lunedì 17 novembre 2008

venerdì 14 novembre 2008

Atenei, contro i nepotismi trasparenza e meritocrazia

Il Secolo XIX, 14 novembre 2008

La mamma non se la sceglie nessuno, ma il figlio, almeno in università, capita piuttosto spesso. L’inchiesta del Secolo XIX sulle parentele nell’ateneo genovese documenta qualcosa che, se non altro per anedottica, tutti conoscono: il nepotismo accademico. E’ opportuno, naturalmente, non generalizzare: non tutti i casi nascondono trame sordide, e spesso persone appartenenti alla stessa famiglia sono davvero meritevoli e competenti. Inoltre, probabilmente le dimensioni del fenomeno sono meno gravi che in altri posti – come nella facoltà di Economia a Bari, dove quasi un quarto dei docenti hanno almeno un famigliare per collega. Tuttavia, l’aspetto giornalisticamente rilevante è che, di fronte all’osservazione di questo dato, è difficile rimanere insensibili, o accettarlo come una semplice realtà della vita. Tutti – chi per esperienza diretta, chi per sentito dire – percepiscono che i concorsi universitari non sono quel meccanismo di selezione a prova di bomba che, talvolta, viene dipinto.

Infatti, i concorsi sono una diligenza che sembra fatta apposta per essere rapinata. I modi e i tempi con cui vengono banditi possono essere facilmente asserviti a esigenze di clan, ed essi finiscono per essere l’alibi dietro cui si nascondono gli sforzi dei baroni di promuovere i loro accoliti. Non ci sarebbe nulla di sbagliato, in ciò, se il processo fosse sano. In fondo, in qualunque università del mondo i professori cercano di aiutare i loro allievi più meritevoli. Solo che, altrove, chi compie scelte opportunistiche – piazzare il cugino, l’amante o lo yesman – finisce per pagarne le conseguenze, in Italia no. La ragione, come spiega l’economista bocconiano Roberto Perotti nel suo libro “L’università truccata”, sta nella “mancanza di incentivi e disincentivi appropriati. Nell’università italiana nessuno viene premiato se ha successo nella ricerca e nell’insegnamento, e nessuno paga se opera male”. L’università ha dei costi di ingresso molto alti, perché la porta è stretta e tutto viene filtrato attraverso concorsi che, nella maggioranza dei casi, sono pilotati. Ciò non significa che si compiano, generalmente, atti illeciti: per quanto impersonale e astratto, in un concorso c’è sempre una componente umana che è inevitabile e non è neppure desiderabile abolire. Quindi, il candidato somaro ma ben ammanigliato non deve far altro che aspettare che il babbo o la zia riescano a farlo giudicare da una commissione compiacente – magari dietro la promessa di restituire il favore ai commissari non appena necessario, oppure perché stanno già passando all’incasso. Dopo di che, la strada è in discesa: nessuno può tagliare l’insegnante incapace o lo studioso dormiglione, e nessuno può chiamare a risponderne chi gli ha dato un posto. La carriera non procede per merito, ma per anzianità. Il numero di pubblicazioni, la capacità affabulatoria, la profondità della riflessione scientifica sono marginali. Per giunta, è anomala l’evoluzione di redditi e carriere: il giovane, per quanto entusiasta e competente, prende quattro spicci, il vecchio incartapecorito che non legge da vent’anni e non scrive da trenta gode di un trattamento privilegiato.

Essere giovani non è un merito ed essere vecchi non è una colpa; avere un genitore o un parente nella stessa università non dovrebbero essere un handicap più di quanto dovrebbero far saltare gli ostacoli. Però, se si osserva che le famiglie accademiche superano una dimensione critica, se si nota che i loro membri non brillano per abilità, allora bisogna porsi delle domande. La prima riguarda i concorsi: davvero essi sono lo strumento migliore? Probabilmente, no. Poiché ogni concorso nasconde un processo di cooptazione, tanto varrebbe rendere questo meccanismo trasparente – e creare le condizioni per cui i baroni si assumono la responsabilità delle persone di cui si circondano. Tra l’altro, l’esistenza di dinamiche corrotte tende a propagarsi anche agli onesti: se io so che il personale viene selezionato secondo legami personali, cercherò di promuovere i candidati validi utilizzando gli stessi mezzi, pur non condividendoli in teoria. Seconda questione: la struttura delle retribuzioni è efficiente? Anche in questo caso, la risposta è negativa: non c’è ragione al mondo per cui un giovane di valore debba essere pagato meno di un anziano sciatto (così come sarebbe insensato il contrario). La conseguenza è una selezione al contrario: “sono esattamente coloro che pensano di non potercela fare con le proprie risorse intellettuali – ragiona Perotti – che avranno più incentivo a scegliere una carriera che remunera esclusivamente l’anzianità, una variabile in cui tutti sono ugualmente bravi senza nessuno sforzo”. Non stupisce che, nelle classifiche internazionali, gli atenei italiani non figurino quasi mai in posizioni di eccellenza, pur senza soffrire – e questo è un altro mito da sventare – di condizioni particolarmente ostiche dal punto di vista del finanziamento. Sempre per citare Perotti, “non è l’ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse”.

