venerdì 13 febbraio 2009

Pentitevi




Menomale. Anche dalle nostre parti c’è chi ha aderito alla lodevole iniziativa promossa dalla radio pubblica “M’Illumino di Meno” e alle 18.00 di oggi ha coscienziosamente spento la luce. Forse voi tre o quattro lettori non ve ne sarete nemmeno accorti, presi come siete dalla mediocrità egoista delle vostre faccenducole quotidiane come il lavoro, eppure qualcuno oggi ha scelto -anche per il bene vostro- di rinunciare alla luce in cambio dell’oscurità. Qualcuno ha premuto coraggiosamente l’interruttore, camminato a tentoni e pure incespicato per salvare voi e il pianeta che, se non lo sapete, è in pericolo. Sentitevi in colpa, spregevoli consumatori di energia. Sentitevi in colpa, famelici divoratori di watt. Sentitevi tremendamente in colpa, perché a voi pirla per guadagnare serve la corrente elettrica. Ad altri, invece, basta una campagna ecologista. E, magari, più vicino a noi, un aperitivo a lume di candela.

domenica 1 febbraio 2009

Anche i passeggeri nel loro piccolo s'incazzano

Il Secolo XIX, 1 febbraio 2009

Sono le 21,34 di venerdì 30 gennaio e, assieme a qualche decina di povericristi come me, mi sto girando i pollici nell’aeroporto di Fiumicino. Ci hanno appena comunicato che il volo delle 21,25 per Genova (che avrebbe dovuto decollare nove minuti fa) è differito alle ore 22,00 (in realtà, ci faranno imbarcare in quel momento, col risultato di arrivare a destinazione con quasi un’ora di ritardo). Differito – così ha detto la gentile signorina al gate A22 per placare la rabbia di chi, a quest’ora, vorrebbe tornare da moglie e figli. La reazione dei passeggeri, puoi immaginartela. C’è il vecchietto isterico che “figgi de bagasce!”. C’è l’altro prototipo di vecchietto, quello bonaccione con una spolverata di capelli bianchi che la prende sul ridere. C’è la coscialunga in carriera, c’è il ragazzino col computer tempestato di stickers, c’è il manager che prende un appuntamento per domani mattina, ci sono tutte le gradazioni del grigio e del blu negli abiti anonimi e nelle cravatte di questa strana umanità che viaggia per lavoro e rientra in giornata (e qualcuno che azzarda combinazioni più chic, uno con cravatta salmone a righe gialle su giacca carta zucchero e camicia che ne riprende i colori). Tutti che cristonano nel telefonino, tutti che chiedono come stai a chi risponde dall’altro capo, tutti che si affollano al bar per addentare un costosissimo panino alla plastica, tutti che raccontano i pettegolezzi di oggi come se questo potesse ingannare il grande cronometro dell’universo e comprimere lo spazio che ci separa dall’ingresso sul velivolo. E invece tic toc tic toc, l’orologio gira lento come non mai. Sai cosa non c’è, se si esclude qualche isolata reazione iniziale?

Non c’è più la rabbia. Una volta, l’annuncio di un ritardo importante, soprattutto in certe giornate e in certi orari, destavano la rabbia dei passeggeri. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva di parlare col capo, qualcuno semplicemente diceva alla signorina al gate tutto quello che pensava di lei, della sua mamma e soprattutto della compagnia per cui lavorava. Invece, nulla. La rabbia è sparita. Gli ultimi due anni, durante i quali si è svolto il pazzesco teatrino della privatizzazione di Alitalia, hanno a tal punto fiaccato la pazienza della gente che adesso il ritardo fa parte del novero delle cose certe, assieme alla morte e le tasse. Quelli di noi che si erano illusi, nelle meno delle due settimane trascorse dall’avvio della nuova Alitalia, che quella brutta parentesi si fosse chiusa, oggi sono tornati alla realtà. E’ vero: secondo quanto ha riferito il pilota (di un volo operato da Airone, peraltro) il ritardo era dovuto all’inefficienza dei servizi aeroportuali. Però, resta il fatto che dei quattro voli che io ho preso oggi, tre erano in ritardo, quale che ne fosse la causa.

Il problema vero, in fondo, è che la manovra governativa per la privatizzazione di Alitalia e il salvataggio di Airone è stata concepita in modo tale da aggirare quello che dovrebbe essere l’obiettivo vero del processo di de-statalizzazione dell’economia: cioè introdurre concorrenza per fare efficienza. Mentre ai contribuenti sono state accollate tutte le perdite (e il debito) del vettore tricolore, attraverso la bad company, i consumatori hanno visto precipitare tra le braccia del monopolio quello che era un mercato già scarsamente competitivo, almeno per quel che riguarda le tratte nazionali. Uno degli elementi chiave della cessione a Cai è stato infatti la sospensione dei poteri antitrust, che servono proprio a evitare che le regole del confronto competitivo vengano aggirate o annichilite. Così, si è cambiato tutto a condizione che nulla cambiasse.

Non bisogna, ciò detto, precipitare nel pessimismo. Nonostante tutte le resistenze e gli accorgimenti in senso contrario, l’uscita del Tesoro dalla compagine azionaria di Alitalia è una buona notizia, perché difficilmente i grandi cambiamenti – e questo lo è, anche se avrebbe dovuto verificarsi meglio e prima – restano senza conseguenze. Quindi, è ragionevole attendersi nel lungo termine il ristabilirsi di un contesto concorrenziale propriamente detto, anche perché le direttive europee puntano esattamente in quella direzione.

