioni a una rete di volontari.

mercoledì 20 agosto 2008

Vietato chiedere / 4 (ovvero: macroeconomicamente parlando)

Sul Secolo di oggi, Marco Menduni si spinge in un intrepido viaggio alla ricerca delle lucciole perseguitate (risultato: tre a Lavagna, una a Chiavari). Piuttosto interessante, comunque, la discussione diremmo filosofica (se non ci scappasse da ridere) sul diverso movente tra la delibera lavagnese e quella chiavarese contro la prostituzione in strada. La differenza sta tutta qui: a Lavagna la multa la prende il cliente, mentre a Chiavari anche la prostituta. Se proprio bisogna cercare il pelo nell'uovo, è meglio la soluzione chiavarese. Per due ragioni. La prima è che l'obiettivo dichiarato è quello di dissuadere la prostituzione su strada, e ovviamente la multa ha questo effetto; la seconda è che la multa equivale a un aumento dei costi sunk, e quindi tende a far convergere i costi della prostituzione su strada verso quelli della prostituzione in appartamento (ovviamente questo crea altri disagi, ma non è il problema di cui discutiamo oggi).

Devo dire che ho trovato piuttosto ridicole le "giustificazioni" del vicesindaco di Lavagna, Mauro Caveri: "Secondo noi le ragazze sono vittime - ha detto - non sono loro da punire. E poi, se vogliamo ragionare in termini macroeconomici, questi fenomeni vanno aggrediti sul versante della richiesta". Due questioni: (1) alcune ragazze sono sicuramente vittime, ma altre esercitano la professione per scelta: il sindaco non è un prete, non deve preoccuparsi di salvargli l'anima, deve solo far funzionare la città che gli è stata affidata; (2) macroeconomicamente parlando (ah ah) a me pare invece assai più sensato intervenire dal lato dell'offerta (deformazioni da supply-sider?) ma non nel modo punitivo sotteso alle delibere. L'unica soluzione soddisfacente, puntodivistamente parlando, sarebbe quella di individuare alcune zone da adibire alla funzione di "quartieri notturni", o a luci rosse. Non si può pensare di sconfiggere con 300 euro quello che non a caso è il mestiere più antico del mondo; anzi, se l'effetto immediato delle multe è un calo della presenza delle prostitute, il probabile effetto di lungo termine sarà (a) un rilassamento dell'enforcement a cui seguirà (b) una maggiore discrezionalità/selettività e, dal lato dell'offerta, (c) un incattivimento dei protettori e (d) una crescita del ruolo della prostituzione organizzata "militarmente" (cioè delle schiave del sesso) a scapito delle professioniste indipendenti.

Comunque la si guardi, la soluzione adottata a Chiavari e Lavagna (al di là degli evidenti problemi creati da delibere che vietano di rivolgere la parola al prossimo se il prossimo ha la faccia da puttana) è sbagliata, ingiusta e inefficace. Il problema pubblico, dunque politico, non è la prostituzione, ma la prostituzione su strada. Ossia, il problema non sono le puttane ma l'utilizzo della strada. Se non si capisce questo, non si risolve proprio nulla.

martedì 19 agosto 2008

Vietato chiedere informazioni / 3

Ebbene sì, sono arrivate le prime multe. Quei bischeri dei turisti sono stati colti sul fatto, contrattavano con Meretrici il costo della prestazione e....ZAC multa!!! La metteranno in cornice con la scritta saluti dal Tigullio (by night?).
Abitando in piazza Torino a Lavagna (di fronte alla stazione ferroviaria) vedo la sera sotto casa diverse Signorine passeggiare a bordo strada ed essendo una zona molto popolosa in estate, vicini al mare con molte seconde case, nasce il problema del parcheggio.
E' difficile trovarne uno quando si va a cena fuori, al rientro si può esser costretti a qualche giro in auto prima di posteggiare.
Capita a volte che se ne liberino nella piazza, in questo caso le Signorine lì si mettono perché si vedono meno, nascoste così come sono, tra le auto. Succede qundi di arrivare con la mia auto (sportiva e nera) e far cenno alla Signorina la quale molto gentilmente mi fa un sorriso e si sposta lasciandomi parcheggiare (peraltro le Signorine fungono anche da antifurto visto che sorvegliano la zona meglio delle guardie private).
Torno al momento in cui faccio cenno al parcheggio, secondo voi sarei multabile? In effetti ho chiesto un'informazione (il parcheggio è libero? per cortesia ti puoi spostare? ho ottenuto una risposta con un sorriso che equivale a "Certo, mi sposto così parcheggi").
Non è che qualcuno interpreta la mia domonda alla Meretrice come un " Mi fai entrare?" (Allusione clamorosa) e la risposta del sorriso come un "Giovane, auto sportiva, questo paga sicuramente bene"???

lunedì 18 agosto 2008

Vietato chiedere informazioni / 2

Dopo Lavagna, anche Chiavari ha la sua bella delibera che, con la scusa di combattere la prostituzione, combatte in realtà - e tutto assieme - la libertà di parola, la dignità umana, i principi basilari della civiltà e svariata altra mercanzia del genere. Recita infatti la delibera che "è vietato a chiunque", tra le altre cose, "intrattenersi, anche solo per chiedere informazioni, con soggetti che esercitino l'attività di meretricio su strada o che, per atteggiamento e modalità comportamentali, lascino chiaramente intendere di essere dedite a tale attività". Non ho idea se norme del genere siano compatibili con la Costituzione - non mi stupirebbe, perché la Costituzione italiana protegge tante cose ma non la libertà. Ma queste delibere sono odiose per mille e mille altre ragioni, non ultima il perbenismo ridicolo di cui sono intrise. Continuo a chiedermi se, nella categoria "puttane", vadano considerati anche i nostri politici.

venerdì 15 agosto 2008

I ritardi sono metastasi: si diffondono.