Questi nodi non possono essere sciolti senza incidere profondamente sull’organizzazione dell’università – prima ancora che sulla didattica – e cioè senza dotare di reale autonomia gli atenei e senza metterli in vera competizione l’uno con l’altro (facendo lo stesso coi professori). Le istituzioni migliori devono avere più soldi, e i docenti migliori devono essere meglio pagati, perché questo è l’unico modo di riflettere il loro valore sociale e l’interesse di tutti a una formazione universitaria e una ricerca di qualità. Ricostruire la credibilità degli studiosi e del loro lavoro è l’unico modo per far piazza pulita dei retropensieri. Altrimenti, continuerà ad aleggiare il sospetto che il tale non sia in cattedra perché bravo, ma perché amico di amici.

giovedì 13 novembre 2008

Liberalizzare i saldi

Il presidente della consulta Ascom del Levante, Vincenzo Bovone, si scaglia contro la decisione della regione Liguria, di anticipare l'inizio della stagione dei saldi estiva e invernale, rispettivamente, al 3 gennaio e 10 luglio. Capisco le sue ragioni, ma mi sembrano ragioni sbagliate. Così come sbagliate sono le ragioni di chi pretende di poter fissare inizio e fine delle svendite per legge. La regolamentazione è talmente minuziosa che dice addirittura per quanti giorni si possono appendere i manifesti "saldi" (prima erano 10, adesso 3). La questione è semplice: i prezzi dovrebbero essere liberi. Ciascuno dovrebbe essere libero di fare la sua politica di prezzo, stabilendo un ricarico più o meno alto, o utilizzando alcuni prodotti come beni civetta per attirare i clienti e poi appioppargli altro. Ciascuno dovrebbe essere libero di fare la sua politica di magazzino, modulando acquisti e vendite secondo le sue valutazioni e decidendo quando è il momento di cambiare l'inventario - che sia prima o dopo il 3 gennaio. In effetti, i "saldi", nel senso corrente del termine, neppure dovrebbero esistere; nel senso che, in un paese civile, non è un'amministrazione pubblica che ti dice quando puoi alzare o abbassare i prezzi (trascurando piccole e secondarie cose come la domanda, l'offerta, la disponibilità di reddito, le aspettative di reddito futuro dei consumatori, i costi dei negozi, eccetera). E in un paese civile non ci si lamenta, come fa Bovone, della concorrenza: si compete. Per fare una citazione colta, "se vinci, vivi. Se perdi, muori". Sarà triste per Bovone - che evidentemente non pensa di essere bravo, oppure pensa che la media dei soci da lui rappresentati sia sotto la soglia della bravura - ma è così che funziona il mercato, ed è così che si fa l'interesse dei consumatori.