Si tratta di avere pazienza. Abbiamo sofferto tanto, soffriremo ancora. Soffriremo forse di più, perché quello scampolo di concorrenza che c’era tra Alitalia e Airone è venuto meno. Pagheremo biglietti salati. E continueremo a volare in ritardo, a perdere le connection, a ingurgitare il cibo di Big Jim coi nomi delle piazze romane in quegli squallidissimi chioschetti di Fiumicino. Continueremo a telefonare per annunciare che non aspettarmi a cena, arrivo tardi. Continueremo a fare tutto questo, ma per favore, non perdiamo noi stessi. Continuiamo a incazzarci. Non serve a nulla, ma almeno ci fa sentire vivi.

mercoledì 28 gennaio 2009

Cambiano le relazioni industriali. Accettare o subire?

Sul Secolo XIX di oggi, il lettore Davide Erculei se la prende con un mio editoriale di un paio di giorni fa, nel quale avevo commentato positivamente l'accordo sulla riforma del modello contrattuale (e negativamente l'opposizione della Cgil). Secondo Erculei, io sarei "lontano dalla triste realtà dei lavoratori dipendenti" perché sopravvaluterei la disponibilità delle aziende a "un confronto di secondo livello con le parti sociali". Inoltre, io sostenevo che sia un segno di modernità procedere verso un contratto ritagliato sempre più sulle caratteristiche individuali del lavoratore e dell'azienda: la posizione contraria del sindacato di Guglielmo Epifani sarebbe invece, secondo Erculei, "difendere il singolo dal ricatto del datore di lavoro". Quindi, ciò che per me è modernità "è una non cultura voluta e imposta dai potenti, avallata dai media, che ha come unico scopo quello di trasformare persone con un pensiero critico e proprio in dipendenti asserviti e disponibili per le ore lavorative e consumatori di beni inutili nelle restanti". Quanta grazia! A parte che il consumo di "beni inutili" è esattamente ciò che consente alle "persone con un pensiero critico e proprio" di lavorare - no domanda, no lavoro baby - questo discorso mi sembra del tutto astratto e campato in aria. Se mai è stato vero che la sindacalizzazione ha prodotto un miglioramento delle condizioni dei lavoratori (almeno nel dopoguerra, mi sembra ci sia una certa evidenza del contrario, ma sorvoliamo) oggi non lo è più. E' completamente cambiato il modello economico, sono mutate le esigenze di imprese e lavoratori, è diverso il contesto internazionale. Nella moderna economia, cioè, è sempre più importante il "capitale umano", cioè gli investimenti che il lavoratore sa fare su se stesso, e quindi la sua professionalità, capacità, impegno e inventiva. Certo, esistono professioni per cui questo è marginalmente vero o non lo è del tutto, e al massimo si potrebbe sostenere il mantenimento del vecchio modello per queste (cosa su cui ho dei dubbi). La generalità dei mestieri, però, si fonda ormai sulla prestazione individuale, e questo fa sì che il modello di relazioni più efficiente sia quello che sa valorizzare queso tipo di impegno. Il lavoratore non va ricompensato per le ore che passa tra una timbrata e l'altra del cartellino, ma per il valore che sa creare - cioè per la sua produttività. Mi sembra un grande passo avanti il fatto che il governo abbia saputo e voluto percorrere questa strada, e che una parte significativa del fronte sindacale (così come dell'opposizione) abbia deciso di giocare questa partita. In un certo senso, la posizione della Cgil ne dimostra la correttezza: nessuna vera riforma può mai avvenire senza scontentare qualcuno.

domenica 25 gennaio 2009

Come Cuba

Non commento queste idiozie. Le segnalo perché sono troppo divertenti.

venerdì 23 gennaio 2009

Non c'entra la moschea. C'entra la libertà individuale

Il Secolo XIX, 23 gennaio 2009

Moschea sì o moschea no? Il semplice porre questa domanda è indice di due cose: la nostra inciviltà politica e la debolezza della nostra fede. Che è come dire, la scarsa convinzione con cui chi si definisce cristiano crede in Dio, e la precarietà del principio della libertà individuale nella nostra cultura. Perché la risposta più ovvia e banale sarebbe: non sono fatti nostri. Non c’è nulla di più privato della fede.

Se però bisogna buttarla in politica, vale la pena ricordare che, concettualmente, una moschea, una chiesa, una palestra o una discoteca non sono oggetti molto diversi. Sono luoghi dove, periodicamente, gruppi di persone si riuniscono per farsi i fatti loro – inginocchiati di fronte alla Croce, sdraiati verso la Mecca o arrampicati su una pertica, poco conta. Qualunque immobile deve rispettare molte (troppe) norme: edilizie, urbanistiche, igienico-sanitarie, e così via. Nella misura in cui esso è adeguato, non esiste un motivo al mondo per cui casi simili dovrebbero essere trattati in modo diverso. Alcuni ritengono, tuttavia, che una moschea appartenga a una fattispecie diversa, poiché dentro di essa può crearsi il brodo di coltura per il terrorismo. E’ un argomento legittimo? E, in subordine, è utile?