Confessioni di un Pendolare 2

Il treno procedeva con una velocità imbarazzante. Nella mia stessa carrozza, c’è il capotreno che è sta tranquillamente seduto per tutto il viaggio, e che scende puntualmente a ogni fermata per svolgere le sue mansioni. Ritardo di 20 minuti: la norma. Arrivando a Principe, questi si accorge che avrebbe perso la coincidenza con il treno che lo riporta usualmente a casa propria, alla fine del turno di lavoro. Allora, preso da grande spirito civico, acchiappa il suo telefono, che magicamente per lui ha campo anche in galleria (quella lunghissima prima di Principe) e parla con un suo collega che, evidentemente, è capotreno della sua coincidenza. Si presenta dicendo qualcosa come: “Ciao, sono il collega Tizio, sono sul treno xxx delle ore blabla diretto a Livorno Centrale”. E continua: “Mi devi fare questo favore, se non mi aspetti 10 minuti mi fai perdere la coincidenza, cazzo, arrivo a casa tardi! […] Dai, grazie, grazie mille, sei un grande, arrivo subito”. Il treno arriva a Principe e riparte. Tra Principe e Brignole c’è una galleria tra le più tragicomiche del tragitto. Nove volte su dieci il treno lì si pianta, immobile per qualche minuto. Questa che racconto non è un’eccezione. Il capotreno inizia a imprecare, sbuffa, se la prende con il tavolino e con i vetri, passeggia nervosamente, si mette dalla porta di uscita, torna indietro. E’ una scena memorabile. Sta subendo sulla sua pelle il (suo) ritardo che ormai ammonta a quasi 30 minuti. Allora, non domo, riprende il telefono: “Ehi, sono io, dai aspettami, ti prego, sennò mi si incasina tutto qui, ti pago quello che vuoi, ti offro da bere appena ti vedo… [silenzio] Dai, grande, ti ringrazio, appena arriva salto giù”. Il treno arriva con passo greve a Brignole. Nel frattempo, davanti alla porta d’uscita si è formata una breve coda, composta per lo più da anziane dalle forme consistenti che si preparano in anticipo a scendere dal carrozzone. Con un grande gesto d’eleganza, il capotreno spintona un signore e chiede alla restante fila di farlo passare, posizionandosi con il suo zainetto con la faccia incollata al vetro della porta tra lo sgomento dei presenti. Il treno si ferma. La sua cena è salva. E della nostra chi se ne fotte?

Facciamo due conti: lui era già in ritardo di 10 minuti. Altri 10 minuti li abbiamo accumulati dopo la prima chiamata. Sono 20. Per colpa di questo personaggio, più di un centinaio di persone avranno perso 20 minuti della loro vita su un treno per fare in modo che una sola persona, per di più responsabile dei suoi ritardi, arrivasse, chessò, 60 minuti prima. Cento per venti fa duemila minuti, ovvero un giorno e undici ore di ritardo aggregato creati dal nulla senza alcuna spiegazione.

mercoledì 13 agosto 2008

Ma come si fa a non essere liberisti (in quest’Italia)?

Confessioni di un Pendolare.

Secondo una mia personalissima teoria: quelli che, come il sottoscritto, hanno avuto la sfortuna di doversi trasformare in “pendolari” a causa di obblighi lavorativi o di studio e hanno viaggiato avanti e indietro in treno, sui regionali, sugli interregionali che poi sono diventati regionali, sugli interregionali che poi sono diventati intercity, sugli intercity che poi sono diventati eurocity, sugli eurocity che poi si sono trasformati in intercity – ma Plus, attenzione quindi paghi da 1 a 3 euro in più –, sui treni veloci che poi sono diventati lenti o forse veloci non lo sono mai stati, e sui treni lenti che poi sono diventati carri bestiame, insomma, chi come il sottoscritto ha conosciuto Ferrovie dello Stato Spa, quell’azienda che quando arrivi a destinazione – con la clausola “sei già stato fortunato ad arrivare a destinazione, e ora vorresti anche essere in orario?” – ti infastidisce, con una frase degna della migliore assurdità Beckettiana, dicendoti “Grazie per aver viaggiato con Trenitalia”, come se a te, libero cittadino, fosse concessa una scelta, tutte queste persone – dicevo – sempre a mio personalissimo avviso, si possono inserire in solo due categorie: o quelli che si trasformano nei più incazzati degli antistatalisti iniziando a professare liberismo anche alle rotaie dei treni o quelli che perseverano con dei seri disturbi cognitivi. Vi auguro di finire tra i primi.

Vietato chiedere informazioni

La spassosa ordinanza n.5320 del comune di Lavagna vieta "a chiunque", tra le altre cose, "intrattenersi, anche dichiaratamente solo per chiedere informazioni, con soggetti che esercitano l'attività di meretricio su strada o che, per l'atteggiamento ovvero per le modalità comportamentali, manifestino di esercitare l'attività consistente in prestazioni sessuali". Se "colui" (e colei?) che richiede informazioni "è a bordo di un veicolo", "la violazione si concretizza anche con la semplice fermata al fine di contattare il soggetto dedito al meretricio", soggetto a cui naturalmente non è consentita "la salita sul veicolo". Tempi grami, per il lavoro più antico del mondo (non quello di politico, quell'altro).

PS Mi fa giustamente notare un amico che, quanto meno, sarebbe opportuna una circolare che chiarisca quali elementi oggettivi definiscano "l'atteggiamento ovvero le modalità comportamentali" puttanesche. No, giusto per sapere con chi parlare e con chi no, e non incorrere in spiacevoli fraintendimenti...