mercoledì 12 novembre 2008

Efficiente sarà lei

Ieri i lavoratori Fincantieri hanno scioperato contro il mancato rinnovo del contratto. Secondo i sindacati, l'azienda va bene, regge di fronte alla crisi, mantiene le commesse, e quindi dovrebbe spostare delle risorse dai dividendi per gli azionisti alla remunerazione del personale, oltre che all'assunzione di nuove maestranze. Non conosco i dettagli del bilancio, quindi non voglio entrare nel merito - anche se qualche dubbio mi resta. Però c'è un passaggio, nella nota della Fiom-Cigil, che trovo interessante e che merita un minimo di riflessione: "E’ necessario quindi mantenere, consolidare e rilanciare questo grande patrimonio produttivo, e occorre farlo con maggiori investimenti e buona occupazione, perché il lavoro da fare è tanto e non lo si può fare solo con gli appalti. Occorre assumere e non spingere la gente ad andarsene; occorre un’organizzazione del lavoro efficiente, che rispetti la salute e la sicurezza di chi lavora; per questo basta con l’appalto selvaggio: proprio perché in futuro ci possono essere momenti di incertezza, l’azienda deve chiarire qual è il modello organizzativo che intende sostenere all’interno dei cantieri". La distribuzione del carico lavorativo tra produzione inhouse e appalti esterni è, essenzialmente, un fatto di gestione (o distribuzione) del rischio. Se mi aspetto un certo volume di lavoro per un periodo di tempo sufficientemente lungo, assumo della gente, faccio un investimento su di loro in modo da garantirmi una qualità del lavoro mediamente più alta, grazie al commitment di queste persone verso l'azienda e al loro interesse al buon funzionamento del tutto. Se invece il futuro è incerto e volatile, sceglierò un'organizzazione più flessibile, attraverso l'esternalizzazione degli appalti. Non c'è, dal punto di vista teorico, alcuna differenza tra questi due modelli - come è chiaro leggendo il magistrale saggio di Ronald Coase sull'impresa. La differenza è pratica: assumendo persone, riduco i costi di transazione ma aumento le rigidità; altrimenti, mi sposto nella direzione opposta. Questo significa che, almeno in senso lato, il modello organizzativo è per definizione chiaro, e deriva dalle convinzioni del management riguardo al carico di lavoro futuro e alla sostenibilità dei costi fissi. Ora, qualunque organizzazione è, apriori, ugualmente efficiente o poco efficiente, nel senso che non esiste un'organizzazione astrattamente migliore. Il problema dell'efficienza sta, dunque, negli incentivi. Assumendo che sia vero quanto dicono i sindacalisti - che cioè non c'è grande incertezza per il futuro e che l'azienda potrebbe assumere di più e retribuire meglio - perché il management agisce diversamente? Due sono le possibili risposte: la prima è che si tratta di un management incompetente. Se è così, i sindacati dovrebbero dirlo e farlo presente all'azionista - che, al momento, è lo Stato. L'alternativa è che il management ritenga che, nonostante quanto io ho scritto, il costo delle assunzioni (che coincide principalmente con le rigidità imposte dalle norme lavoristiche italiane) è superiore al loro beneficio, cioè che il (pur basso, per la Fiom) rischio di dover nel futuro prevedibile tagliare il personale è superiore al, teoricamente alto, guadagno in efficienza e commitment assicurato da un legame stabile. Se è così, significa che c'è qualcosa che non va nel secondo termine dell'equazione: significa, cioè, che il rendimento delle risorse internalizzate è men che ottimale, ossia che gli incentivi a lavorare tanto e bene non sono, per essi, sufficientemente alti. Mi sembra, questa, per la conoscenza indiretta che ho dell'azienda e anche per quello che mi dicono i miei amici che invece la conoscono più direttamente, una spiegazione ragionevole. Anche se la pacchia di una volta è un pallido ricordo, è ancora possibile per un dipendente, diciamo così, parcheggiarsi alla macchina del caffè, usare le ore lavorative per giocare al fantacalcio, e fare provvista di cancelleria e materiale vario nei magazzini dell'azienda. In queste condizioni, è ovvio che sia preferibile un lavoratore meno motivato, ma più facile da allontanare - se sgarra - a uno con un alto rischio di fannulloneria. Naturalmente questo genere di problemi sono molto meno avvertiti nelle imprese ad azionariato largamente o totalmente privato, meno soggette alle pressioni della politica, e dunque nelle quali la pelandroneria è più facilmente sanzionata. Il problema sta appunto nella difficoltà di punire i comportamenti devianti, che dunque si generalizzano. Non credo di sostenere una cosa troppo lontana dalla realtà, se dico che gli aumenti occupazionali, a parità di condizioni di mercato e al netto delle infornate elettorali, sarebbero probabilmente più facili se andasse in porto la cessione di una tranche di Fincantieri sul mercato (ok, ora che il mercato è orso il gettito sarebbe inferiore a quello sperabile, bisognava farlo prima, ma meglio tardi che mai, e meglio poco che nulla). L'ipotesi di base è, ovviamente, che, come dice la Cigil, l'organizzazione del lavoro sia già "efficiente", e quindi Fincantieri non si trovi sovraorganico. Sono disposti, i sindacati, ad accettare questa sfida?