Per certi versi, è una questione di estrema complessità, rispetto alla quale risulta difficile generalizzare. Quel che si può affermare è che, per quanto possa essere vicino al vero che tutti (o gran parte) i terroristi sono di religione musulmana, è totalmente ed evidentemente falso che tutti gli islamici siano terroristi. Accreditare questa tesi può servire solo a spingere fra le braccia dei terroristi individui che, altrimenti, sarebbero forse contrari o indifferenti. Si dirà: di fronte a un fenomeno drammatico come il terrorismo non si può restare indifferenti. Sarà vero. Pragmaticamente, però, l’indifferenza è un’attitudine migliore del sostegno. E di fronte all’indecisione, logica vorrebbe uno sforzo per tirare tali persone da questa parte, anziché cacciarle dall’altra.

Non c’è, insomma, dal punto di vista politico, una solida ragione per opporsi alla realizzazione di una moschea, purché essa sia compatibile con le normative in vigore, non crei disagi eccessivi (non in quanto moschea, ma in quanto luogo aperto al pubblico), e non diventi vivaio di attività illecite (cosa, però, che potrà essere verificata solo ex post). Vi sono, piuttosto, ottimi motivi per considerare sintomo di barbarie – e un sintomo pericoloso – le posizioni di chi si appiglia a cavilli legali, o addirittura vuole introdurli, per ostacolare l’apertura di uno spazio destinato ai musulmani (o i cristiani, gli ebrei, i buddisti, gli atei). Vi è, anzitutto, un aspetto sostanziale: le libertà religiosa, di parola e di associazione si svuotano, se poi si impedisce a chi intende utilizzarle di trovare un modo appropriato di farlo. Ciò non significa che non si debba rintracciare un forte nesso tra questi diritti e quello, più centrale, alla proprietà privata: ognuno dovrebbe avere il diritto di fare e dire quel che gli pare, e il dovere di sostenere le spese eventualmente necessarie. Cioè, la vera assurdità del pendolo italiano sta nel suo continuo oscillare tra l’intolleranza e il sussidio pubblico alla costruzione di nuovi luoghi di culto, come se fosse impossibile trovare l’equilibrio nel fatto che ciascuno è padrone a casa propria (compresi gli islamici negli edifici che decidono di acquistare e utilizzare come loro casa, o chiesa, che è lo stesso).

Una comune obiezione è che nei paesi islamici, o in molti di essi, non esiste alcuna forma di reciprocità, nei confronti dei cristiani. E allora? La libertà non può essere condizionata. Essa è un valore che, se pure non è rispettato ovunque e sempre, dovrebbe almeno essere protetto qui e ora. Del resto, con quale forza e con quale credibilità si possono criticare gli altri, se poi ci si comporta in modo del tutto analogo? E con quale coraggio si può vantare la superiorità del modello occidentale, se poi lo si sacrifica per così poco? Il modello occidentale, tra parentesi, si regge su una cosa soltanto: l’esistenza (o presunta tale) di un governo delle leggi anziché un governo degli uomini. Di un sistema, cioè, forte della sua capacità di non discriminare: che tratta allo stesso modo istanze uguali. Se invece si sceglie il doppio standard, si rischia di aprire un vaso di Pandora da cui molti mali possono uscire. Il passaggio dal precetto evangelico “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” alla sua perversione statalista, “fai agli altri quello che fanno a te”, è segno deprimente della piega che il dibattito può prendere. La religione è privatissima, perché di mezzo c’è il dialogo tra l’uomo e Dio: se c’è uno spazio da cui la politica dovrebbe essere bandita, è proprio questo.

E’ abbastanza inquietante, in tale prospettiva, la posizione espressa dal cardinale di Torino, Severino Poletto, contrario alla costruzione di minareti (che sono un elemento importante della moschea) “almeno fino a quando le nostre città saranno abitate in grande prevalenza da cattolici”. E’ inquietante perché viene da chiedersi dove potrebbe portare questa logica, se mai le nostre città cesseranno di avere una popolazione prevalentemente cristiana. E’ inquietante perché, in pratica, legittima le norme anticristiane dei paesi abitati “in grande prevalenza” da musulmani. Ed è inquietante, infine e soprattutto, per chi crede ancora che l’uomo morto sulla croce fosse il figlio di Dio. Davvero la sua chiesa ha perso la fede a tal punto, da spaventarsi per un minareto nella città che volle la Madonna per regina?

sabato 17 gennaio 2009

Le infrastrutture contro la recessione?