Sestri Levante: dalla tragedia alla farsa

Le polemiche sulla versione "informale" di Hanoa Hanoa 2008, e la relativa ordinanza proibizionista (di cui abbiamo discusso su questo blog qui, qui, qui e qui) hanno portato il sindaco di Sestri Levante, Andrea Lavarello, alla più classica delle soluzioni italiani: se famo du' spaghi. L'idea di trasformare l'Hanoa Hanoa - che era nata come serata alla Piscina - in una "notte bianca" ha essenzialmente due difetti. Il primo è di natura finanziaria: le parole del sindaco sono chiarissime in merito, quello che ha in mente è aprire il rubinetto pubblico per costruire consenso. Il secondo è di natura organizzativa: ammesso (e non concesso) che associazioni cittadine ed esercenti abbiano voglia, tempo, convenienza e capacità di costruire un evento del genere, perché mai dovrebbe essere il comune a prenderne le redini, trasformando una festa privata in un momento pubblico? Ma soprattutto, in che modo la nazionalizzazione (comunizzazione?) di Hanoa Hanoa potrebbe risolvere il problema originale, cioè l'abuso di alcol e l'imbruttimento del selciato con bottiglie rotte? Perché da qui si era partiti (oltre che dall'accusa del sindaco alle fantomatiche multinazionali dell'alcol - forse ha in mente un festival del succo di frutta?). La contestata ordinanza di Lavarello aveva lo scopo (fallito) di salvaguardare il centro storico dal vandalismo. Se il vandalismo viene istituzionalizzato e innaffiato di soldi dei contribuenti, allora tutto va bene?

martedì 12 agosto 2008

Biblioteche del Tigullio ed internet

Quasi tutti i comuni del Tigullio hanno una biblioteca, a volte gestita direttamente altre volte a gestione mista ad esempio il comune di Chiavari si avvale della collaborazione con la Società Economica. I servizi offerti, oltre alle sale studio, sono per lo più gli archivi più o meno ampi e a piccoli servizi di segreteria esempio fotocopie e prestito libri.
A mio avviso è sempre mancato un servizio che al Comune o a chi gestisce le biblioteche costerebbe poco e sarebbe molto utile al giorno d'oggi e cioè un accesso ad internet aperto al pubblico.
Essendo liberista non credo che il Comune dovrebbe concedere il servizio gratuitamente ma far pagare una cifra simbolica (5 euro all'anno per utente, magari soli 3 euro all'anno per gli studenti) e rientrare così delle spese sostenute.

Il costo sarebbe irrisorio, infatti sarebbe necessario un piccolo Router e un impianto WiFi e vista la concorrenza nel setore delle TLC sono convinto che i servizi sarebbero erogati gratuitamente da parte del service provider (es. Fastweb, Infostrada, TelecomItalia etc.) in questo caso sì che il Comune o comunque il gestore potrebbe lasciare accesso libero visto che i piccoli costi sarebbero a carico di un privato come "sponsorizzazione".
Inutile soffermarsi sui benefici di aver a portata di mano internet per studi ed approfondimenti, archivi immensi anzichè quelli della sola biblioteca.
Il progetto mi sembra veramente semplice da realizzare vediamo se qualche Amministrazione "Illuminata" lo farà suo.

lunedì 11 agosto 2008

Shipping di Stato


Alitalia e Ferrovie dello Stato non sono i soli giganti pubblici dai piedi d’argilla del trasporto italiano. Ne esiste almeno un terzo che, come gli altri, è al tempo stesso una crescente voce passiva del bilancio dello stato, una macroscopica negazione dei principi (comunitari) di libera concorrenza e un insormontabile ostacolo allo sviluppo del settore logistico nel nostro paese. È Tirrenia: la compagnia pubblica dei servizi di cabotaggio che, controllata al 100% da FINTECNA (finanziaria dello stato erede dell’IRI), riceve contributi statali per il servizio pubblico in un ammontare superiore alla metà dei suoi ricavi ma ovviamente non riesce a soddisfare gli utenti.

Come ripetutamente -anche recentemente- sostenuto dall’associazione degli armatori italiani Tirrenia andrebbe privatizzata. Lo stesso presidente del consiglio proprio all’assemblea di Confitarma lo aveva caldeggiato appena un mese fa. Ciononostante nella manovra finanziaria, che pure si occupa di Tirennia all’art. 57, non c’è traccia di una seppur minima dismissione: solo la previsione di una possibile cessione delle compagnie partecipate Caremar, Siremar, Saremar e Toremar alle regioni di riferimento.

Ho l’impressione che le zecche e gli scarafaggi, di cui si sono lamentati i passeggeri giorni fa, non siano gli unici parassiti a infestare Tirrenia…

cross posted @ liberalizzazioni.it

Segnalazione libraria

Lorenzo Beccati presenterà, questa sera a Lavagna, i suoi ultimi due romanzi Il guaritore di maiali e Il mistero degli incurabili (vedere qui). Ho letto il primo, un thriller medievale molto piacevole e avvincente, reso più intrigante dall'ambientazione genovese. Il secondo non l'ho ancora aperto (è in waiting list, per così dire...) ma mia moglie dice che è all'altezza delle aspettative suscitate dal Guaritore. L'evento di stasera può essere un appuntamento interessante.

sabato 9 agosto 2008

Partecipazioni societarie dei comuni: Idrotigullio

Nell'ultimo periodo mi ha molto colpito uno studio dell'Istituto Bruno Leoni nel quale si poneva l'accento sul nuovo modo che lo Stato utilizza per entrare direttamente nella vita economica.
In particolare si faceva riferimento alle nuove Holding create dagli enti locali, non ultima la polemica sul comune di Roma che chiede al governo un aiuto per ripianare i debiti ma se ne guarda bene dal vendere le partecipazioni che detiene e che potrebbe dismettere facendo cassa.