domenica 9 novembre 2008

Liberismo extraconsiliare


Al solito. Maggioranza e opposizione del Consiglio comunale di Genova si scontrano per ragioni contrapposte, ma egualmente avverse al mercato. In discussione l’istituzione di un’Authority per i servizi pubblici locali (trasporto pubblico, servizi idrici, fornitura di energia elettrica e di gas…) proposta dalla Giunta guidata da Marta Vincenzi (e prevista all’art. 68 c. 5 dello Statuto comunale approvato lo scorso maggio).  A favore ovviamente i consiglieri di centrosinistra; contro, altrettanto ovviamente, i consiglieri di centrodestra. Gli uni sostengono che un’autorità di controllo garantirebbe finalmente buona qualità e tariffe contenute dei servizi; gli altri, viceversa, che non garantirebbe altro che lo stipendio dei suoi componenti: “a vigilare sui spl basta il Consiglio comunale!”. Nessuno propone la liberalizzazione. Anche se la privatizzazione di società partecipate e aziende speciali accompagnata dall’affidamento dei servizi tramite gara sarebbe l’unico provvedimento in grado di garantire quella efficienza e quella convenienza dei spl tanto care a entrambi gli schieramenti. A parole.

venerdì 7 novembre 2008

Io sto coi precari

Non fraintendetemi: non sto coi precari nel senso che ne condivido (da precario, per così dire) la richiesta di debellare il precariato. Tutt'altro. Sto coi precari nel senso che sono uno di loro, cioè una persona senza un contratto per la vita. Una persona, aggiungo, che non vuole un contratto per la vita. Ma sto coi precari anche in un altro senso: condivido quasi interamente ciò che il Comitato precati della Liguria ha scritto in una lettera aperta al ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta. Loro propongono una sfida: caro ministro, scelga un'università, quella che vuole, faccia piazza pulita dei dipendenti a tempo indeterminato e la metta in mano ai "precari"; vedrà che le cose funzioneranno meglio. Per loro è, forse, una provocazione. Per me no. Per me è una cosa serissima. Nei paesi civili, infatti, le cose funzionano così, e maggiore è la responsabilità di un dipendente, minori sono le garanzie sul fatto che non potrà essere licenziato. L'università, come la scuola, è un servizio offerto ai consumatori, cioè gli studenti e le loro famiglie, e occorre strutturarla in modo tale da creare i giusti incentivi a migliorarla. Oggi quegli incentivi non ci sono, perché, una volta entrato, nessuno può essere schiodato, neppure se lavora poco e male. Nei paesi civili, dicevo, le cose vanno così: i contratti sono a tempo determinato, e chi lavora bene non ha nulla da temere, anzi è premiato con la parte variabile del salario. Chi lavora male, fosse anche un premio Nobel, viene accompagnato alla porta. Per questo condivido la lettera dei precari liguri. Credo anch'io che le università italiane abbiano bisogno, tra le altre cose, di essere responsabilizzate, e così i loro dipendenti, docenti e no. L'Italia ha bisogno di più precari e precariato, cioè di più responsabilità.

lunedì 3 novembre 2008

Commercio. Siamo tutti chiavaresi

Il consiglio comunale di Chiavari ha approvato la rimozione di tutti i vincoli di natura non sanitaria o urbanistica all'apertura di bar, ristoranti e altri esercizi commerciali. Si tratta, per così dire, di un piccolo passo avanti per un comune, ma di un grande balzo per la libertà di mercato. Già in passato avevo sottolineato la civiltà di una simile decisione a Imperia, e sottolineato la natura protezionista della tendenza opposta, emersa a Genova. Sembra una cosa sciocca e spicciola, ma dietro la determinazione dei criteri per l'apertura di nuove attività - se esse debbano dipendere dal rispetto di norme generali e astratte e "cieche", oppure debbano implicare l'arbitrio di funzionari e politici o forme di controllo numerico - si nasconde un'intera concezione di come funziona l'economia. Se il diavolo si nasconde nei dettagli, in questo caso possiamo dire che nei dettagli c'è molto di buono.