Segnalo questo convegno che la Maona organizza lunedì 19, a Genova, sul ruolo che gli investimenti infrastrutturali possono giocare contro la recessione. Il tema che vorrei sollevare è che sarebbe sbagliato considerare questo tipo di investimenti sotto una luce congiunturale. Sebbene essi possano contribuire a uscire dalla fase negativa del ciclo, è importante evitare di sacrificare il domani all'oggi; è essenziale, cioè, fare gli investimenti corretti nel modo giusto. Cattedrali nel deserto, ne abbiamo già troppe.

martedì 13 gennaio 2009

AAA Andate a lavorare

Leggo, tra lo stupido e il divertito, che l'Onda - il movimento di protesta nato per combattere la riforma Gelmini - ha chiesto all'Università di Genova "un luogo dove organizzare la protesta in modo da potersi concentrare sui contenuti delle attività senza per forza dover essere etichettati come occupanti". I ragazzi della "assemblea permanente delle facoltà in lotta" (mi fanno venire tanto in mente una vecchia battuta: rivoluzione sospesa per pioggia) avrebbero addirittura individuato la location. Mi fa molto sorridere la richiesta: dateci uno spazio (gratuito, naturalmente), sennò saremo costretti a occupare. Come dire: dammi i soldi che hai il portafoglio, sennò mi tocca derubarti. Ragazzi, lottate di meno e studiate di più, o lavorate di più. Ma risparmiateci di prenderci e prendervi per il culo.

sabato 10 gennaio 2009

Guareschi - Il centenario

Segnalo la festa per il centenario di Giovannino Guareschi, che si svolgerà domani a Trigoso. Ne approfitto per pubblicare un comunicato stampa di Gianteo Bordero, consigliere comunale del Pdl a Sestri Levante, che ha proposto l'intitolazione di una via allo scrittore della Bassa.

La manifestazione in ricordo di Giovanni Guareschi, che si svolgerà domani a Trigoso alla presenza dei figli Carlotta e Alberto, mi dà l’occasione per rendere noto che alla fine dello scorso mese di giugno ho proposto, nella commissione consiliare sulla toponomastica, di intitolare una strada del borgo trigosino al grande scrittore.
Trigoso, dove l’autore del “Mondo Piccolo” soggiornò durante l’infanzia, ha già ricordato Guareschi, nel corso degli anni, con una statua, una targa sulla facciata della canonica e un libro della collana “I ciottoli”, firmato da Carlo Stagnaro. Quando ho saputo, come membro della commissione toponomastica, che vi era la necessità di dare un nome a una nuova via del borgo, ho sùbito pensato a Guareschi, non soltanto perché ricorreva il centenario della nascita, ma anche perché ritengo un onore, per la nostra città, l’aver ospitato una delle figure più geniali, originali e acute del Novecento italiano e non solo.
Ho avuto la fortuna, sin da bambino, di conoscere Guareschi attraverso i suoi scritti e attraverso i film di Don Camillo e Peppone. Da qui ho imparato che la politica, talvolta anche nella forma della lotta aspra, mantiene intatta la sua dignità e la sua utilità per il popolo soltanto se essa è animata da un vivo senso di umanità, di appartenenza comune a una storia e a una patria, di disponibilità al sostegno reciproco.
Quando Guareschi parla di politica nei suoi racconti, ha la dote straordinaria di metterne alla berlina i difetti e, allo stesso tempo, di esaltarne i pregi. Di far sorridere e, la pagina successiva, di far commuovere. In tempi di antipolitica e di cinismo calcolatore, leggere le storie del reverendo Camillo e del sindaco Peppone è come prendere una boccata d’aria pura, respirare a pieni polmoni il sapore dell’umanità leale e genuina, riportare la mente e il cuore su ciò che veramente conta per chi è chiamato a rappresentare i cittadini. Per tutti questi motivi sono lieto che la commissione toponomastica abbia approvato all’unanimità la mia proposta. Spero, in forza di ciò, che presto il Consiglio Comunale possa dare il via libera definitivo all’intitolazione di Via Guareschi.

venerdì 9 gennaio 2009

Il prezzo (del biglietto) è giusto?

Tira tramontana, a Genova, per la decisione di Amt di aumentare, a partire da marzo, i prezzi di biglietti e abbonamenti (qui e qui). Verrà, in particolare, ritoccato verso l'alto il costo del biglietto integrato treno più bus, a causa, secondo l'azienda di trasporti del capoluogo, delle pressioni di Trenitalia. Non sembra sortire alcun effetto benefico, invece, la significativa riduzione dei prezzi del carburante, che si sono ridotti di circa un terzo rispetto ai picchi estivi. E' giusto? E' sbagliato? Difficile, anzi impossibile, dirlo. La strategia di pricing è lo strumento principe con cui un'azienda modula la sua presenza sul mercato. La domanda se e quanto sia giustificato rivedere le tariffe - in un momento di crisi generalizzata e con lo spettro (secondo me non molto credibile, almeno nel lungo periodo, ma tant'è) della deflazione alle porte - è dunque posta nei termini sbagliati.

I termini giusti sono questi: la leva del prezzo è, per Amt, a differenza che per qualunque altra impresa, una variabile del tutto indipendente. E ciò perché non esiste un vero mercato competitivo. Se anche non si crede che il trasporto pubblico, viste le sue caratteristiche, non si presti a un modello di concorrenza nel mercato, esso può comunque essere reso più efficiente attraverso l'adozione di un modello di concorrenza per il mercato. Cioè, il comune e gli altri enti pubblici eventualmente coinvolti dovrebbero periodicamente bandire delle gare tra tutti coloro che sono in grado di offrire un servizio rispettoso di certi standard di costo e qualità del servizio. Solo così è possibile innescare un miglioramento del rapporto prezzo/qualità. Come dimostra Ugo Arrigo in questo paper, invece, l'assenza di qualunque forma di competizione causa un livello di inefficienza mostruosa: solo portando l'efficienza del trasporto pubblico locale italiano (si suppone che il caso genovese non svetti per eccellenza) ai livelli europei, si potrebbero ridurre di un terzo i costi operativi, praticamente eliminando la necessità del biglietto (oppure, che sarebbe meglio, riducendo significativamente i sussidi pubblici). Ma difficilmente si può creare vera concorrenza finché le principali aziende di Tpl saranno possedute dagli stessi enti locali.