I comuni del Tigullio ovviamente non sono esenti dal malcostume di voler entrare direttamente nella vita economica dei cittadini, con partecipazoni dirette in società che semplicemente dovrebbero erogare servizi al cittadino. Girovogando sul web mi sono imbattuto nel sito di Idro-Tigullio S.p.A., ho trovato lo statuto della Società e l'ho trovato molto interessante. La Società ha per oggetto statutario le attivita’ di gestione nell’ambito del Comune di Chiavari e comunque nel territorio del Levante Ligure, di servizi pubblici di:

A) captazione, adduzione e distribuzione di acqua per usi civili, industriali e agricoli, di fognatura e di depurazione delle acque reflue;
B) raccolta, trattamento e smaltimento di acque reflue e/o meteoriche;
C) svolgimento di servizi ed attività nell’ambito della tutela ambientale
oltre a ciò può svolgere consulenze (esempio di tipo ambientale) e/o partecipare a bonifiche ecc.

Sono state emesse tre categorie di azioni per differenziare i soci:

comuni del tigullio (cat A), altri enti o privati (cat B) che non potranno essere superiori al 20% del capitale e imprenditori privati (cat C) non inferiori al 51% del capitale.
La categoria C è praticamente il Socio privato attuale che gestisce l'azienda tanto che
tutte le deleghe operative sono sue.
Gli aumenti di capitale possono avvenire solo mantenendo i limiti di possesso sopra descritti.

I punti più controversi per i comuni sono:

- il comune di Chiavari deve essere socio almeno con il 20% delle azioni (cat A) (perché?) (quindi anche se volesse il comune può alienare le quote solo dopo modifica statutaria)
- in caso di ingresso di nuovi soci dev'esserci l'assenso del comune di Chiavari.

Se comunica un diniego è sua facoltà presentare un imprenditore di suo gradimento che acquisterà le quote alle condizioni stipulate in precedenza
dal socio "rifiutato". Esempio pratico Alfa Srl chiede di entrare in società pagando 100 euro e il comune di Chiavari dice NO e presenta altro imprenditore esempio la Cooperativa Beta che potrà comprare le quote a 100 euro.

Ovviamente è tutto a norma di legge secondo codice civile etc. etc. ma è il fatto stesso che i comuni vogliano entrare in economia in maniera diretta per poter gestire posti nei Consigli d'Amministrazione, per poter porre veti a imprenditori invisi e presentarne altri più vicini all'Amministrazione pubblica che non piace, non vogliamo più vedere la lunga mano dello Stato attraverso gli Enti locali entrare nella vita dei cittadini quando proprio non v'è alcun bisogno.

Nessuno tocchi le sagre

Rivolta dei ristoratori del Tigullio contro le sagre. I gestori di ristoranti e trattorie lamentano la "concorrenza sleale" praticata dai padiglioni all'aria aperta, di fatto liberi da controlli di ordine fiscale e sanitario. Se è per questo, fanno concorrenza "sleale" anche per quel che riguarda il costo del lavoro (zero, visto che in genere la forza lavoro è composta da volontari) e lo "sfruttamento" (credo si chiami così) del lavoro minorile. E allora?
E' importante, qui, evidenziare due fattori. In primo luogo, le sagre rappresentano un ampliamento dell'offerta nel momento di maggior affluenza turistica. Chiunque abbia dovuto prenotare un tavolo da sei o più persone, un venerdì o sabato sera, in un ristorante a basso prezzo (è ovvio che la sagra non fa la concorrenza al ristorante di lusso) sa bene che non sempre è facile trovare posto. La sagra, dunque, contribuisce a un ampliamento dell'offerta rivolta soprattutto alla clientela non esigente (che è disposta a mangiare con piatti e posate di plastica, tormentata dalle zanzare, dopo mezz'ora di fila, e talvolta pagando un prezzo comparabile a quello praticato nei ristoranti). Secondariamente, proprio per questo mi sembra che il livello di concorrenza non sia particolarmente rilevante: chi vuole andare al ristorante per passare una serata tranquilla, va al ristorante, anche se c'è la sagra; e chi vuole andare alla sagra per ballare, magari ci va mezz'ora prima e ne approfitta per mangiare, ma questo non significa che - a parità di altre condizioni - sarebbe andata al ristorante se la sagra non avesse offerto servizi di ristorazione.

Mi sembra, quindi, che la protesta dei ristoratori sia piuttosto debole. E se anche fosse vero che essi devono subire una concorrenza più intensa nel momento di maggiore domanda, non vedo onestamente il problema. Questo è un fenomeno che si verifica virtualmente in qualunque settore liberalizzato, e anche in quelli non liberalizzati se si considerano anche le soluzioni, diciamo, informali. Perfino i tassisti abusivi si moltiplicano, nelle grandi città, nelle giornate e nelle ore in cui le code alle fermate dei taxi sono più lunghe. E' chiaro che con le sagre la concorrenza si fa più feroce, ed è bene che sia così. Capisco che la stagione sia quella che è, ma non si può pensare di uscirne chiedendo (peraltro senza alcuna probabilità di successo) limitazioni forzose dell'offerta.

venerdì 8 agosto 2008

Non prendiamo fischi per fiaschietti (di sangria)

Mi complimento con il Ceffalo per la splendida e molto intelligente risposta al mio j’accuse sull’ordinanza del don Chisciotte sestrese, il sindaco Lavarello. Ma non ci sto – come disse Preziosi prima di sprofondare in serie C. Non ci sto, anzitutto, a passare per un estremo sostenitore delle “libertà sì, ma senza responsabilità”. Tanto meno per uno che avalla il degrado cittadino e il vandalismo della cosa pubblica. Ho dunque l’impressione di essere stato frainteso. Purtroppo il mio intervento era zeppo, forse troppo, di quel semplice e sobrio pragmatismo che differenzia un giurista da quelli che, come il sottoscritto, zoppicano nella dismal science.

Lasciate così come sono le carte sul tavolo, l’ordinanza era un fiasco. Un immenso fiasco. Se spostiamo le carte o mischiamo il mazzo, allora le tue belle parole risuonano in tutta la loro saggezza. Il punto è: se le forze dell’ordine avessero fatto rispettare l’ordinanza, cosa sarebbe successo? Purtroppo, con i “se” non si è mai andati da nessuna parte. Come sottolinei, sarebbero bastate due multe. Sono pienamente d’accordo. Due, non sono tante. Non questa grande impresa per le forze dell’ordine. Eppure non ci sono state. Perché? Perché i vigili sono dei lazzaroni? Perché gli alcolisti sono troppo scaltri? Perché non ci sono state sufficienti risorse (pubbliche) impiegate sul territorio? Non credo proprio. Serenamente, pacatamente, pragmaticamente, perché siamo in Italia, la terra dei cachi. Le regole vengono scritte e raramente fatte rispettare. Gli esempi abbondano: ultimo il quindicenne ricoverato all’ospedale per sbronza in locale pubblico citato stamane sul Corriere Mercantile. Come puoi pensare che davvero le forze dell’ordine riescano ad aprire gli zainetti delle persone, quando ogni domenica sportiva, nonostante decine di migliaia di poliziotti, gli ultras entrano allo stadio con bastoni, torce luminose, accendini, hashish, motorini scassati e quant’altro? E allora cosa facciamo, aboliamo la serie A perché ci sono degli enormi costi (pubblici), al fianco di ben più enormi profitti (privati) di sponsor ed emittenti televisive? Il mio realismo si esaurisce nel riconoscere come fosse sin da subito evidente che tutto sarebbe stato come in passato, che l’ordinanza sarebbe stata un gran buco nell’acqua. Per questo la colpevolizzo. Non è sbagliato il fine - ridurre al massimo i costi pubblici per massimizzare il ricavo netto sociale (so che è orribile, ma paretianamente non fa una piega) – che di per sé è anche lodevole. Sono straordinariamente sbagliati i mezzi.

L’anno prossimo, meno parole e più etilometri per le strade. Non in mano a quelli del Sert, però, ma ai posti di blocco nel tragitto verso casa. Stiamo tranquilli che, con la certezza della pena, in molti smetteranno di ubriacarsi.

Ps. Dato che sono sempre troppo logorroico, non tratto due temi su cui mi trovo in forte disaccordo con te. 1. Le abitazioni della zona rossa sestrese scontano già all’interno dei loro prezzi il caos e la movida notturna. 2. La lobby dei baristi mi sembra una gran bella invenzione e credo abbia poco o nessun senso parlarne.

Pps. A quanto ne so, ma correggetemi se sbaglio, gli unici a pagare le pochissime multe fioccate saranno proprio i gestori che hanno sgarrato.

Non perdiamoci in un bicchiere di mojito


Lo sapevo. Accidenti. Alla fine tocca sempre a me fare il cattivo. Ok, ci sto: vestirò ancora i panni del vecchio, del reazionario, e di quello vagamente misantropo. Il ruolo dell’omo salvatico, insomma, sarà –come volete voi (e in fondo un po’ anch’io)- di nuovo mio. Sarò tanto sgraziato, lapidario e paradossale quanto vi aspettate, se non di più.

Attenzione, però. Accetto la parte, non  il copione. Mi spiego: difenderò, sì, l’ormai famigerata ordinanza Lavarello  (leggetela per conoscerne il contenuto); ma lo farò recitando battute mie, senza ridurmi a sostenere, contro l’evidenza storica e la mia stessa natura, improbabili apologie del proibizionismo, che –per dirla col Giovanni Busacca de La grande guerra- in questa faccenda non c’entra “proprio un bel gnènt”. Né a livello teorico, né a livello pratico, né a livello economico.

A livello teorico un’ordinanza contingibile e urgente, emanata da un primo cittadino in veste di tutore dell’ordine pubblico ai sensi dell’art. 54 comma 2  del D. Lgs. 18/8/2000 n. 267, che vieta la vendita e la detenzione di alcol in spazi pubblici ben circoscritti per un tempo determinato non si  può definire un provvedimento proibizionista. Non è proibizionista nella forma: perché non è di carattere generale e astratto né è a tempo indeterminato come il 18esimo emendamento della costituzione americana ma particolare, concreto e limitato nel tempo. Non è proibizionista nella sostanza: perché, nonostante le infelici dichiarazioni in salsa neogramsciana del sindaco (semel comunista, semper comunista), non ha finalità pseudoeducative ma si propone –vedere i considerata dell’atto- di evitare turbative dell’ordine pubblico. Si tratta di stato vigilante notturno, non di stato etico.

A livello pratico, l’ordinanza è fallita non perché fosse proibizionista e quindi insensata bensì  perché non è stata fatta rispettare. Vigili urbani, carabinieri e polizia non hanno spiccato le multe previste per i trasgressori, altrimenti di persone col bottiglione di vino da cinque litri ce ne sarebbero state ben poche. Dopo una, due multe da 500 € pochi altri avrebbero ragionevolmente provato le brezze dell’infrazione alcolica. Ancora una volta il problema è quello dell’effettività della norma, non della sua impossibilità che in questo caso –ripeto: assai limitato nel tempo e nello spazio- è tutta da dimostrare. Si tratta di stato di diritto, non di stato totalitario.

A livello economico, poi, non si vede perché l’incasso (privato) di due ore delle mescite locali –non delle multinazionali- debba essere salvaguardato a scapito dei costi (pubblici e privati) che ha sempre comportato lo svolgimento di simili manifestazioni ad alta gradazione alcolica: inquinamento acustico e del suolo, assistenza sanitaria, danneggiamenti... La lobby dei titolari di bar, pub e chioschi negli anni passati ha regolarmente scaricato sugli altri esercenti (albergatori, imprenditori balneari e negozianti), sui residenti (proprietari e inquilini del centro storico e del lungomare) e sui contribuenti le indesiderabili conseguenze dei loro guadagni da movida: il Comune ha preso atto di questo fatto. Si tratta di stato minimo, non di stato interventista.