Se i pendolari vogliono sviluppare una "coscienza di classe", devono pretendere la privatizzazione di Amt e la liberalizzazione del settore. Altrimenti, tenetevi le vostre lamentele per voi.

mercoledì 31 dicembre 2008

Buon Anno

IlTigullio.info è nato pochi mesi fa. E' ancora presto per fare un bilancio. Avremmo potuto fare di più e meglio. Però qualcosa abbiamo fatto. Per quel che ne so, è la prima volta che una voce liberista "esiste" a livello locale. Abbiamo cercato di commentare le notizie del territorio con uno sguardo che non abbiamo paura di definire ideologico. Cercheremo, nel 2009, di farlo ancora e di farlo con più convinzione. Il cambiamento nasce sulla porta di casa.

sabato 27 dicembre 2008

A Sestri Levante Babbo Natale porta un baraccone pubblico

Il Secolo XIX, 27 dicembre 2008

Il primo carrozzone pubblico del 2009 nascerà a Sestri Levante? Lo sapremo lunedì, quando il consiglio comunale dovrà discutere una delibera volta ad “assicurare il controllo pubblico… su tutte le attività e le strutture in ambito portuale”, compresi forse i servizi strettamente commerciali. A tal fine, è prevista la creazione di un “soggetto giuridico societario costituito dal comune e da esso controllato attraverso la proprietà maggioritaria del relativo capitale azionario”, le cui attività dovranno “garantire comunque all’amministrazione pubblica una quota adeguata del reddito prodotto dall’utilizzazione dei beni pubblici demaniali”. Queste poche righe sono un concentrato del male che caratterizza l’erogazione dei servizi pubblici in Italia, e che li rende più costosi e meno efficienti. In pratica, la giunta guidata da Andrea Lavarello vuole creare una nuova società controllata dal comune, che dovrebbe al tempo stesso gestire – presumibilmente in affidamento diretto – tutte le concessioni e i servizi portuali, e fornire all’erario entrate sufficienti. Cioè, il progetto di fondo è quello di cancellare ogni forma di possibile concorrenza, istituendo una tassa occulta sulle attività portuali.

La nuova società si andrebbe ad aggiungere alle cinque già partecipate dal comune di Sestri Levante (che ha meno di ventimila abitanti), tra cui Stella Polare (che gestisce la casa di riposo e la farmacia) e Fondazione Mediaterraneo (il cui scopo è la “promozione della ricerca avanzata e la diffusione della cultura della comunicazione, intesa come scambio di informazioni che utilizzino tutti i media, dalla parola, alla carta stampata, fino alle più avanzate tecnologie telematiche”, cioè macina soldi pubblici e produce chiacchiera privata). Non c’è nulla, ma proprio nulla, che sia oggi fatto da queste realtà e che non possa essere svolto meglio da soggetti privati in regime competitivo.

La delibera della giunta di Sestri Levante sostiene che “evidentemente” un soggetto privato non sarebbe in grado di svolgere propriamente tutte le funzioni richieste, ma poi richiede che la nuova compagnia pubblica fornisca al comune un sufficiente flusso di cassa: cioè, l’obiettivo non è minimizzare il costo per il consumatore, ma massimizzare il reddito per il comune. E’ il più classico degli esempi di rendita da monopolio. L’unica differenza tra un monopolio privato (garantito dalla legge) e uno pubblico è che nel primo la rendita si trasforma, generalmente, quasi integralmente in extraprofitti, mentre nel secondo si ripartisce tra extraprofitti e inefficienze (per esempio, livelli occupazionali eccessivi).

Quella di cancellare la competizione per occupare un mercato non è, purtroppo, un’abitudine del solo comune di Sestri Levante. Un’inchiesta di un paio di anni fa del Liguria Business Journal ha mostrato come le società controllate dal comune di Genova abbiano un fatturato complessivo di più di un miliardo di euro e occupino quasi settemila persone; il comune della Spezia partecipa a quarantasei diverse società, Savona undici, Imperia dodici, Chiavari quattro. Sul sito della provincia di Genova vengono censite ventiquattro partecipazioni, mentre la Regione Liguria partecipa direttamente a tre consorzi e otto aziende, tra cui la Filse, una holding che ha in pancia una pluralità di altre compagnie.