Finché esisteranno degli spazi pubblici, esisterà un’autorità pubblica  col compito di tutelare l’ordino pubblico negli spazi pubblici.  Incominciamo col contrastare il Comune imprenditore e pianificatore, poi metteremo in discussione il Comune tutore dell’ordine (e, quindi, gli spazi pubblici). Nel frattempo, però, vediamo di non cadere nella tentazione di diffondere un’idea irresponsabile (ergo illiberale) di libertà per riscuotere facili e rumorosi quanto inutili consensi. 

UP-DATE: l'ordinanza continua a far discutere anche gli amministratori tigullini.

giovedì 7 agosto 2008

Per due ore d’Alcol


Che ci avessero preso gusto era nell’aria. Dopo aver archiviato con successo la vicenda Fincantieri, l’obiettivo prossimo dichiarato sono le multinazionali dell’acol, oltre ogni ragionevole dubbio colpevoli di trarre in inganno insensati teenager, consumati e corrotti dai lunghi anni passati a mangiar pop corn tra uno spot e l’altro di aperitivi, birre e ammazzacaffè. Che inizino a tremare dunque. Non gliene ne vogliano i solitari mercanti di liquori sestresi, che del vendere alcol a innocenti ragazzetti hanno fatto una ragion d’essere. Niente bevande alcoliche dalle ore 00.00 alle ore 2.00 del giorno 6 Agosto. Dictum factum. Per buona pace di quei ventenni che volevano ridurre la loro vita come i loro bicchieri a fine serata, vuota. Ma anche in barba a tutti quegli altri che volevano semplicemente divertirsi. Degli uni come degli altri, in tutta franchezza, non mi frega molto. Ciò che invece mi preme sottolineare è come questa ordinanza sia da rigettare su tre livelli: a livello teorico è inensata, a livello pratico non è servita assolutamente a niente e a livello economico è stata un salasso per i gestori dei locali già ampiamente penalizzati da un settore turisitco in continuo trend negativo da anni.

A livello teorico, è impensabile che un comune, ma più in generale una qualsivoglia forma di organizzazione statale e parastatale si prenda la briga di educare le persone. Sia perché tale strada è grottescamente impraticabile sia perché sarebbe un grave attentato alle libertà individuali di ciscuno di noi. Non a caso, i regimi che “educano” le persone necessitano del totalitarismo per rendere le proprie politiche effettivamente applicabili.

A livello pratico basta il buon senso. Come si può pensare di risolvere il problema della movida notturna e della devastazione cittadina impedendo agli esercenti di vendere un mojito? Se uno è alcolizzato, alcolizzato resta e si porta il bottiglione da 5 litri sotto il braccio, come è avvenuto l’altro ieri sera. Per di più, se uno è vandalo lo rimane anche senza bere. E nonostante i giornalisti del Secolo XIX e del Corriere Mercantile si siano affrettati a dichiarare – a mio avviso in maniera scandalosamente di parte – che mai ci fu una hanoa hanoa così sobria, le impressioni di chi c’era per davvero risultano essere ben diverse. La gente era ugualmente ubriaca, le bottiglie ugualmente rotte sulla spiaggia (forse quest’anno anche di più, perché al supermercato non vendono ancora la birra nel bicchiere in plastica), gli indigeni ugualmente scocciati di questa festa, l’etilometro – fornito dal bar Balin come dice il Corriere Mercantile (??) – funzionava esattamente come l’anno scorso, quasi una gara a chi totalizzava il punteggio più alto, le persone sono state ricoverate in egual misura all’ospedale per gli eccessi della serata. A sentire chi alla festa è andato veramente, non c’è stato alcun “successo”. Solo tanti fegati sconfitti.

A livello economico, i veri perdenti sono loro: i bar, i pub, i chioschi. Gli stessi che hanno civilmente accettato di chiudere i battenti alle ore 2.00 notturne di ogni giorno dell’anno. Per due ore d’alcol sono andati in fumo migliaia di euro di incassi mancati. Tali esercenti letteralmente “vivono” per serate come la barcarolata, l’hanoa hanoa et similia, in cui hanno entrate straordinarie che compensano i periodi invernali di vacche magre. Una misura come quella emanata dal comune non ha avuto altro effetto che danneggiare loro senza creare nessun apprezzabile effetto per la cittadinanza se non quello – negativo e ben prevedibile – di un muro a Portobello da ridipingere nel libro paga del comune, ovvero a spese dei cittadini.

Il Grande Alcolizzato ti ascolta

Ha fatto molto discutere l'ordinanza del sindaco di Sestri Levante, Andrea Lavarello, che proibiva il consumo di alcol dalle 21 alle 7 di martedì, in coincidenza col tradizionale appuntamento con la festa Hanoa Hanoa, quest'anno orfana della Piscina. Non ho una particolare opinione sul tema in sé, e so che tra i collaboratori di questo blog prevalgono visioni diverse. Tendo ad avversare i provvedimenti proibizionistici, perché mi sembra un modo per sparare nel mucchio, colpendo chi vuole farsi un gottino in santa pace tanto quanto chi beve per far casino; e poi perché normalmente non funzionano. E' pur vero che, trattandosi di un provvedimento limitato a una sola notte, il disagio è limitato, ed è anche chiara la logica dell'intervento. In ogni caso, avevo scelto di non intervenire proprio perché non riesco a collocarmi precisamente (se non in una posizione di moderata opposizione). Quello che ho trovato davvero stupefacente sono le parole con cui Lavarello ha giustificato, sul Secolo, il provvedimento, la cui giustificazione in un mondo normalmente starebbe semplicemente nei termini dell'ordine pubblico:

«Con quel provvedimento - spiega il primo cittadino Andrea Lavarello - abbiamo cercato di incoraggiare chi voleva divertirsi, contendendo chi invece è vittima degli eccessi dovuti all’alcol». Perché vittima? «Perché coloro che hanno criticato la presunta durezza di questa ordinanza, hanno confuso democrazia con “libertà dello sballo” - prosegue Lavarello - E non si rendono conto di essere “pedine” delle multinazionali dell’alcol, che monopolizzano le mode del divertimento. Il problema è ampio e difficile da risolvere perchè lo Stato, con l’alcol, guadagna. E il comportamento di alcuni giovani durante l’Hanoa, negli ultimi anni, ha reso evidenti questi concetti».