Quando va bene, questi soggetti introducono inefficienze sul mercato o ne estraggono rendite a favore dell’azionista pubblico; quando va male, sono veicoli fuori bilancio utilizzati per nascondere i puffi delle amministrazioni o come strumenti clientelari. In ogni caso, quel che davvero conta non è se appartengano, individualmente, all’una o all’altra categoria: il semplice fatto che possano appartenere alla seconda, e che comunque non arrechino alcun beneficio al consumatore, dovrebbe essere più che sufficiente ad abbandonare questa forma di controllo dell’economia. Nella maggior parte dei casi, poi, queste società non sono quotate a Piazza Affari, e dunque non hanno neppure quel minimo di disciplina finanziaria che è imposta dalle regole della borsa.
Il bello è che tutte le parti politiche dicono di voler porre fine allo “statalismo municipale”: ci ha provato, nella scorsa legislatura, il ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta, con un disegno di legge che avrebbe abolito l’affidamento diretto (e dunque fatto venir meno l’incentivo a costituire società di comodo). Il progetto fu affossato dall’opposizione ideologica di Rifondazione comunista, Comunisti italiani e verdi. All’indomani delle elezioni 2008, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, avanzò un’idea simile, che era in parte contenuta nella finanziaria, ma che venne subito neutralizzata su opportunistica richiesta della Lega (che nei suoi comuni gestisce molte e ricche municipalizzate). Se in Parlamento sono le ali estreme a fare il lavoro sporco, a quanto pare in periferia le cose vanno diversamente. I sindaci, di qualunque colore essi siano, se ne fregano delle liberalizzazioni e vanno avanti per la loro strada. Il primo cittadino di Sestri Levante, Lavarello, appartiene al Partito democratico come Lanzillotta, ma si comporta coerentemente con le indicazioni dell’asse comunista-leghista. Lo stesso fanno altri sindaci del Pd e del Pdl. L’assalto al portafoglio dei consumatori e l’istinto al controllo pubblico dell’economia sono, quasi per definizione, bipartisan.

mercoledì 24 dicembre 2008

Abolizione delle province. Il presidente della provincia dice no

Il presidente della provincia di Genova, Alessandro Repetto, ha difeso con forza l'istituzione provinciale. Ha contestato la cifra di 15 miliardi - che secondo lo studio dell'IBL rappresenta il costo delle province - e rilanciato sull'utilità di questi enti. Andiamo con ordine. E' ovvio che l'abolizione delle province non porterebbe a un risparmio secco di 15 miliardi (che sono un'enormità: stiamo parlando di un punto percentuale di Pil). Porterebbe a un risparmio secco molto più basso (quello corrispondente al "costo politico" delle province, cioè agli stipendi e al mantenimento delle strutture al servizio di giunte e consigli) ma, nel medio termine, il risparmio si avvicinerebbe ai 15 miliardi. Infatti, parte degli edifici potrebbero essere ceduti, alcuni contratti di affitto potrebbero essere interrotti, e il personale potrebbe essere riallocato e gradualmente assorbito in altre pubbliche amministrazioni, con una riduzione netta degli occupati nel settore pubblico. Dopo di che, l'elemento centrale della difesa di Repetto - che cioè le province servono perché svolgono funzioni di raccordo - ci sta come i cavoli a merenda. Nessuno dice, e certo non noi, che quelle funzioni non siano importanti. Diciamo solo, e più banalmente, che non sta scritto nella Bibbia che debbano essere svolte da una "cosa" chiamata provincia. Possono essere largamente trasferite a comuni e regioni, e in certa misura assegnate a "consorzi" tra comuni che "fanno scala". Al limite, si potrebbero anche mantenere le province (sort of) trasformandole in enti di secondo grado. Sono mille le cose che si possono fare e centomila i miglioramenti che si possono apportare al nostro (e ad altri) progetti. Quello che bisogna evitare è mantenere lo status quo.

sabato 20 dicembre 2008

giovedì 18 dicembre 2008

Bad news

No. Il vostro presentimento non era infondato. La Liguria è la regione italiana con la più alta pressione fiscale procapite. 

mercoledì 17 dicembre 2008

La sanità pubblica degli orrori

Quest'estate una violentissima campagna mediatica si è abbattuta sulle cliniche private, a causa del comportamento opportunistico di alcune di esse che truffavano la sanità pubblica eseguendo interventi minori non necessari. Il fatto è in sè gravissimo, ma ancora più gravi sono alcuni atti compiuti dalle strutture pubbliche, che invece non sono oggetto di analoga sanzione sociale, e che hanno portato alla morte di incolpevoli povericristi. Ultima in ordine di tempo, è la vicenda del povero Giovanni Fasce, 64 anni, morto proprio davanti all'ospedale Galliera. I presunti misfatti degli ospedali privati sono, se non altro, giustificati dal "greed", dall'avidità: qualcuno guadagna sulla pelle di altri. Ma nel caso genovese, l'assurda storia si svolge solo e soltanto a causa della maledetta cocciutaggine burocratica. Una donna che aveva soccorso l'anziano, si era precipitata nel pronto soccorso per invocare l'intervento dei medici, sentendosi rispondere che avrebbe dovuto chiamare il 118. Detto fatto: peccato che le abbiano mandato un'ambulanza dal San Martino, dall'altra parte della città. Non sappiamo se Fasce sarebbe sopravvissuto in caso di soccorsi tempestivi. Sappiamo però che, grazie alla sanità pubblica, non c'è più.

domenica 14 dicembre 2008

Abolire le province. The Day After. Ora battete un colpo

(Ok, il titolo giusto sarebbe: The Day After Tomorrow, ma mi imbarazza un po' :-) )

L'incontro promosso dall'Istituto Bruno Leoni e dall'Associazione La Maona a Chiavari è stato un successo, come si dice, di pubblico e di critica. Ne hanno parlato, tra gli altri, Il Secolo XIX, L'Opinione, il Corriere Mercantile e diversi siti locali (qui, qui e qui, per esempio). Tutte le relazioni sono state interessanti e, in modo diverso, puntuali. La partecipazione dei presenti è stata viva, a tratti vivace (in qualche momento perfino troppo). Credo però che questo evento abbia dimostrato che, anche in una realtà come la nostra, è possibile affrontare argomenti di portata più ampia, offrendo un punto di vista liberista, senza che ci si trovi necessariamente al bar a prendere il caffé. Vorrei considerare questo piccolo convegno come un punto di partenza, da cui avviare un percorso più solido e meno occasionale.