Le multinazionali dell'alcol, che monopolizzano le mode del divertmento?? Non riesco a commentarla, perché è talmente grossa che neppure l'immensità di internet può contenerla, una cazzata simile.

martedì 5 agosto 2008

Finanziamenti diretti agli asili privati: 225 mila volte no

Il comune di Chiavari ha graziosamente deciso di distribuire, tra scuole per l'infanzia e asili privati, la considerevole somma di 225 mila euro in tre anni. Obiettivo del provvedimento è "incrementare l'offerta formativa", grazie a un contributo regionale specificamente destinato al supporto a scuole paritarie. Si tratta di una cifra molto importante: nel 2007, Chiavari ha speso complessivamente, per la scuola materna, circa 530 mila euro, e per tutte le voci dell'istruzione pubblica circa 1,8 milioni di euro. Quindi, 75 mila euro all'anno di contributo equivalgono a quasi il 15 per cento della spesa per asili, e oltre il 4 per cento della spesa totale per istruzione. Altrettanto importante è il numero di famiglie coinvolte: circa il 40 per cento dei bambini frequenta scuole private per l'infanzia, un dato sostanzialmente omogeneo a quello provinciale.

Purtroppo, se capisco bene la legge regionale del 2006, il finanziamento regionale è vincolato all'erogazione diretta, sebbene non vi sia traccia di una qualche intenzione differente da parte del comune. In ogni caso, mi pare una soluzione non accettabile, perché di fatto assegna all'ente pubblico il compito di ripartire i contributi secondo logiche politiche, che in generale non riflettono (perché non possono riflettere) gli effettivi meriti delle singole istituzioni scolastiche. Il problema è che i burocrati comunali, per quanto ben intenzionati e preparati, non coincidono con la domanda di asili, e quindi non hanno un vero incentivo - né le informazioni - a valutare quali siano gli asili migliori, quali meritino di essere premiati e quali invece vadano lasciati perdere. Solo il mercato, cioè gli utenti reali, può esprimere questo giudizio. Tra parentesi, lo stesso problema esiste a monte: una rapida lettura del Piano regionale 2008-2010 per il diritto allo studio, e in particolare la parte relativa alle scuole per l'infanzia, rivela come i criteri di assegnazione dei finanziamenti ai comuni siano meramente burocratici, mentre non sia previsto alcun controllo ex post sull'efficienza della spesa, né sia definito alcun criterio di valutazione in merito. Quindi, la logica della regione verso i comuni, e dei comuni verso le scuole, è: se disponete di certi requisiti oggettivi, io vi finanzio; e purché voi siate in grado di mantenere l'apparenza di un utilizzo ragionevole dei finanziamenti, non effettuerò alcuna verifica su come e dove avete speso i soldi.

Quindi, se si dispone di 75 mila euro all'anno da spendere sull'educazione, sarebbe meglio creare dei voucher da distribuire alle famiglie, le quali potranno spenderli presso gli asili di loro gradimento. Solo in questo modo si può innescare un processo di competizione e selezione virtuosa, che al tempo stesso metta in concorrenza gli asili e garantisca pari condizioni a tutte le famiglie, evitando quindi di impiegare quelle risorse in modo regressivo. Che poi neppure il voucher sia la soluzione migliore, è un altro discorso - si può ragionare su strumenti diversi ma di fatto equivalenti, come il credito d'imposta o la quota capitaria (forse la quota capitaria potrebbe addirittura essere compatibile con la legge regionale, perché in fondo il trasferimento avviene direttamente dal comune alla scuola - qui una trattazione generale). Ma il dato essenziale è che l'allocazione non deve avvenire tramite convenzione tra beneficiario e comune, ma dovrebbe essere mediata dalle preferenze effettive delle famiglie. E, nella misura in cui il meglio è nemico del bene (drammaticamente vero in politica), il voucher è uno strumento che ben si presta.

lunedì 4 agosto 2008

Semel in anno accidit sanire

Di solito a leggere le dichiarazioni dei politici (locali) trasecoliamo. Quasi sempre espressioni come: "No!”, “Non ci credo!”, “Siamo nel 2008!”, “Com’è possibile sostenere ancora simili baggianate?", affiorano a catena sulla nostra bocca quando, facendoci coraggio, sfogliamo i quotidiani.

Raramente, infatti, intenti a leggere i giornali rimaniamo positivamente meravigliati.

Stamattina, per esempio, l'intervista rilasciata al Secolo XIX dall'On. Mondello ci ha piacevolmente sorpreso. Non che l'ex sindaco democristiano di Lavagna si sia improvvisamente convertita al liberismo e si sia finalmente decisa a sostenere le ragioni del mercato. Fantascienza in epoca tremontiana: non esageriamo.

La deputato del pdl ha solo evidenziato come, finanziando le 19 comunità montane liguri, si siano trovati posti (e  stipendi) per qualche impiegato (magari residente in cittadine costiere) e non si sia affatto valorizzato il nostro entroterra bisognoso non di carrozzoni pubblici ma –in primis- di nuove infrastrutture. La parlamentare (tra l'altro originaria di Bedonia), mettendo più o meno esplicitamente in luce il vero e proprio contrasto esistente tra il mantenimento degli ennesimi enti inutili e il sostegno alla popolazione delle zone montane, si è limitata a dare voce al buon senso. Niente di più.