Se ci siete - lettori, lo so che ci siete - battete un colpo e fatevi sentire.

venerdì 12 dicembre 2008

Abolire le Province. Oggi a Chiavari

Il Secolo XIX, 12 dicembre 2008

“Abolire le Province?”. È il titolo del libro (edito da Rubbettino/Leonardo Facco) di Silvio Boccalatte che affronta il tema delle riforme istituzionali e federali sostenendo la necessità di eliminare «enti dalle ridottissime competenze» che comportamo «spese assolutamente sproporzionate». Per Gianfranco Fabi, che cura la prefazione del volume (in vendita a 11 euro), «Il caso delle Province è drammaticamente emblematico di una filosofia di fondo di uno Stato che è ormai incapace di una significativa progettualità istituzionale». Il volume sarà presentato nel corso del convegno “Abolire le Province? Federalismo ed enti inutili” in programma oggi, alle 16.30, presso la Società Economica di Chiavari. L’incontro prevede la partecipazione dell’autore, dell’onorevole Renzo Lusetti (Pd), di FrancoMonteverde (centro internazionale “La Maona”) e dell’onorevoleMichele Scandroglio (Pdl).
D.BAD.

domenica 7 dicembre 2008

Casetta rossa la trionferà?

L'eterno ritorno dell'uguale. Per l'enne più unesima volta, il consiglio comunale di Sestri Levante si spacca sul "centro sociale" delle Casette rosse, con l'opposizione alla carica contro il progetto del sindaco, Andrea Lavarello, e della sua maggioranza. Tempo fa si era parlato di concedere l'uso dell'area a dei non meglio definiti "ragazzi" che ne avrebbero fatto un "centro di aggregazione politica". Poi l'ipotesi era tramontata, addirittura con strascichi polemici (il sindaco aveva fatto murare l'ingresso per impedirne l'occupazione). Ora la questione torna d'attualità, grossomodo con gli stessi toni di allora: un comunicato della minoranza accusa l'amministrazione di "realizzare un'opera che tutto ha di mira fuorché l'interesse generale della città". In realtà, mi si dice che il progetto sarebbe questa volta più articolato, e che prevederebbe la cessione di spazi - se non ho capito male - ai volontari del soccorso, a un gruppo di anziani, e al "forum dei giovani" (a meno che le due cose non coincidano, nel caso in cui nel forum ci siano sempre le stesse persone che erano giovani qualche anno fa). Il progetto costerebbe più di un milione e mezzo di euro (si parla di 843 mila, che come ogni preventivo che si rispetti sono destinati a raddoppiare qualunque cosa accada. Quindi, in burocratese, 843 mila euro significa "più di un milione e mezzo").

Non vivo più in zona e non ho seguito, se non marginalmente e orecchiando qua e là, la faccenda. Posso (e voglio) però dire che queste polemiche mi hanno stufato. L'amministrazione continua a lisciare il pelo a frange "giovanili" che non ha senso, politicamente, accattivarsi (almeno se il Partito democratico di Sestri è lo stesso Partito democratico che, a livello nazionale, dice quello che dice). L'opposizione sceglie la via facile della contestazione senza però, per quel che traspare dal comunicato offrire un'alternativa. Sono due i problemi. Primo: tutti i beneficiari dell'opera ne sono indegni oppure qualcuno va salvato? Non lo so: dico solo che, nella seconda ipotesi, bisogna dire come e quando e a che condizioni. Secondo: che fare, se non un "centro sociale" (qualunque cosa ciò voglia dire, e non l'ho mai capito), nelle Casette rosse? A questa domanda ho, a differenza della prima, una risposta precisa e convinta: venderle. Non ristrutturarle e poi venderle. Venderle, con gli attuali indici di edificabilità. La soluzione più ovvia e più giusta, chissà perché, nessuno la propone mai.

Dalla crisi si esce con meno tasse

Il Secolo XIX, venerdì 5 dicembre 2008

Dalla finanza creativa al rigorismo contabile, il passo può essere breve. Così, almeno, è accaduto nel caso di Giulio Tremonti, l’uomo accusato dal centrosinistra vittorioso nel 2006 dello sfascio del bilancio pubblico, e che oggi si mette di traverso a tutte le iniziative di spesa.Opponendosi al ricorso disinvolto ai crediti d’imposta (che “non possono essere un bancomat”) e nella resistenza alle richieste di aiuti pubblici, il ministro dell’Economia interpreta un atteggiamento razionale di fronte alla doppia sfida posta dalla crisi economica mondiale e dagli specifici handicap italiani. Sono queste due condizioni a limitare la libertà di manovra del governo, a costringerlo a camminare su un sentiero stretto e impervio. È dunque un atto di responsabilità prenderne atto e rinunciare alla flessibilità annunciata dall’Unione europea riguardo ai parametri di Maastricht.

L’Italia è infatti il Paese col debito pubblico più alto: il 104,1 per cento del prodotto interno lordo nel 2008. Il secondo peggior Stato membro è la Grecia, col 93,4per cento, quello migliore è il Lussemburgo (14,1 per cento), la media dell’eurozona è del 66,6 per cento. È anzitutto questa realtà a scoraggiare il finanziamento della spesa pubblica in deficit. Come ha notato sul Sole 24 Ore di ieri Luca Beltrametti, l’esigenza di mantenere in ordine i conti pubblici non va letta soltanto in relazione agli obblighi comunitari, ma anche rispetto alla credibilità del sistema paese, e dunque alla sua capacità di attrarre investimenti.“I mercati giudicano le nostre politiche fiscali non solo sulla base del rispetto scolastico dei parametri di Maastricht – ha scritto il professore dell’Università di Genova – ma anche sulla base dei diversi fattori che determinano l’effettiva capacità del Paese di onorare il debito… L’Italia è quindi probabilmente il Paese europeo più interessato a che le deroghe del regime tradizionale di determinazione del rapporto debito/Pil avvengano in un quadro di massima trasparenza”.

Nella sostanza, la tesi di Beltrametti è che, poiché siamo lo Stato con la situazione contabile più critica, è nostro interesse, sia nel breve che nel lungo termine,non peggiorare le cose,perché ogni scivolamento ci si ritorcerebbe contro. Quando il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evocato lo spettro dell’Argentina e ha scandito la possibilità di default, insomma, non ha fatto un’iperbole,ma ha indicato un rischio concreto, per quanto relativamente basso, con cui l’Italia deve oggi confrontarsi e che non può in ogni caso ignorare. Il monito di Sacconi, per quanto ingiustamente criticato, è insomma il necessario richiamo a non abbassare la guardia. Allo stesso modo, ha perfettamente ragione Tremonti a contrastare le sirene del keynesismo e a disertare gli appelli confindustriali. L’argomento del ministro è lineare: «Il nostro vincolo non è il patto, è il mercato finanziario», ha affermato mercoledì in audizione alla Camera. Ora, questo è un passaggio fondamentale, perché nasconde una verità spesso trascurata: l’Italia sta patendo la crisi finanziaria come tutti gli altri, ed è dunque chiamata a mettere in campo strumenti eccezionali per reagirvi (a partire dal moderato intervento a sostegno della capitalizzazione del sistema bancario). Ma la sua patologia è più profonda, e deriva da ruggini e svantaggi competitivi strutturali, che esistevano prima dell’entrata in recessione ed esisteranno dopo, se non verranno prese adeguate contromisure. Oggi subiamo come gli altri, ma ieri abbiamo creato meno ricchezza e siamo cresciuti meno.

Tre indicatori possono aiutare a comprenderne le ragioni. Secondo la classifica “Doing Business” della Banca Mondiale, che misura la facilità nello svolgere attività imprenditoriali, l’Italia è al sessantacinquesimo posto (con punte straordinariamente negative: siamo centoventottesimi per la complessità delle norme tributarie e centocinquantaseiesimi per il rispetto dei contratti). Per quanto attiene alla libertà economica, l’Italia è sessantaquattresima, tra il Madagascar e gli Emirati Arabi Uniti. Infine, l’indice della competitività ci consegna un non entusiasmante quarantanovesimo posto. In tutti e tre questi indicatori, poi, di anno in anno il nostro Paese segue un lento calo, frutto più che altro dell’altrui miglioramento.

Paradossalmente, questo crea una grande opportunità per l’Italia: con le stesse riforme, essa può accelerare l’uscita dalla crisi e porre le basi per un rilancio. Essenzialmente, si tratta di ridurre il peso dello Stato – a partire dal carico fiscale – e sciogliere i lacci che trattengono l’economia, oltre che cancellare le varie rendite di posizione create da un contesto regolatorio soffocante. Occorre creare vera competizione dove non c’è, cioè proseguire il cammino liberalizzatore iniziato a fine anni Novanta – tra l’altro, ciò renderebbe possibile una riduzione dei prezzi, per esempio, dei servizi pubblici locali. Ma bisogna anche aggredire con forza la questione fiscale: sul Foglio di ieri, Ernesto Felli ha sottolineato che “la politica dovrebbe avere come obiettivo la rimozione o l’attenuazione” delle distorsioni create da una fiscalità rapace e confusa, e cioè “limare le aliquote”. Durante il biennio del centrosinistra e poi in campagna elettorale, Tremonti ha spesso accusato la coalizione guidata da Romano Prodi di praticare la “filosofia del tassa e spendi”. L’impegno rigorista del ministro dell’Economia dimostra la sua buonafede sul lato della spesa. Per quel che riguarda invece le tasse, dalla Robin Tax al raddoppio dell’Iva su Sky, ha dato un’altra sensazione: questa sarà la legislatura di “Giulio Padoa Schioppa”?

giovedì 4 dicembre 2008

Abolire le province? Un dibattito a Chiavari

Venerdì 12 dicembre, alle 16,30, presso la Società economica, IBL e La Maona organizzano un dibattito sull'abolizione delle province. Interverranno Scandroglio (PDL), Lusetti (PD), Monteverde (La Maona) e Boccalatte (IBL). Da non perdere.