Dio solo sa quanto ciò sia lodevole in politica. In italia. Particolarmente nel Tigullio.

 

P.s. Preciso in anticipo che ho volutamente glissato sulla conclusione dell’intervista dalla quale è stato evidentemente estrapolato il titolo: le contraddittorie rassicurazioni sull’esistenza delle comunità montane liguri di “chi ha davvero bisogno” concesse in chiusura d’intervista spero rappresentino soltanto un trascurabile omaggio al costume centrista del colpo al cerchio e alla botte.

domenica 3 agosto 2008

Raccolta differenziata alla zeneize

Bella inchiesta del Giornale, che svela come la raccolta differenziata nelle stazioni ferroviarie liguri (ma anche altrove) sia una balla. Nel senso che la gente differenzia, e poi tutto viene rimesso assieme e smaltito come prima. Già la differenziata non dovrebbe essere un dogma - nel senso che la sua convenienza varia molto da rifiuto a rifiuto e da luogo a luogo - ma certo vendere ai cittadini un servizio apparentemente "verde" per poi procedere come prima è poco meno di una truffa.

sabato 2 agosto 2008

Tristezza quotidiana. I nuovi consiglieri regionali

Ho ricevuto questa mattina l'ultimo numero di Erre Elle, il periodico del consiglio regionale ligure (*). Il primo servizio, dopo quello patriottico sulla visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Villa Migone, è una carrellata di benvenuto ai nuovi consiglieri regionali, subentrati ai loro colleghi "promossi" al parlamento. Qualche osservazione sparsa.

Angelo Barbero (Pdl): di fatto il suo impegno è circoscritto alla sua provincia, Savona, per la quale immagina nuovi collegamenti col Basso Piemonte (che magari servono anche, diamogli il beneficio del dubbio) e soprattutto sottolinea che intende "fare in modo che il nuovo ospedale di Albenga venga 'riempito' con specialità e reparti e non sia di fatto svuotato". Io non so se quell'ospedale meriti effettivamente di essere ampliato o chiuso, ma mi pare che come inizio non ci siamo: il problema è razionalizzare il sistema sanitario (e privatizzare, aggiunto), non garantire a ogni città il suo bell'ospedale, perdendo così gli indispensabili vantaggi delle economie di scala.

Lorenzo Basso (Pd): anche qui, campa cavallo. Basso propone il suo piano quinquennale ("ho intenzione di concentrare la mia attività legislativa su iniziative di programmazione e sostegno allo sviluppo economico e all'imprenditoria"). Ragazzi, andate a Genova, percorrete la città da Levante a Ponente, e poi guardatevi attorno. Fatto questo, prendete la vostra fottutissima programmazione, mettetevela in tasca e toglietevi di mezzo.

Pietro Oliva (Pdl): parole vuote, salvo la minaccia di "alcuni disegni di legge che riguardano l'utilizzo del territorio, in senso turistico ed agricolo". Rabbrividiamo.

Vito Vattuone (Pd): credere, obbedire e combattere ("il mio impegno verterà a [sic] consolidare l'azione di governo della giunta Burlando"). Anche Vattuone, come Oliva, non ci risparmia la minaccia: "dare risposte concrete alle tante esigenze pratiche che provengono dal territorio". Rabbrividiamo-bis.

(*) Nota nostalgica e per mera associazione d'idee: un miliardo di anni fa, da bambino, facevamo ErreTi, il giornalino della parrocchia di San Pietro a Riva Trigoso, artigianalmente composto in biblioteca. Chi l'ha visto, sa perché mi fa piacere ricordarlo.

venerdì 1 agosto 2008

Meno Ici per tutti

L'abolizione dell'Ici, uno dei primi passi del governo Berlusconi, avrà pesanti conseguenze sul bilancio dei comuni del Tigullio. Per varie ragioni, non penso che sia stata una manovra condivisibile, nel senso che - sebbene ogni tassa in meno meriti un applauso - tra tutte, l'imposta comunale sugli immobili non era il miglior punto di partenza. Infatti, l'Ici era di fatto l'unica imposta su cui i sindaci venivano giudicati e, dunque, responsabilizzati. Consentiva gli elettori di valutare non solo l'utilità della spesa pubblica, ma anche la sua efficienza, perché ognuno sapeva quanto pagava e come i suoi soldi venivano impiegati. Adesso, il finanziamento dei comuni sarà legato largamente alla fiscalità derivata, e dunque i sindaci saranno valutati solo sulla spesa, non più sul prelievo.

Amen. E' andata così e tutti gli amministratori dovranno rifare i loro conti. Trovo però piuttosto surreali le reazioni di cui riferisce oggi Il Secolo XIX e che, con un paio di eccezioni, sono straordinariamente bipartisan. L'elemento dominante è il mugugno per il possibile calo del gettito, e la ritrosia a "effettuare tagli". Ora, capisco benissimo che ridurre la spesa sia sempre difficile. Ma da lì a dire che è impossibile o a piangere miseria, ce ne passa. Non mi risulta - e non risulta da nessuna parte - che i nostri enti locali siano campioni di efficienza, incapaci di ottimizzare i loro bilanci in modo tale da garantire parità di output spendendo (sprecando?) meno. Né mi risulta che i comuni facciano oggi unicamente cose insostituibili, per cui in assenza di un loro coinvolgimento diretto la collettività perderà l'accesso a servizi essenziali. I sindaci del Tigullio, e i loro assessori, sarebbero più credibili se cominciassero a prendere sul serio la questione dell'efficienza e ci raccontassero perché non possono o non vogliono tagliare spese, e magari servizi che potrebbero tranquillamente essere resi dal mercato se solo lo si lasciasse libero di agire.

Fateci vedere i dati, e solo poi decideremo se davvero la riduzione dei bilanci è una sciagura oppure un'opportunità per avere amministrazioni meno impiccione e servizi migliori.